anno VIII n. 10 - ottobre 1999

  

 STORIA

Atlantide: fantasia o realtà?
Ancora una volta alla riscoperta dei dialoghi di Platone


Nell’estate del ’98 la sezione monticiana dell’Archeoclub ha partecipato ad una campagna di censimento e di rilievi topografici sul versante sud del vulcano castellano in collaborazione con la sovrintendenza archeologica e con altre associazioni tra cui il gruppo archeologico larianese, il G.L.R.S. di Albano e l’associazione Vulcano. Il lavoro tendente alla catalogazione di tutti i resti presenti sulla cresta denominata dell’Artemisio è ancora da portare a termine essendo la zona, come del resto molte altre dei castelli, ricchissima di materiale archeologico. In una di queste domeniche riservate alla pulizia di quelle cavità ipogee presenti nel versante del maschio d’Ariano, ebbi l’occasione di incontrare un personaggio alquanto singolare, venuto fin lassù per partecipare con noi alle riflessioni che quelle cavità ci inducevano. Ci trovammo d’accordo su alcune questioni di fondo ed entrammo ben presto in sintonia, soprattutto perchè riconoscemmo entrambi che Virgilio, nella sua celebre opera l’Eneide, scrisse non poche bugie, allo scopo di rispondere all’esigenze del suo mecenate, a tal punto che poco prima di morire esortò alcuni amici a dare fuoco alla sua opera in quanto menzognera e prezzolata.
Il signore conosciuto in quell’occasione è Michele Bettini il quale mi promise una copia del suo manoscritto che in verità non ho mai ricevuto. La sorte però a volte pone rimedio. Quando gli amici di Controluce mi hanno proposto di dare uno sguardo ad un libro per stralciare qualcosa da pubblicare, con mia grande sorpresa mi sono accorto che si trattava proprio del manoscritto di Bettini, e così sono riuscito a soddisfare quel desiderio di qualche anno prima.
Il suo scritto, devo riconoscere, è molto interessante e comunque ripropone in maniera forte il fatto che nulla sappiamo o quasi di quelle popolazioni chiamate latine che abitarono un tempo antico le nostre terre. È sempre lo stesso concetto: se non indaghiamo seriamente in senso archeologico non riusciremo mai a svelare i segreti affascinanti di quelle antiche popolazioni. Ma ora lasciamo la parola, anzi la penna, a Michele, scegliendo dal suo manoscritto il capitolo che tratta il segreto dei segreti: La mitica Atlantide.
GdA


di MICHELE BETTINI

Ciò che segue è quanto resta di una tesi proposta, circa 20 anni fa, sopra una rivista di fantascienza, da un personaggio, Gianfranco Battisti, che non ho avuto occasione di conoscere. Forse era uno pseudonimo? Certamente era ben documentato e, nonostante mostrasse di aver letto molto, non si faceva vincere dalla tentazione di fare il ciarlatano, brutto vizio in genere di chi si occupa di cose insolite. Il pezzo tuttavia non mostra di essere frutto di qualche seria ricerca ad angolo giro.
«Benché siano molte e grandi le imprese compiute dalla nostra città, una c’è che tutte le supera per grandezza e valore. I nostri libri narrano come voi Ateniesi distruggeste una potente armata che, partita dall’oceano Atlantico, invase insolentemente l’Europa e l’Asia. Questo mare, infatti, era allora navigabile. C’era un’isola situata di fronte allo stretto che voi nella vostra lingua chiamate le colonne d’Ercole. Quest’isola era più grande della Libia e dell’Asia messe insieme ed i navigatori potevano allora passare sulle altre isole e dalle isole a tutto il continente opposto… Ora in quest’isola Atlantide si era stabilita una grande e meravigliosa potenza regale che dominava su tutta l’isola e su parecchie altre e su varie parti del continente. Per di più, nei nostri paesi si estendeva nella Libia fino all’Egitto ed in Europa fino alla Tirrenia.»
Con queste parole di Platone nasceva, Disegno di Roberto Proiettioltre 2000 anni or sono, uno dei più appassionanti misteri della storia umana: il mistero che permane tutt’oggi non risolto, e vale a ricordare a noi, uomini alle soglie dello spazio, quanto poco sappiamo ancora del nostro stesso pianeta.
Esistette veramente un’isola chiamata Atlantide? Un’isola che fu la culla della prima civiltà, cancellata dal nostro mondo in una sola notte ad opera degli dei irati? E se ciò avvenne, quando fu, e dove? E ancora; esistono prove attendibili di questi avvenimenti?
Sono domande che sembrano destinate a rimanere senza risposta, lasciandoci nell’interrogativo – non certo drammatico, ma comunque affascinante – se prestare fede o meno al filosofo greco, unica fonte diretta di conoscenza sull’argomento. (N.B.: Diciamo unica fonte in assoluto).
Occuparsi dell’Atlantide, è un lavoro poco redditizio. Scarse e dubbie le informazioni, si rischia di coltivare un mito, un’illusione in cui la nostra fantasia eccitata tende a rifugiarsi. Il mito dell’età dell’oro si confonde nella mente con quello del successo personale, della fama immensa che certo premierebbe colui che riuscisse a gettare luce nel buio; e quella che era iniziata come una ricerca scientifica, o pseudo tale, si trasforma non di rado in un lavorio di adepti, iniziati ad un fantastico quanto assurdo culto del passato. È spesso un’attività da visionari, dunque tramandatasi entro conventicole misteriose, e come tale è stata accolta finora dalla scienza ufficiale. Pure questi sognatori devono essere ben molti, se nel solo Nord America esiste ormai tutta una letteratura sull’Atlantide, forte di qualcosa come 100.000 testi! D’accordo, in nessun paese come negli Stati Uniti si è propensi a dar credito ai fenomeni più strani: vi si contano a decine di migliaia i cultori dei cosiddetti «studi fortiani» (così denominati da Charles Fort, il più famoso catalogatore di fatti strani, quali dischi volanti, piogge di rane, ecc.) e non dimentichiamo che la stessa Società Teosofica, la quale fa dell’Atlantide il punto di partenza per una storiografia dell’umanità, in aperto contrasto con le più recenti scoperte scientifiche, fu fondata a New York. Ciononostante, resta il fatto che qualcosa da scrivere si è sempre trovato, e su circostanze non sempre campate in aria, anche se la fantasia degli autori si è presa qualche libertà nel collegarle. Ci sembra quindi che valga la pena di riassumere quel poco di certo che si sa sull’argomento, cercando di giungere ad una conclusione obiettiva, capace di soddisfare, se non il più pignolo degli studiosi, almeno l’uomo della strada.
Perno di tutte le indagini sono i due «dialoghi» di Platone: il Timeo ed il Crizia. Il primo problema da risolvere è quindi l’interpretazione di questi testi, al fine di chiarire cosa l’autore intendesse effettivamente comunicare. Si può infatti credere ad un Platone storiografo, il quale narrasse di fatti antichissimi giunti fortunosamente al suo orecchio. È questa l’opinione che più sollecita il lettore sprovveduto, tanta è la cura posta dall’autore per ancorare alla realtà la sua narrazione (che trabocca letteralmente di nomi, cifre, misure). E si può pensare invece che l’Atlantide costituisca soltanto un abile espediente escogitato dall’autore per esaltare le gesta passate di Atene, sua patria, che stava allora attraversando un periodo di decadenza.
Bianco e nero che sia il nostro verdetto, la chiave dell’enigma sta tutta qui: in entrambi i casi, infatti, Platone deve aver attinto a leggende del suo tempo, ma se dobbiamo dar credito alla seconda interpretazione, i particolari che rendono così avvincente il racconto, risulterebbero frutto di una fertile fantasia, ed il mistero, se di mistero si può ancora parlare, quando di esso rimanga il solo nome di Atlantide, che affiora di tanto in tanto da antichi testi, verrebbe a farsi ancora più fitto. Se il ricordo di questa mitica terra era già confuso 24 secoli or sono, appare anzi ben vana ogni speranza di ritrovarne delle tracce tangibili ai nostri giorni.
Vediamo quindi di «ragionare per assurdo», come fanno i matematici, partendo dall’ipotesi – vera o falsa, ancora non lo sappiamo – che quanto Platone ha scritto corrisponda a realtà. Riepiloghiamo i fatti: nel Timeo, Platone introduce quale interlocutore Crizia; questi narra come Solone, durante un colloquio con un sacerdote egizio (si tratta di fatti risalenti a due secoli prima) abbia appreso la storia di Atlantide. Giunto alla città di Sais, Solone si sarebbe reso conto che i sacerdoti del luogo sapevano molte cose sulla storia passata, spesso ignota alla più recente cultura greca. Per spingerli a parlare, si mise quindi a raccontare quanto di più antico i greci conoscevano, cioè i miti di Niobe (l’Adamo dei greci) e del Diluvio universale, catastrofe da cui si sarebbero salvati, secondo la leggenda, soltanto Deucalione e Pirra.
Tuttavia non v’è certezza del diluvio e non v’è memoria dello stesso presso altri popoli, per esempio i Celti.
All’udire queste storie, uno dei più vecchi sacerdoti si alzò a rispondere che i greci erano un popolo giovane di anima, in quanto non avevano alcuna tradizione veramente antica; lo dimostrava il fatto che essi conservavano memoria di un solo diluvio, mentre vi erano state più volte stragi gigantesche di uomini, avvenute per volontà degli dei… Non appena un popolo raggiunge la civiltà ed apprende le lettere, aggiunse il sacerdote, su di esso si abbatte il diluvio, il quale spazza via ogni cosa e risparmia soltanto gli illetterati. Ciò spiega il fatto che allorquando i superstiti riescono ad edificare un’altra civiltà, il ricordo di quei tragici avvenimenti si sia ormai perduto. Per tale motivo, aggiunse l’egiziano, nemmeno gli ateniesi ricordavano più lo splendore passato della loro città. Secondo quanto tramandavano i libri sacri di Sais, infatti, circa 9 mila anni prima (grosso modo attorno al 9500 a. C. !) Atene avrebbe sconfitto gli atlantidi, salvando dall’invasione Europa ed Asia. Cosa questa che è assai poco credibile, ovvero estremamente improbabile.
«Ma nel tempo che seguì, ebbero luogo grandi terremoti e inondazioni. E in un solo giorno, in una sola notte fatale, tutti i vostri guerrieri furono inghiottiti in una sola volta dalla terra scoperchiata, e l’isola Atlantide disparve sotto il mare.»
Il racconto di Platone continua nel Crizia, dove sono riportati dati più precisi e circostanziati sul continente perduto. Il mitico paese viene presentato come una specie di utopia: abitato da una stirpe discendente da Poseidone (dio del mare); diviso in dieci province rette da altrettanti sovrani che governavano «con saggezza e giustizia». Era una terra meravigliosa sulla quale il filosofo greco ci tramanda notizie circa la conformazione del suolo, l’economia, gli ordinamenti politici e militari, la flotta ed altri argomenti ancora. Accenna pure all’oricalco, il metallo unico al mondo (oggi sconosciuto, tanto che si pensa si trattasse di una lega) che si estraeva dall’isola.
«Ricchi di tutti questi doni che la terra prodigava loro, gli abitanti costruirono templi, palazzi, porte arsenali, e abbellirono la rimanente regione. Fabbricarono ponti per consentire il passaggio tra la reggia e la regione circostante....; l’isola dove si trovava la reggia aveva un diametro di cinque stadi. elevarono muraglie con pietre intagliate di colore bianco, nero, rosso, ottenendo un giocondo gioco cromatico. E rivestirono di bronzo, a guisa di vernice, tutto il percorso del muro della cinta interna e d’oricalco dai riflessi di fuoco quello della stessa acropoli.»
Sulla scorta di codeste pagine, i cultori di studi esoterici si sono lambiccati il cervello per secoli, nel tentativo di dimostrarne la veridicità. Scrive ad esempio il francese Dévigne: «Come il mondo romano fa da ponte, tra il mondo antico e il mondo moderno, così la civiltà atlantica fa da ponte tra la preistoria e le prime civiltà.»
Per codesti ed altri studiosi Atlantide è veramente esistita, ma tutte le loro cosidette «prove» sono discutibili.
Le discipline che si occupano del passato dell’uomo presentano ovviamente molti misteri insoluti. Via via che si indietreggia nel tempo le nostre conoscenze si fanno sempre più scarse e frammentarie, sicché risulta oltremodo difficile, se non impossibile, ottenere un quadro preciso su certi aspetti dell’antichità. La mente generalmente supplisce con la fantasia alla mancanza di informazioni, ed ecco che Atlantide viene definita come una terra posta tra Europa e America e se la sua esistenza venisse provata concretamente condurrebbe alla soluzione di problemi che assillano il mondo della scienza.
Cominciamo col prendere in considerazione i rilievi fisici. Già nelle prime spedizioni oceanografiche effettuate nella seconda metà del secolo scorso si è potuto disegnare una carta dei fondali atlantici. Nella zona centrale questi risultano attraversati da catene di montagne sottomarine, le cui cime più alte emergono tuttora alla superficie e costituiscono gli arcipelaghi delle Azzorre e delle Bermude. Questa grande catena è coperta di detriti vulcanici; sedimenti raccolti in un punto alla profondità di 3000 metri presentano la struttura vetrosa ed amorfa che caratterizza le lave vulcaniche quali si formano alla superficie. Se fossero sgorgate sott’acqua, a causa della enorme pressione esistente a quella profondità, si sarebbero infatti conformate diversamente, assumendo una struttura cristallina e metamorfica. Questo ed altri fatti portano alla conclusione che sul fondo dell’Atlantico potrebbe esistere un continente sommerso, un continente che si estenderebbe a sud delle coste britanniche, fino alle coste dell’Africa, in direzione obliqua rispetto all’America Meridionale.
È un’ipotesi sostenuta in particolare da alcuni studiosi russi. Si afferma che l’esistenza di Atlantide, e non occorre citare le fonti, non è impossibile, né inaccettabile dal punto di vista geologico. Sondaggi effettuati nella parte settentrionale dell’Oceano Atlantico potrebbero rivelare in profondità rovine di edifici ed altri resti di una civiltà antichissima.


 

  


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