Nellestate del 98 la sezione monticiana dellArcheoclub ha partecipato
ad una campagna di censimento e di rilievi topografici sul versante sud del vulcano
castellano in collaborazione con la sovrintendenza archeologica e con altre associazioni
tra cui il gruppo archeologico larianese, il G.L.R.S. di Albano e lassociazione
Vulcano. Il lavoro tendente alla catalogazione di tutti i resti presenti sulla cresta
denominata dellArtemisio è ancora da portare a termine essendo la zona, come del
resto molte altre dei castelli, ricchissima di materiale archeologico. In una di queste
domeniche riservate alla pulizia di quelle cavità ipogee presenti nel versante del
maschio dAriano, ebbi loccasione di incontrare un personaggio alquanto
singolare, venuto fin lassù per partecipare con noi alle riflessioni che quelle cavità
ci inducevano. Ci trovammo daccordo su alcune questioni di fondo ed entrammo ben
presto in sintonia, soprattutto perchè riconoscemmo entrambi che Virgilio, nella sua
celebre opera lEneide, scrisse non poche bugie, allo scopo di rispondere
allesigenze del suo mecenate, a tal punto che poco prima di morire esortò alcuni
amici a dare fuoco alla sua opera in quanto menzognera e prezzolata.
Il signore conosciuto in quelloccasione è Michele Bettini il quale mi promise una
copia del suo manoscritto che in verità non ho mai ricevuto. La sorte però a volte pone
rimedio. Quando gli amici di Controluce mi hanno proposto di dare uno sguardo ad un libro
per stralciare qualcosa da pubblicare, con mia grande sorpresa mi sono accorto che si
trattava proprio del manoscritto di Bettini, e così sono riuscito a soddisfare quel
desiderio di qualche anno prima.
Il suo scritto, devo riconoscere, è molto interessante e comunque ripropone in maniera
forte il fatto che nulla sappiamo o quasi di quelle popolazioni chiamate latine che
abitarono un tempo antico le nostre terre. È sempre lo stesso concetto: se non indaghiamo
seriamente in senso archeologico non riusciremo mai a svelare i segreti affascinanti di
quelle antiche popolazioni. Ma ora lasciamo la parola, anzi la penna, a Michele,
scegliendo dal suo manoscritto il capitolo che tratta il segreto dei segreti: La mitica
Atlantide.
GdA
di MICHELE BETTINI
Ciò che segue è quanto resta di una tesi proposta, circa 20 anni fa,
sopra una rivista di fantascienza, da un personaggio, Gianfranco Battisti, che non ho
avuto occasione di conoscere. Forse era uno pseudonimo? Certamente era ben documentato e,
nonostante mostrasse di aver letto molto, non si faceva vincere dalla tentazione di fare
il ciarlatano, brutto vizio in genere di chi si occupa di cose insolite. Il pezzo tuttavia
non mostra di essere frutto di qualche seria ricerca ad angolo giro.
«Benché siano molte e grandi le imprese compiute dalla nostra città, una cè
che tutte le supera per grandezza e valore. I nostri libri narrano come voi Ateniesi
distruggeste una potente armata che, partita dalloceano Atlantico, invase
insolentemente lEuropa e lAsia. Questo mare, infatti, era allora navigabile.
Cera unisola situata di fronte allo stretto che voi nella vostra lingua
chiamate le colonne dErcole. Questisola era più grande della Libia e
dellAsia messe insieme ed i navigatori potevano allora passare sulle altre isole e
dalle isole a tutto il continente opposto
Ora in questisola Atlantide si era
stabilita una grande e meravigliosa potenza regale che dominava su tutta lisola e su
parecchie altre e su varie parti del continente. Per di più, nei nostri paesi si
estendeva nella Libia fino allEgitto ed in Europa fino alla Tirrenia.»
Con queste parole di Platone nasceva,
oltre 2000 anni or sono, uno dei più
appassionanti misteri della storia umana: il mistero che permane tuttoggi non
risolto, e vale a ricordare a noi, uomini alle soglie dello spazio, quanto poco sappiamo
ancora del nostro stesso pianeta.
Esistette veramente unisola chiamata Atlantide? Unisola che fu la culla della
prima civiltà, cancellata dal nostro mondo in una sola notte ad opera degli dei irati? E
se ciò avvenne, quando fu, e dove? E ancora; esistono prove attendibili di questi
avvenimenti?
Sono domande che sembrano destinate a rimanere senza risposta, lasciandoci
nellinterrogativo non certo drammatico, ma comunque affascinante se
prestare fede o meno al filosofo greco, unica fonte diretta di conoscenza
sullargomento. (N.B.: Diciamo unica fonte in assoluto).
Occuparsi dellAtlantide, è un lavoro poco redditizio. Scarse e dubbie le
informazioni, si rischia di coltivare un mito, unillusione in cui la nostra fantasia
eccitata tende a rifugiarsi. Il mito delletà delloro si confonde nella mente
con quello del successo personale, della fama immensa che certo premierebbe colui che
riuscisse a gettare luce nel buio; e quella che era iniziata come una ricerca scientifica,
o pseudo tale, si trasforma non di rado in un lavorio di adepti, iniziati ad un fantastico
quanto assurdo culto del passato. È spesso unattività da visionari, dunque
tramandatasi entro conventicole misteriose, e come tale è stata accolta finora dalla
scienza ufficiale. Pure questi sognatori devono essere ben molti, se nel solo Nord America
esiste ormai tutta una letteratura sullAtlantide, forte di qualcosa come 100.000
testi! Daccordo, in nessun paese come negli Stati Uniti si è propensi a dar credito
ai fenomeni più strani: vi si contano a decine di migliaia i cultori dei cosiddetti
«studi fortiani» (così denominati da Charles Fort, il più famoso catalogatore di fatti
strani, quali dischi volanti, piogge di rane, ecc.) e non dimentichiamo che la stessa
Società Teosofica, la quale fa dellAtlantide il punto di partenza per una
storiografia dellumanità, in aperto contrasto con le più recenti scoperte
scientifiche, fu fondata a New York. Ciononostante, resta il fatto che qualcosa da
scrivere si è sempre trovato, e su circostanze non sempre campate in aria, anche se la
fantasia degli autori si è presa qualche libertà nel collegarle. Ci sembra quindi che
valga la pena di riassumere quel poco di certo che si sa sullargomento, cercando di
giungere ad una conclusione obiettiva, capace di soddisfare, se non il più pignolo degli
studiosi, almeno luomo della strada.
Perno di tutte le indagini sono i due «dialoghi» di Platone: il Timeo ed il
Crizia.
Il primo problema da risolvere è quindi linterpretazione di questi testi, al fine
di chiarire cosa lautore intendesse effettivamente comunicare. Si può infatti
credere ad un Platone storiografo, il quale narrasse di fatti antichissimi giunti
fortunosamente al suo orecchio. È questa lopinione che più sollecita il lettore
sprovveduto, tanta è la cura posta dallautore per ancorare alla realtà la sua
narrazione (che trabocca letteralmente di nomi, cifre, misure). E si può pensare invece
che lAtlantide costituisca soltanto un abile espediente escogitato dallautore
per esaltare le gesta passate di Atene, sua patria, che stava allora attraversando un
periodo di decadenza.
Bianco e nero che sia il nostro verdetto, la chiave dellenigma sta tutta qui: in
entrambi i casi, infatti, Platone deve aver attinto a leggende del suo tempo, ma se
dobbiamo dar credito alla seconda interpretazione, i particolari che rendono così
avvincente il racconto, risulterebbero frutto di una fertile fantasia, ed il mistero, se
di mistero si può ancora parlare, quando di esso rimanga il solo nome di Atlantide, che
affiora di tanto in tanto da antichi testi, verrebbe a farsi ancora più fitto. Se il
ricordo di questa mitica terra era già confuso 24 secoli or sono, appare anzi ben vana
ogni speranza di ritrovarne delle tracce tangibili ai nostri giorni.
Vediamo quindi di «ragionare per assurdo», come fanno i matematici, partendo
dallipotesi vera o falsa, ancora non lo sappiamo che quanto Platone ha
scritto corrisponda a realtà. Riepiloghiamo i fatti: nel Timeo, Platone introduce
quale interlocutore Crizia; questi narra come Solone, durante un colloquio con un
sacerdote egizio (si tratta di fatti risalenti a due secoli prima) abbia appreso la storia
di Atlantide. Giunto alla città di Sais, Solone si sarebbe reso conto che i sacerdoti del
luogo sapevano molte cose sulla storia passata, spesso ignota alla più recente cultura
greca. Per spingerli a parlare, si mise quindi a raccontare quanto di più antico i greci
conoscevano, cioè i miti di Niobe (lAdamo dei greci) e del Diluvio universale,
catastrofe da cui si sarebbero salvati, secondo la leggenda, soltanto Deucalione e Pirra.
Tuttavia non vè certezza del diluvio e non vè memoria dello stesso presso
altri popoli, per esempio i Celti.
Alludire queste storie, uno dei più vecchi sacerdoti si alzò a rispondere che i
greci erano un popolo giovane di anima, in quanto non avevano alcuna tradizione veramente
antica; lo dimostrava il fatto che essi conservavano memoria di un solo diluvio, mentre vi
erano state più volte stragi gigantesche di uomini, avvenute per volontà degli dei
Non appena un popolo raggiunge la civiltà ed apprende le lettere, aggiunse il sacerdote,
su di esso si abbatte il diluvio, il quale spazza via ogni cosa e risparmia soltanto gli
illetterati. Ciò spiega il fatto che allorquando i superstiti riescono ad edificare
unaltra civiltà, il ricordo di quei tragici avvenimenti si sia ormai perduto. Per
tale motivo, aggiunse legiziano, nemmeno gli ateniesi ricordavano più lo splendore
passato della loro città. Secondo quanto tramandavano i libri sacri di Sais, infatti,
circa 9 mila anni prima (grosso modo attorno al 9500 a. C. !) Atene avrebbe sconfitto gli
atlantidi, salvando dallinvasione Europa ed Asia. Cosa questa che è assai poco
credibile, ovvero estremamente improbabile.
«Ma nel tempo che seguì, ebbero luogo grandi terremoti e inondazioni. E in un solo
giorno, in una sola notte fatale, tutti i vostri guerrieri furono inghiottiti in una sola
volta dalla terra scoperchiata, e lisola Atlantide disparve sotto il mare.»
Il racconto di Platone continua nel Crizia, dove sono riportati dati più precisi e
circostanziati sul continente perduto. Il mitico paese viene presentato come una specie di
utopia: abitato da una stirpe discendente da Poseidone (dio del mare); diviso in dieci
province rette da altrettanti sovrani che governavano «con saggezza e giustizia».
Era una terra meravigliosa sulla quale il filosofo greco ci tramanda notizie circa la
conformazione del suolo, leconomia, gli ordinamenti politici e militari, la flotta
ed altri argomenti ancora. Accenna pure alloricalco, il metallo unico al
mondo (oggi sconosciuto, tanto che si pensa si trattasse di una lega) che si estraeva
dallisola.
«Ricchi di tutti questi doni che la terra prodigava loro, gli abitanti costruirono
templi, palazzi, porte arsenali, e abbellirono la rimanente regione. Fabbricarono ponti
per consentire il passaggio tra la reggia e la regione circostante....; lisola dove
si trovava la reggia aveva un diametro di cinque stadi. elevarono muraglie con pietre
intagliate di colore bianco, nero, rosso, ottenendo un giocondo gioco cromatico. E
rivestirono di bronzo, a guisa di vernice, tutto il percorso del muro della cinta interna
e doricalco dai riflessi di fuoco quello della stessa acropoli.»
Sulla scorta di codeste pagine, i cultori di studi esoterici si sono lambiccati il
cervello per secoli, nel tentativo di dimostrarne la veridicità. Scrive ad esempio il
francese Dévigne: «Come il mondo romano fa da ponte, tra il mondo antico e il mondo
moderno, così la civiltà atlantica fa da ponte tra la preistoria e le prime civiltà.»
Per codesti ed altri studiosi Atlantide è veramente esistita, ma tutte le loro cosidette
«prove» sono discutibili.
Le discipline che si occupano del passato delluomo presentano ovviamente molti
misteri insoluti. Via via che si indietreggia nel tempo le nostre conoscenze si fanno
sempre più scarse e frammentarie, sicché risulta oltremodo difficile, se non
impossibile, ottenere un quadro preciso su certi aspetti dellantichità. La mente
generalmente supplisce con la fantasia alla mancanza di informazioni, ed ecco che
Atlantide viene definita come una terra posta tra Europa e America e se la sua esistenza
venisse provata concretamente condurrebbe alla soluzione di problemi che assillano il
mondo della scienza.
Cominciamo col prendere in considerazione i rilievi fisici. Già nelle prime spedizioni
oceanografiche effettuate nella seconda metà del secolo scorso si è potuto disegnare una
carta dei fondali atlantici. Nella zona centrale questi risultano attraversati da catene
di montagne sottomarine, le cui cime più alte emergono tuttora alla superficie e
costituiscono gli arcipelaghi delle Azzorre e delle Bermude. Questa grande catena è
coperta di detriti vulcanici; sedimenti raccolti in un punto alla profondità di 3000
metri presentano la struttura vetrosa ed amorfa che caratterizza le lave vulcaniche quali
si formano alla superficie. Se fossero sgorgate sottacqua, a causa della enorme
pressione esistente a quella profondità, si sarebbero infatti conformate diversamente,
assumendo una struttura cristallina e metamorfica. Questo ed altri fatti portano alla
conclusione che sul fondo dellAtlantico potrebbe esistere un continente sommerso, un
continente che si estenderebbe a sud delle coste britanniche, fino alle coste
dellAfrica, in direzione obliqua rispetto allAmerica Meridionale.
È unipotesi sostenuta in particolare da alcuni studiosi russi. Si afferma che
lesistenza di Atlantide, e non occorre citare le fonti, non è impossibile, né
inaccettabile dal punto di vista geologico. Sondaggi effettuati nella parte settentrionale
dellOceano Atlantico potrebbero rivelare in profondità rovine di edifici ed altri
resti di una civiltà antichissima.