Anno VIII numero 11 – novembre 1999

  

 RACCONTO

Joycismi protosenili

Dèi possenti, Muse dell’Olimpo
ascoltate la mia preghiera:
fate che il mio dolore si trasformi in poesia!
Possa essa purgare l’anima e darmi pace...
e il suo canto condurmi, infine, oltre il Lacus Avernus...
I Mani mi attendono!
(Anonimo del III a.C.: De rerum natura)

di SERGIO MARIA FAINI
Illustrazioni di ROBERTO PROIETTI

Sai come succedono queste cose: succedono sempre quando meno te l’aspetti; a esempio, nel momento che stai pensando ad altro; o mentre stai semplicemente Acquerello e pennarello su cartariposando da una giornata impossibile; o quando stai distratto, rimuginando più o meno intensamente un tuo fatto, magari accaduto tempo fa. Se in quel momento tu stessi già soffrendo non accadrebbero, chissà perché? Chissà per quale aliena volontà, irrazionale o razionale, non si aggiunga mai disgrazia a disgrazia in modo naturale, nelle condizioni che tu le possa sopportare e affrontare come un qualsiasi altro fatto del tuo tragico quotidiano.
Accadono sempre quando meno te l’aspetti e sempre annunciati da strane sensazioni, un misto di premonizione e di scaramantica rappresentazione.
È proprio allora che per una sorta di magia, per un sesto senso, improvvisamente… drin… sai che ti riguarda, drin… hai la certezza che non è una buona notizia, drin… non sai cosa ti giungerà dalla telefonata, ma riconosci dal suono –come se esso si rivolgesse a te– che è per te e per te solo, e non sarà una notizia che ti farà piacere.
Se l’uomo fosse stato consapevole di questi accadimenti e avesse ascoltato sempre, sin dai tempi remoti, questo tipo di presagi sarebbe senz’altro arrivato alla soglia della felicità e si sarebbe risparmiato della inutile sofferenza!
Ho pensato spesso, nel constatare il ripetersi di questi eventi, di possedere il dono della veggenza, o meglio di possederlo occasionalmente, tanti sono stati i fatti eccezionali che ho previsto o intuito che, a breve tempo, si sono poi manifestati. Ma sono stato anche il primo a non credere all’autovaticinio che mi si offriva per educarmi, per avvertirmi, per mettermi in guardia dall’evento in nuce e salvarmi dall’accidente potenziale che si sarebbe abbattuto su di me, di lì a poco, se mi fossi intestardito a seguire quella tal via o quel tal altro desiderio.
Drin… «Pronto? Ciao, come stai?» E si prosegue per qualche minuto.
Non è per me!
La sensazione però permane limpida, costante, forte e sostanzialmente neutrale, ossia senza agevolarti con ulteriori suggerimenti che possano in qualche modo venirti incontro, darti soccorso, ed evitarti la sciagura che incombe su di te.
«Sì, adesso te la passo!»
Ancora, «Ciao, non avevo capito che fossi tu… come stai?» E via di seguito con i soliti discorsi di circostanza e convenevoli vari, che fanno sembrare a coloro che ascoltano, nei pressi, che la persona al telefono non abbia un motivo particolare, ma che abbia chiamato per fare quattro chiacchiere in libertà.
Non è per me, decisamente!
Forse è una persona che conosco? Chi sarà? Bah!
Il disturbo persiste nonostante abbia la dimostrazione, dalle parole scambiate, che la telefonata non sia per me e che, comunque, non debba preoccuparmi.
Mi distraggo, cerco di riprendere il filo dei miei
pensieri. Seguo però il discorso a tratti, per riconoscere l’ignoto interlocutore telefonico. Dopo un po’, scopro che è una interlocutrice dai pronomi messi in gioco nel colloquio.
Ma chi sarà costei? Ancora non l’ho riconosciuta.
Attendo ansioso, più che curioso, l’evolversi dei fatti nella spiacevole condizione di colui che non riesce a soddisfare l’impellente bisogno di comprendere, in questo caso di riconoscere, che si trova nello stesso tempo nell’incapacità di attutire o di risolvere quell’ansia sottile che pervade tutto il corpo.
Per alcuni secondi Acquerello e pennarello su cartami si sconvolge l’ordine logico delle risposte agli stimoli interiori: chi è? perché sento ciò? Non so se debba prima cercare, in qualche maniera, di conoscere l’identità della persona o debba, invece, dedicare l’attenzione alla riparazione del guasto interno, alla neutralizzazione dell’ansia, che va trasformandosi in dolore allo sterno. Perché? Chi è? Cosa sta succedendo? È una di quelle premonizioni birbanti che si insinuano, ben sapendo che non saranno riconosciute come realtà e che non saranno prese in considerazione?
Ma qual è la realtà?
È ciò che sento di sconosciuto e d’imponderabile che sollecita il mio autismo o è invece la rappresentazione degli eventi elaborata dalla ragione?
Provo a riascoltare nella memoria il trillo del telefono.
Drin… drin… drin…
Identica impressione: la telefonata mi riguarda!
Chi è? Perché mi telefona? Cosa dovrò affrontare? Cosa sarà successo?
In una frazione di secondo esamino l’intero panorama dei miei rapporti con il mondo, selezionando, per ordine di gravità, le eventuali catastrofi che si potrebbero rovesciare su di me, cercando di tranquillizzarmi, di recuperare la normale centralità per affrontare l’evento sconosciuto, che mi coinvolgerà –ormai ne sono certo– e che mi farà soffrire.
Nuova sofferenza, nuovo dolore!
Non ci si abitua mai!
Si ha sempre paura di nuove afflizioni, ci si sente perduti davanti alla sola ipotesi di nuove pene, non si raggiunge mai il giusto distacco verso l’evento ignoto o verso ciò che si tende a chiamare «proprio destino» o fato.
«Ciao! A presto! Se non ci incontriamo prima, buone vacanze! Sì, va bene, a presto! Sì, ora te lo passo!»
«Vuole salutarti Matelda, prendi la comunicazione.»
Quanto tempo si può impiegare per fare questa operazione in un ambiente piccolo come quello di una casa moderna? Tre o quattro secondi…? Sono troppi…! Trovandomi, in quella circostanza, nei pressi in attesa di riconoscere l’interlocutrice sconosciuta.
A me sono sembrati un’eternità! Un tempo infinitamente lungo.
Ho preso la cornetta: «Ciao… cosa mi dici di bello?»
L’illusione trova sempre il suo spazio, in qualsiasi situazione. Noi sappiamo, ma rifiutiamo di sapere e recitiamo la commedia nella speranza di ribaltare l’evento disgraziato ed essere miracolati all’ultimo momento.
Abbiamo –nonostante l’età, la cultura, l’esperienza di vita, e nonostante quel certo sangue freddo che manifestiamo davanti alle azioni che si presentono difficili o pericolose– sempre paura, sì paura o, addirittura, terrore verso il nuovo, ciò che si palesa inaspettatamente o senza segni riconducibili al conosciuto, all’esperito.
«Cercavo te… ho telefonato perché volevo parlare con te. Ora non so da dove cominciare… non so come dirtelo…» pausa, pausa lunga, voce tremula, respiro alterato, poi, come se avesse richiamato tutte le forze più profonde… «ho incontrato una persona, verso la quale sto provando sentimenti che da tempo non provavo più… te lo volevo dire… ma per telefono non posso spiegarti… ne riparleremo a voce.»
Ed io come un ebete: «Ah! Bene, molto bene…! Verrai al mare domenica…? Ti farai vedere…? Capisco, non hai molto tempo! Ah… le ferie le avrai in agosto. Certo, mi rendo conto… sì, diventa difficile, con il tempo, conciliare tutte le esigenze. Bene! molto bene…! Buona fortuna! Sì, arrivederci… ci vedremo in seguito. Va bene ciao! Ciao… a presto!»
Si dice spesso che si provino, in certe circostanze, sensazioni particolarissime e indescrivibili, di improvviso vuoto, di stupore eccessivo… come se il mondo ti crollasse addosso!
Credo che sia vero, che si possano sperimentare attimi infiniti, durante i quali si perde il senso della realtà, dell’orientamento interiore. Non si ricorda chi siamo, cosa stiamo facendo, dove ci troviamo e perché. Crolla tutto, il mondo esterno con i suoi riferimenti concreti, il mondo interno con le nostre certezze di esseri pensanti.
Forse questo è il vuoto, il niente, il non essere.

Il vuoto… sensazione del nulla… Parmenide, Nietzsche, il nostro contemporaneo Severino e… chissà quanti altri hanno cercato di affrontare con la speculazione filosofica il non essere, il niente.
Forse sono partiti proprio da una vicenda personale, privata, vissuta intimamente, in un momento qualsiasi della loro vita e hanno indagato, nell’ambito della coscienza, dopo lo stupore, dopo l’angoscia –che rimane come sottofondo all’evento, come un’atmosfera diffusa intorno a te– con lucidità di pensiero, con tenacità, elevando l’evento alle dimensioni dei temi universali, cercando di comprendere i perché, i per come di quella peculiare condizione che chiamiamo di vuoto, di annientamento completo del proprio Sé, fino ad avvertire di non essere!
Forse il comprendere è l’unica attività umana inevitabile e insostituibile, come se fosse l’essenza sottile del respirare. Se si smette di respirare si muore. Il respiro si può controllare, rallentare, ma non si può spegnere completamente per più di pochi minuti.

Io sapevo, ma non l’avevo accettato!
Lo avevo sentito dentro già da qualche tempo, ma, non accettandolo, rimuovevo continuamente e con pertinacia ogni segnale di avvertimento.
Ora il caos, quel turbinio d’immagini incontrollabili che invade l’anima scuotendola nelle profondità, distruggendone ogni riferimento razionale o fideista, che paralizza ogni intervento istintivo teso a impedire la devastazione e la violazione totale delle tue credenze. Passato, presente, futuro si confondono in un magma caldo di pensati in ebollizione. Il calore si manifesta in ogni tua particella fisica… calore, febbre… tutto brucia e tu sai che non puoi far nulla… sei impotente all’interno dell’edificio che si sta sgretolando violentemente, fondendo nel fuoco, nel calore, nella febbre ogni sentimento, ogni volizione, ogni aspirazione.
«Non pensavo di potermi innamorare di te… era una cosa impossibile… sì, ora so cos’è questo dolore allo stomaco» ti amo ti amo ti amo ti ho sempre amata ti ho sempre amata silenziosamente nascostamente «sì, ti ho sempre sentito vicino nei momenti difficili della mia vita… ma come potevo pensare che un giorno mi sarei potuta innamorare di te… era tanto lontana questa immagine dalla realtà possibile» non sarai più sola ad affrontare la dura quotidianità ti sarò sempre vicino sempre vicino sempre vicino vorrei baciarti vorrei baciarti baciarti baciarti «te l’avrei chiesto io, se tu non mi avessi anticipata» canterò questo amore impossibile con ogni mezzo con ogni mezzo poesia… scritti… tutto il mondo deve sapere… deve sapere del nostro amore disgraziato… disgraziato… disgraziato «sì, ti amo… vorrei chiamarti amore mio, ma non sei mio… non sei mio… mio… mio… sì, se tu fossi libero mi unirei con te… starei con te» tu sei libera… libera… libera… un giorno mi dimenticherai per un altro… per un altro… un altro… la tua libertà mi è sacra… sacra… ti amerò sempre… sempre… sempre e comunque «dobbiamo interrompere di vederci… interrompere… di vederci… perché altri ne potrebbero soffrire… soffrire» non è giusto…! non l’abbiamo cercato noi… è accaduto… il destino ha lavorato nel tempo… nel tempo… «il ricordo di quel bacio… quel bacio dolcissimo… sì, è amore… ti amo… sì, ti amo… e per questo non ci dovremo più vedere…! più vedere» perché…? perché…? perché maledizione! quale colpa dobbiamo ancora scontare…? «nel mio cuore tu hai un posto riservato… è tuo… solo tuo… e nessuno potrà occuparlo…!. ma devi trasformare questo sentimento in qualcosa più elevato… più elevato… sì, devi elevarlo… sublimarlo… interiorizzarlo… solo così potrà rimanere eterno!» ma che dici…? sono una persona… una persona di carne e voglio un amore normale… individuale… non olistico… me ne frego del mondo… del tutto… e di tutti… dell’amore olistico… voglio l’amore di una donna per un uomo… una donna… e un uomo… un amore umano… concreto… appassionato! «non ci è dato in questa esistenza… non ci è dato oggi… forse in un’altra… in una futura… chissà!»
mi ami ancora… mi ami sì o no…? rispondi mi ami ancora? «… sì… sì… ma in modo diverso… perché non capisci…! non capisci!»
devi venire… dovete venire… sai quanto è importante per me la tua presenza… la vostra presenza!
«come stai?»
come sempre… sono in balia della malinconia… dei ricordi… di quel bacio indimenticabile… faccio del mio meglio… perché ho promesso… ho promesso… di rispettare la tua volontà… tu sei libera… la tua libertà mi è sacra…! sacra maledizione! vorrei dimenticare… ma non riesco… forse non voglio… non riesco o non voglio… perché? maledizione!
«cosa fai?»
nulla… più nulla… mi manchi molto, sai…? da morire! una malinconia… un dolore dentro… continuo… e una nostalgia insopportabile… maledetto destino! a chi concedi tutto… e a chi non dai niente… niente… sempre niente!
«come stai?»
come sempre… prigioniero della mia solitaria sofferenza… nella mia cruda e fredda realtà… sempre più insopportabile!
«devi dimenticare…! devi dimenticarmi… sì! devi superare questa condizione… ritornare l’uomo che eri… che stimavo… al quale sono stata sempre affezionata!»

non posso…! sono cambiate tante cose… sto diventando vecchio…! e non sono più capace più di ricominciare… ricominciare a sperare nel mondo… negli uomini… in una donna… o in altro!

«cercavo te… ho telefonato perché volevo parlare con te… non so da dove cominciare… non so come dirtelo… ho incontrato una persona, verso la quale sto provando sentimenti che da tempo non provavo più… te lo volevo dire… ma per telefono non posso spiegarti… ne riparleremo a voce»

Drin… drin… drin…


 

  
Per l'intero numero in versione pdf clicca su: Versione PDF


no copyright © photo club controluce