Sommario anno X numero 7 - luglio 2001

ARTE - pag. 09


Caprichos di Goya

di Luca Ceccarelli

Francisco Goya y Lucentes, PintorFrancisco Josè Goya iniziò i suoi Caprichos nel 1797, quando era a Saragozza per affrescare la Cattedrale (lavoro che lasciò peraltro incompiuto) e terminò la serie (ottanta acqueforti) nel 1799. Da allora ne sono state fatte un’infinità di riproduzioni, una delle quali è stata messa in mostra dalla Galleria Il Narciso di Roma, in via Laurina (l’esposizione prosegue fino al 15 luglio). Buona idea degli espositori è stata quella di pubblicare, accanto ad ogni capriccio, il relativo commento del pittore che si conserva manoscritto, tradotto in italiano.
Rispetto ad altri cicli pittorici di Goya, è molto più marcata qui la vena moralistica: il bersaglio del pittore è la superstizione, l’avidità, la vanità umana. Tuttavia, il grande artista non si limita a farsi da fustigatore dei costumi viziati, suoi bersagli sono anche la superstizione e le credenze irrazionali.
L’acquaforte n° 3, ad esempio, si intitola Que viene el Coco, "arriva l’uomo nero": una madre seduta, avvolta nell’ombra, cinge a sé i suoi due bambini che gridano atterriti alla vista di un uomo incappucciato, "el Coco", appunto. Ma chi è stato ad evocare questa presenza, se non la madre, con le sue continue minacce? Il commento di Goya è, infatti: Triste abuso dell’educazione infantile. Fare in modo che un bambino abbia più paura dell’uomo nero che di suo padre, ed obligarlo a temere ciò che non esiste. Nel cogliere dal vivo una scena di vita quotidiana, Goya ci fa riflettere sul potere evocativo, decisamente magico della parola: fantasmi, "uomo nero", streghe, arrivano soltanto se evocati dalla parola umana.
Oltre alla fanciullezza, un posto importante ha nei capricci di Goya la vecchiaia: frequentemente appaiono vecchie dall’aspetto poco raccomandabile, di ruffiane ed ex meretrici rivolte a traviare le giovani (che da parte loro, va detto, risultano ben contente di farsi traviare). C’è inoltre il capriccio 30 Porque esconderlos in cui un vecchio incartapecorito tiene stretti a sé sacchetti di monete sonanti, mentre degli altri individui intorno ridono di lui, e il pittore spiega: la risposta è facile. La ragione è perché non vuole spendere e non li spende perché ha già 80 anni e non può vivere un altro mese, tuttavia ha paura di morire e non avere denaro. Così sbagliati sono i conti dell’avarizia. Per questo vecchio, i suoi ori sono come un bambolotto di pezza per un bambino. E c’è, ancora, il numero 55, Hasta la muerte, il cui titolo altisonante contrasta con il soggetto, in cui una donna di settantacinque anni, tutta rugosa, siede davanti allo specchio e sta indossando una cuffia poco consona alla sua età, tra la degnazione dei convenuti. Spiega il pittore: fa molto bene a farsi bella. E’ il suo compleanno; compie 75 anni e verranno le sue amiche a trovarla. Questa vecchia vive già in quella che oggi chiamiamo la "società dell’immagine".
Que se la llevaronCeleberrimo il capriccio n° 43, che porta il titolo Il sogno della ragione produce mostri: probabilmente perché suona come una sentenza, che al declinare di quel secolo, e lungo i due secoli successivi è stata spesso citata, non senza ragione, ma dimenticando forse spesso che se è vero che il sonno della ragione produce mostri è anche vero che la costrizione della fantasia, e della passione, procura all’umanità una serie di penose controindicazioni.
Goya questo lo sapeva, se leggiamo il suo commento troviamo scritto: la fantasia abbandonata dalla ragione produce mostri impossibili: con essa è madre delle arti ed origine delle sue meraviglie.
Una serie dei capricci sono dedicati a streghe e folletti. Sicuramente ci sono i fantasmi della mente dell’autore, come anche un corposo bagaglio della pittura precedente e della tradizione ormai lunga delle acqueforti.
In questa fase dei caprichos si entra nel surreale, sempre con molta ironia. Si prendano i folletti di Duendecitos (42): si tratta di esseri dall’aspetto decisamente grottesco, ma l’artista ne scrive in questi termini: allegri, servizievoli; un po’ golosi, amici di chi fa le burle; ma piccoli e galantuomini, si tratta di divinità benigne che evidentemente Goya riprende dalla tradizione popolare. In Volaverunt (61) una giovane e bella donna si libra nel cielo, sostenuta da streghe, ma Goya spiega che il gruppo di streghe che serve da sostegno alla bellissima donna, più che una necessità è un ornamento. Ci sono teste tanto piene di gas infiammabile che non hanno bisogno per volare né di pallone né di streghe. Personalmente, devo dire che sono la parte del ciclo che maggiormente ho apprezzato, per la sua capacità, di immettere l’ironia in un contesto orrido. Oggi questa tendenza si da più per scontata, ma all’epoca era tutto da inventare, e da mettere in discussione.


Sommario anno X numero 7 - luglio 2001