Utopia
e Brigate Rosse
(Vincenzo Andraous) - Sono in questo recinto di filo spinato
da tanti anni, ho conosciuto per mia scelta irresponsabile la violenza
della teoria e l’illusione morta della pratica. Nella mia mente c’è
indelebile il rumore sordo delle nocche infrante sulle labbra, negli occhi
il sangue colato a fiumi. Tanti anni trascorsi a sopravvivere, tanti
giorni in fila per tre, senza domani, atomizzati dal delirio di
onnipotenza, in miserie vissute a piene mani. Ora e nuovamente avanzano
antichi spettri in risoluzioni strategiche, pagine scritte di panico
bianco, poi d’improvviso la scia del sangue nel delitto D’Antona.
Mi sono costretto a riprendere in mano il mio ultimo libro da poco
pubblicato, a sfogliarne lentamente le pagine, a rileggerne le parti che
riguardano il mio pezzo di carcere vissuto nell’incontro con le Brigate
Rosse. Ho ritrovato intatto l’urto di un’incoscienza che non conosce
timore dei dazi da pagare, ma che poi sono venuti con il fragore del ferro
e del fuoco. Come una fotografia impolverata dal tempo, lo sguardo della
memoria mi riporta al carcere dell’Asinara, alla cella buia in cui fui
chiuso, agli altri miei coinquilini per la prima volta diversi da me,
diversi perché detenuti politici.
La sensazione di aver di fronte dei sognatori che tentavano di spiegarmi i
loro ideali, così naturali nel loro mondo-universo-umanità, persino in
quella mia stessa disumanità che ci faceva stare insieme e ci illudeva di
renderci più umani. Un sogno disegnavano, un sogno maledetto che non si
sarebbe mai potuto avverare.
A quei tempi io ero un rapinatore, un detenuto comune, ai loro occhi una
vittima del capitalismo e di quel potere statuale che combattevano.
Sorridevo sornione allora e sorrido amaro ancor oggi, perché non mi
consideravo affatto una vittima. Loro erano contro la proprietà privata,
io invece per difenderla ad oltranza, anzi per appropriarmene facendo
ricorso all’illegalità. Nel mio assolutismo subculturale, ritenevo
rivoluzionaria la mia ribellione, la quale altro non era che il mio
individualismo sotto vuoto spinto, e loro ne rappresentavano l’esatto
contrario. I poli opposti che convergono.
Ricordo il riferimento costante agli altri, il presupposto forte delle
masse operaie, la continua e martellante aggregazione all’ideologia, al
dogma, alla battaglia o meglio a una guerra costruita sullo scontro di
principi che non consentono mediazioni.
Libertà, libertà, libertà, si gridava nelle celle, aggrappati alle
finestre, stesi sul pavimento imbrattato di sangue. Libertà rincorsa come
una prostituta, una libertà priva di interdipendenza, di interrelazioni,
di consapevolezza di sbagliare, di ferire, di morire.
Di una cosa ero e sono convinto; sebbene alzassero il livello di scontro,
in cuor loro sapevano di essere e di rimanere degli sconfitti. In carcere
siamo tutti uomini sconfitti.
In questo presente ci si chiede se quanto sta accadendo è da addebitarsi
a un rigurgito di quel vecchio sistema che non può più tornare.
Ci si chiede se sono realmente le Brigate Rosse o qualche altro nucleo
combattente. Io invece chiedo a questo chicchessia a che prò?
Mi rendo conto di essere un perfetto incompetente, non ho nozioni da
trasmettere né specificità acquisite, non ho conoscenza diretta di
questo nuovo fenomeno, Non posseggo il dono della brillantanza né ho le
famose allucinazioni di Shining, ma scorgo ugualmente delle stranezze,
delle incongruenze, segnali concreti che sconsigliano il perpetrarsi di
queste follie, perché l’intorno reale non è quel reale inventato a
misura di chi si reinventa guerriero e paladino di una rivoluzione che non
esiste.
Oggi quelle masse operaie compatte e simpatizzanti di una giustizia
dell’ingiustizia, non sono più ben allineate e intruppate sul campo
delle ideologie. Oggi il consenso alla lotta armata è in disuso, è di
per sé fallimentare, oggi nessuno scende in piazza inneggiando alla
stella a cinque punte. Oggi non c’è più nell’aria quell’attimo
fuggente che si verificò in anni non remoti e che non fu mai colto dagli
stessi protagonisti in armi, e non per una sorta di ipnosi collettiva,
bensì per una precisa indecisione a portare a compimento un progetto
pensato e voluto, il quale solo nella teoria tutti coinvolse e sospinse
avanti, ma nella pratica marchiò solo alcuni come restauratori di una
nuova ecatombe annunciata e sottoscritta dalla storia.
Ci si chiede sono i vecchi? Sono i nuovi? Chi sono? Io non so chi siano, o
forse sono coloro che gridano da tanto tempo inascoltati e che per questa
nostra disattenzione faranno del male a sé stessi e agli altri. Si, forse
sono coloro che noi non vorremmo mai essere. A pensarci bene è
incredibile; sebbene dall’interno di un carcere, mi accorgo del divario
che li separa da un’umanità reale e vivificante, mentre loro così
racchiusi nelle certezze non s’avvedono dell’inganno che li coglie. Da
circa sei anni ho il privilegio di frequentare le Scuole, le Parrocchie,
le Università, di incontrare tanti giovani e studenti, e più volte mi
sono sorpreso nel constatare il vuoto di memoria delle nuove generazioni,
certo, una dimenticanza colpevole per un preciso momento storico del
nostro paese, della nostra storia recente, anzi recentissima. Per questa
assenza di memoria storica reputo doppiamente pericolosa la strategia in
atto.
I giovani non conoscono assolutamente il dramma degli anni di piombo, cosa
hanno significato quei teatri di guerra in termini di assenze eterne e di
paralisi riformistica.
Nelle classi, negli oratori, nelle università, ci sono plotoni e
reggimenti di giovani che non sono documentati né hanno voglia di
conoscere uno scenario che per loro è sepolto dal benessere e dal
successo da conseguire a tutti i costi. Proprio in questa osservazione che
volutamente ho generalizzato per meglio rendere visibile e l’inattualità,
e l’impossibilità oggettiva e soggettiva di un ritorno delle Brigate
Rosse, vi è intrinseca la solitudine suicida che attraverserà la recita
macabra di qualsiasi fantasma del passato.
Grossi e urgenti i temi affrontati da questi nuovi guerrieri in armi; la
questione sociale, il lavoro, l’americanizzazione europea, la guerra, la
disparità di opportunità ecc.
Problemi e conflitti che però potrebbero fuorviare tanti ragazzi confusi
dalle sconfitte interiori che ci portiamo dentro. Ragazzi disposti a tutto
pur di risultare presenze vive, pur di trovare risposte alle tante
inquietudini che li tormentano, travolgendoli.
In questa architettura sgangherata non risplende il sacrificio della
solidarietà, non sale alto il lamento di una generazione oppressa, in
questa nuova sfida non c’è profilo né ombra di antigoni itineranti,
c’è soltanto, e tutta intera, la colluttazione sorda di chi non sa
convivere con le scelte fatte in una terra ove non esista il Paradiso, e
giustamente dico io. Nel mio piccolo conosco il sistema e quando esso non
funziona, so perfettamente quanto può essere ingiusto e perverso al punto
da stritolarti se gli dai fastidio. Sì, lo so bene io, e ugualmente
ritengo che occorra darsi per ciò che siamo, per ciò in cui crediamo, e
ciò in forza della nostra capacità di contribuire dinamicamente e
correttamente a una comune umanità, tentando, sì, di spostare le assi di
coordinazione sociale, di modificare le stesse correnti di pensiero, ma ciò
non può significare il ritorno alla violenza, allo scontro frontale,
dapprima al diniego e in seguito al funerale del dialogo. La clessidra dei
secoli non s’è fermata, le parole non si riuscirà ancora una volta a
piegarle agli slogans, ai concetti di immagine, di contrapposizione
ideologica, di dottrine che non hanno più presa né scaltri consumatori.
L’araba fenice in questo senso non risorgerà.
Forse occorrerebbe riflettere su quegli anni di furore e di immense
tragedie, sull’ipocrisia storica “dell’avanzare o muori”, sì,
forse è necessario pensare a ciò che nel frattempo è intervenuto, agli
slanci in avanti ed ai percorsi di impegno e di riconciliazione, ai nuovi
rapporti duraturi e importanti instaurati nella nostra società. Forse è
il caso di ripercorrere le orme di quel ragazzo che innanzi alle spoglie
morte di suo padre, e poco lontano dal drappo con la stella a cinque
punte, seppe sussurrare con la voce rotta cos’è il dolore del perdono,
e facendolo si consegnò vicendevolmente.
Ora e ancora mani armate decantano inni e lodi alla rivoluzione, ora e
ancora ci saranno autorappresentazioni, o peggio autocelebrazioni, ma
nulla si potrà di allora, nulla si ripeterà di ieri. Soprattutto nulla
potrà ovviare alle grandi responsabilità che ci si assumerà nei
riguardi dei tanti ragazzi al palo della vita, di tanti coetanei e propri
simili con gli sguardi perduti e già stanchi a vent’anni. Un mio amico
filosofo un giorno mi ha detto; “guai a tradire se stessi e guai a
tradire gli altri”. A voi vorrei dire; non tradite voi stessi, tradendo
la possibilità di scegliere di tanti altri.
Un
lutto straziante nel Photo Club Controluce
(La redazione) - È morto in silenzio, in
linea con il suo carattere riservato, senza smorfie sul volto, e ha
lasciato sgomenti i suoi genitori Alberto e Rosaria e la sorella Miriam.
Italo Giovanni Crielesi era un ragazzo di 28 anni. Era un sognatore.
Amante del bello, della poesia e dei poeti inglesi in particolare. Un
altro amore era la musica. Scriveva poesie e testi delle canzoni che poi
suonava con la sua chitarra. E proprio con la sua chitarra fra le braccia
l’ha trovato la madre nella sua camera la mattina del 5 giugno. Un
aneurisma con arresto cardiocircolatorio lo aveva improvvisamente e
violentemente sottratto alla vita e all’affetto dei suoi cari.
Italo Giovanni era l’orgoglio di suo padre Alberto, da sempre nella
redazione di Controluce, ed a lui, alla moglie Rosaria e alla figlia
Miriam la redazione tutta rivolge un affettuoso e commosso abbraccio al
quale si aggiunge quello di tutti i soci del Photo Club Controluce.
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