Mostra
fotografica sui Marciapiedi di Roma
(Luca Ceccarelli) - Il Museo di Roma in Trastevere, in
Piazza Sant’Egidio, da non confondere con il Museo di Roma di Palazzo
Braschi, più grande e assai più ricco di materiale, è stato aperto
alcuni anni fa in un edificio che è stato per secoli un convento di suore
carmelitane, in cui per un certo periodo si stabilì, negli anni Settanta,
il nucleo originario della Comunità di Sant’Egidio. In questo spazio,
dove alcuni mesi orsono venne allestita, tra l’altro, la mostra dedicata
a Claudio Villa, è stata proposta al pubblico, tra il 4 giugno e il 6
luglio, un’esposizione di un’ottantina di fotografie in bianco e nero
scelte dall’archivio di Franco Di Giamberardino, fotografo di origine
abruzzere, che ha operato tuttavia sempre
a Roma, e conta tra i suoi estimatori Henri Cartier Bresson. Marciapiedi
di Roma, titolo della mostra, non rispecchia in modo completo i
contenuti dell’esposizione. Le fotografie, scattate con grande maestria
in un arco di tempo che va dalla metà degli anni Sessanta ad oggi,
ritraggono molte figure di barboni, alcune delle quali sono entrate nella
memoria collettiva, ma anche immagini di soggetto differente, come ad
esempio un grosso cardine di un vecchio portone ormai scardinato, o un
gatto accovacciato in una strada del quartiere di San Lorenzo, soggetto
immancabile nelle raffigurazioni di paesaggio di Roma.
Particolarmente interessanti sono alcuni scatti del 1975 all’interno del
Borghetto Prenestino, una baraccopoli che era nata negli anni Trenta a
seguito delle trasformazioni urbanistiche nel centro storico e si era
estesa nel corso dei decenni a seguito dell’immigrazione, fino al 1980
quando, per iniziativa della Giunta Petroselli, venne demolita. Qui Di
Giamberardino ha realizzato diversi ritratti di bambini, di cui colpisce
in modo particolare una, piuttosto sporca e malvestita, con occhi neri e
molto vivaci, intenta a mangiare un piatto di spaghetti in mezzo alla
strada.
Ci sono poi un cospicuo numero di scatti che ritraggono situazioni di
degrado umano molto profondo: l’alcolizzato, il pazzo dallo sguardo
fisso, il barbone steso su una panchina e coperto dal giornale, realtà
che l’occhio del passante di solito preferisce non guardare. Ma ci sono
anche scene più gioiose, come le due fotografie con la giovane e bella
zingara seduta al margine della strada con il suo bambino che ride
contento, o scatti che ritraggono una realtà in via di sparizione. Come
l’anziana portinaia davanti al portone di un condominio di San Lorenzo
(oggi è sempre più difficile trovare il portiere quando si entra in un
palazzo) o la vecchia che va a fare il bucato al lavatoio, nell’epoca
delle lavatrici, o il vetturino in Via Veneto, figura a cui anche Alberto
Sordi, recentemente scomparso, volle dedicare un suo film non dei più
conosciuti ma certamente di grande intensità: Nestore, l’ultima
corsa. |