|
Note
per una teologia del dialogo (3 - Uomo capace di Dio)
Renato Vernini - renverni@tin.it
Dallo scorso numero di maggio “Notizie in...Controluce”ospita
un breve corso di Teologia. In particolare si tratta di una riflessione di
base sulla teologia cattolica
più aperta ad un dialogo con le altre religioni ed i non credenti e che,
per i motivi che vedremo, chiamiamo teologia politica.
Non c’è alcuna pretesa di completare in dodici numeri tutto il
possibile della riflessione teologica (pretesa che sarebbe ridicola!) ma
lo sforzo di illustrare in ciascun articolo almeno lo schema di un
argomento, in maniera che il lettore possa seguire, il più agevolmente
possibile, il filo del discorso. Per forza di cose il linguaggio sarà il
più possibile lineare ed eviterà termini tecnici: ce ne scusiamo fin
d’ora con i più preparati, che, d’altra parte, non hanno bisogno
certo di questa introduzione alla teologia.
3.1 Uomo capace di Dio
Dire,
come abbiamo fatto nell’articolo precedente, che Dio, attraverso Gesù
di Nazareth, chiama l’uomo ad arrivare ai vertici della sua umanità,
divinizzandola, significa dire principalmente che questa umanità ha
raggiunto il suo vertice in Gesù di Nazareth (cfr. § 2.2).
Ogni uomo può scorgere il suo modello in Gesù, che è vero Dio, ma che
si è spogliato della sua divinità, assumendo la natura umana (Kenosi):
“non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; 7 ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e
divenendo simile agli uomini”(Fil. 2,6-7).
In Cristo, dice la tradizione cattolica, ci sono due nature (quella umana
e quella divina) in un’unica persona. Questo vuol dire che Gesù era un
uomo “vero”, uno che possedeva le conoscenze di un uomo del tempo
(magari credeva che la terra fosse piatta!), che aveva avuto bisogno di
andare a scuola come tutti i bambini di ogni tempo, ma che in lui, insieme
alla natura umana era presente la natura divina.
Tuttavia l’umanità del Cristo ci dice anche un’altra cosa molto
importante: l’umanità è capace, anche se in maniera imperfetta, di
Dio. Questa è una affermazione di non poco conto e di principale
interesse per un dialogo interreligioso. Intanto l’affermazione che ogni
uomo, anche se in maniera imperfetta, è capace di Dio significa che anche
fuori dalla rivelazione esplicita (testi sacri e tradizione della Chiesa,
ce ne occuperemo in seguito) esiste una rivelazione naturale che è
offerta a ciascun uomo proprio in virtù del fatto che un uomo è creato
per poter raggiungere (se solo lo vuole) la perfezione della propria
umanità. Ciascun uomo è chiamato, attraverso il suo essere uomo, da Dio.
Ciascun uomo ha scritto nel suo cuore ciò che Dio vuole da lui.
S. Paolo scrive ai Romani un passo decisivo in questo senso:
“Tutti quelli che hanno peccato senza la legge, periranno anche senza
la legge; quanti invece hanno peccato sotto la legge, saranno giudicati
con la legge. 13 Perché non coloro che
ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in
pratica la legge saranno giustificati. 14
Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la
legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi; 15
essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori
come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi
ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono.” (Rm, 2, 13-16)
I pagani che agiscono, secondo la legge, pur non avendo ricevuto la legge,
sono legge a se stessi! Che vuol dire? San Paolo spiega: quello che è
comandato dalla legge è scritto nei cuori degli uomini, i quali, infatti,
a volte lo dimostrano comportandosi secondo la legge pur non avendo la
legge. Questa legge dei cuori rende tutti gli uomini responsabili delle
proprie azioni. Nessuno può dire “non sapevo”, perchè la volontà di
Dio è scritta nei cuori di ciascuno. Questo vale per tutti, nessuno
escluso: greco, romano,
ebreo, pagano, tutti, per San Paolo, sono capaci di portare la propria
natura ad essere capace del compito al quale Dio chiama ciascuno.
3.2 Qualcuno è cristiano senza saperlo!
Il teologo gesuita Karl Rahner porta alle estreme conseguenze il discorso
di San Paolo, affermando l’esistenza di Cristiani Anonimi. Il cristiano
anonimo, per Rahner, è colui che si comporta secondo la descrizione
di San Paolo nella lettera ai Romani. Il cristiano anonimo è colui
che porta la propria persona a seguire Gesù di Nazareth, senza però
essere a conoscenza di seguire, con i suoi atti quotidiani, Gesù di
Nazareth. Naturalmente oggi quasi tutti gli uomini della terra conoscono
il messaggio di Gesù e non ci troviamo nella situazione di ignoranza che
era dietro al discorso di S. Paolo. Per questo le parole di Rahner sono,
se possibile, ancora più pesanti e presentano interessanti conseguenze
teologiche. Secondo il gesuita tedesco è possibile pensare che sia
“cristiano” anche un uomo che abbia esplicitamente rifiutato il
messaggio di Gesù, ma che poi lo segua con i suoi comportamenti. Non a
caso Rahner prese parte a molti gruppi di dialogo interreligioso e fu uomo
del dialogo in un momento in cui il mondo era segnato dalle divisioni tra
le ideologie e tra le religioni. Bisogna riconoscere ad ogni uomo, a
prescindere dalla religione che egli professa, la capacità, perchè uomo,
di mettersi in dialogo con Dio e soprattutto di seguire Gesù.
3.3 Ma cosa significa seguire Gesù?
“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io
vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni
per gli altri” (GV, 13, 34-35).
L’amore per gli uomini e tra gli uomini è la strada per seguire Gesù.
Su questo punto abbondano passi espliciti del Vangelo e non sembrano
esserci dubbi neanche tra i teologi più conservatori. Il problema nasce
con una logica conseguenza di questo passaggio: se amare gli uomini vuol
dire seguire Gesù, possiamo
anche affermare che l’amore per gli uomini coincida sostanzialmente e
formalmente con l’amore per Dio. Chi ama gli uomini ama Dio e chi fa una
cosa di buono agli uomini fa una cosa di buono a Dio. Il discorso della
montagna è chiaro. Coloro che saranno salvati e condannati nel giudizio
finale tenteranno di giustificare i loro atti sostenendo, però, di non
aver mai incontrato Gesù:
“Anch`essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto
affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti
abbiamo assistito? 45 Ma egli risponderà: In verità vi
dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei
fratelli più piccoli, non l`avete fatto a me. 46
E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita
eterna” (Mt, 25, 44-46).
Quindi non solo coloro che amano esplicitamente Dio fanno parte dei
salvati, ma anche coloro, che pur non sapendo con questo di amare Dio,
amano gli uomini hanno un merito dinanzi a Dio ed anzi fanno parte a pieno
titolo della comunità di coloro che si salvano.
3.4 Fuori dalla Chiesa nessuna salvezza!?!
La famosa bolla di Bonifacio VIII, datata 1302, sancisce un principio,
allora e non solo allora, caro ai sostenitori del potere papale:
Unam sanctam ecclesiam catholicam et ipsam apostolicam urgente fide
credere cogimur et tenere, nosque hanc firmiter credimus et simpliciter
confitemur, extra quam nec salus est, nec remissio peccatorum (Per
imperativo della fede noi siamo costretti a credere ed a ritenere, che vi
è una sola Santa Chiesa Cattolica ed Apostolica, e noi fermamente la
crediamo e professiamo con semplicità, e non c’è né salvezza né
remissione dei peccati fuori di lei ).
La bolla nasce nel contesto della polemica tra il pontefice e Filippo II
il bello. In breve: Filippo II aveva imposto tributi per sostenere una
guerra contro l’Inghilterra ed il papa, allora come ora, contrario alla
guerra aveva risposto con due bolle : la Clericis laicos (24. 2. 1296) e
la (Ineffabilis amor - 20. 9. 1296), entrambe rivendicanti l’autonomia
della Chiesa ed in polemica con il re di Francia. La polemica montò, il
papa rispose a numerose prepotenze del re di Francia con altre bolle, in
particolare la Ausculta fili nella quale si invitano anche i re
alla comunione con la Chiesa e si minacciano i ribelli professando che fuori
dalla Chiesa non vi è salvezza alcuna (cfr. http://www.padre.at/bolla.htm
). La storia finirà, come sappiamo, con la reclusione di Bonifacio VIII
in quel di Anagni. Ma, oltre il contesto storico, interessa leggere la
bolla di Bonifacio VIII proprio nell’ottica di Rahner. Possiamo
senz’altro essere d’accordo che fuori della Chiesa non vi sia
salvezza. Però possiamo anche dire, rimanendo pienamente dentro
l’ortodossia cattolica, che, accanto ad una Chiesa ufficiale, esista una
comunione di cristiani formalmente non sancita dall’ufficialità di
questa appartenenza.
Della Chiesa, di cosa sia secondo la tradizione cattolica e del suo
rapporto con la storia cominceremo a parlare nel prossimo numero. |