|
L’uomo
si ribella
Forse riflettere su se stesso e di tanto in tanto fare gli
altri, parenti, amici o conoscenti partecipi delle proprie esperienze, in
un confronto del tutto paritario, ascoltando e dicendo al fine di trarre
dalle esperienze degli altri, punti di luce, è quanto si propone
l’incontro mensile aperto programmato dal Centro per la Filosofia
Italiana e dall’associazione culturale Photo Club Controluce nella sede
del Palazzo Annibaldeschi (accanto
al Duomo) di Monte Compatri.
Il tema intorno al quale gireranno in primo tempo questi incontri è: “Dentro
l’Uomo, lo sconosciuto”. Non occorre alcun titolo d’istruzione
per partecipare, ma solo voglia di pensare. La durata dell’incontro, con
cadenza mensile, non supererà le due ore di una tarda mattinata
domenicale.
Per un’informazione più precisa telefonare ai nn. 06/94288758 –
06/94789077
(Pietro Ciaravolo) - Nessun rumore di guerra, di
lotta. E tuttavia c’è guerra e c’è lotta. Son dentro, dentro
l’uomo. Non appaiono. La
distruzione
è silenziosa. Tortura, lacera, tormenta, strazia ma dentro. Una sorda
conflittualità chiusa tra le mura della coscienza. Una lotta continua a
porte chiuse.
Quest’è l’uomo sconosciuto e ignorato dalla nostra civiltà che gli
fornisce un palcoscenico, uno scenario e un copione da recitare. Una
maschera vivente! La migliore recitazione e segno di conclamata civiltà!
La finzione diventa la più alta delle virtù civiche. La marionetta
risponde ai fili e diventa un esemplare di alta umanità. Blatero? Son
Folle? È il caso di una sosta di riflessione prima della condanna. Le
motivazioni a sostegno e a difesa non sono tratte tout court dal
dossier delle teoriche astrazioni ma s’avvalgono delle personali
testimonianze: la voce interiore dell’esperienza che ogni giorno svela e
conferma. Il che non esclude il ricorso alle idee scientificamente ed
autorevolmente acclarate che fanno da filtri di verifica dell’esperienze
testimoniali sollevandole nel cielo delle teorie. Occorre forse rovesciare
e ricomporre l’iter sulla scia del metodo galileiano ponendo al primo
posto l’humus dell’osservazione (il momento dell’esperienza
avvertita, cosciente, illuminata); al secondo posto l’intuizione di una
potenziale teoria, poi la via tecnica della sperimentazione come momento
di riscontro e di verificazione ed infine la teorizzazione. Esistono anche
procedure inutili, intuitive ed immediate, a piena luce, quelle che
portano alla verifica di ciò che è ovvio. L’ovvietà le rendono
inutili. Non è così raro scoprire nel fondo di ciò che passa per ovvio
un dubbio d’inconsistenza. Il dubbio è nascosto in ogni angolo. Pure il
sole ha le sue macchie! La conoscenza non è mai pacifica. Solo il
superficiale s’acquieta. Ma colui che scava e scende, incontra il
fantasma del dubbio. Zone d’ombre s’alternano a quelle solari. Un
triste ma reale destino. L’uomo è un accumulo di esperienze che gli
arrivano da ogni parte. Il riferimento ai cinque sensi è riduttivo se non
irrisorio. Selezionare per stabilirne le fonti è un atto perdente
d’audacia. Solo alcune esperienze (e sono pochissime!) sono messe a
fuoco dalla coscienza. Tutte le altre sfilano appena sfiorate o
nell’ombra o nel buio dell’incognita. L’uomo è tutta una pioggia di
rappresentazioni delle quali solo alcune non sfuggono alla luce della
coscienza, il resto (che è la maggioranza) è attivo, opera nel buio
della coscienza. L’immagine analogica più intuitiva è data dalla
montagna di ghiaccio che sprofonda nei mari della Groenlandia, l’iceberg
che solo per un settimo, la punta, è illuminata dalla luce del sole,
tutto il resto al quasi totalità della montagna di ghiaccio, è immersa
nell’oscurità marina. Un’immagine fortemente significante per
l’uomo che si conosce poco, solo nel piccolo tratto cosciente. Un
materiale scarso, troppo scarso perché l’uomo possa avanzare la pretesa
di conoscersi. L’uomo è uno sconosciuto. È a se stesso un mistero. Un
incomprensibile! Non solo è troppo poco quello che riesce a cogliere di
se al punto da ignorarsi ma deve anche scontrarsi con il rischio di
sbagliare le chiavi interpretative. Mi rendo conto che il problema si fa
arduo: mettendo a nudo ulteriori limiti umani. Ma è inevitabile se si
vuole convivere onestamente con se stessi. Un’esigenza di dignità che
tende a scomparire facendo dell’essere un puro apparire, del volto una
maschera. Sappiamo poco di noi e lo facciamo diventare “tutto”, il
nostro conoscibile. Qui è l’inizio e forse la causa del naufragio della
nostra identità. Quando il non vedente recupera la vista e si mette allo
specchio per guardarsi, la sensazione è di un grave sbandamento. Non si
riconosce.
È un altro. L’immagine che s’era disegnata mancava degli apporti
della vista, dell’essenziale per il disegno. Gli altri quattro sensi
avevano fatto quel che potevano. Ciò che il cieco conosceva o credeva
d’essere! Ora è sconvolto, disorientato, sgomento. Ha dinanzi un altro.
Lo shock per taluni è così grave che tentano il suicidio. Ciò che
qualche volta è avvenuto. (Ricavo la notizia da “occhio e cervello”
di R.L.Gregory, Milano 1966). L’immagine di sé in memoria
si scontra con quella di sé del presente. Quale la vera? L’io si
sdoppia, si confronta, si lotta. Si apre l’interno conflitto. Il
recupero del vero fa soffrire. Più si scava dentro di noi più si cade in
delusione. Più si scopre, più si è infelici! La biopsia che rivela
l’esistenza e il diffondersi di un tumore. Non è un paragone
inadeguato. La dinamica della sofferenza fisica è la stessa di quella
psichica. Eppure s’ignora quella psichica e si dà rilievo a quella
fisica. Una disparità di valutazione stranamente importata proprio dalla
scienza il cui rigore di metodo è circoscritto a tutti quei fenomeni che
avvengono nello spazio e nel tempo. La ferita per un graffio è
scientificabile ma la sofferenza di una pena d’amore. La si liquida come
“soggettiva” mentre la ferita entra nell’oggettività della scienza.
Ma nel fisico come nello psichico prendono posto complessi di particelle
che pur tentando lo stare insieme, sembrano estranee ed estranearsi.
L’unità avvertita dall’io sembra frantumarsi, diventa un collage di
“pezzi vari”. È il caos, quello che pure passa per unità e quindi
per identità. La vita diventa un percorso precario tapezzato
d’incertezze, d’inganni, d’ansie. Non è oscuro pessimismo ma
una triste realtà nella quale la vita ha perso il naturale baricentro
appoggiandosi or qua or là per reggere. Dall’unità fornita da
“madre-natura” s’è caduti nell’ammasso prodotto dai parametri di
una civiltà avversa. Una civiltà che non arricchisce ma distoglie,
devia, allontana, aliena. E a dire che la matrice è la razionalità nella
quale l’uomo addita la sua grandezza. Ne fa la differenza insieme alla
libertà nei confronti di altri essere viventi. L’istinto è scritto
nell’animalesco. La percezione sensoriale è un sottoprodotto cognitivo
dell’uomo mentre la concettualizzazione che diventa parola scopre i
prestigiosi panorami del sapere. Quel sapere che fornisce plinti e
pilastri al maestoso edificio teorico e tecnico della nostra civiltà. Ma
tutto questo geniale edificio, tutte queste ricche potenzialità, tutta
questa superiorità danno all’uomo sussiego e senso di potere ma non
equilibrio, serenità, gioia di vita. L’ostilita è ad ogni angolo, la
guerra è un fenomeno continuo, lo spargimento di sangue fa il fiume della
storia, la menzogna è la sua parola. Un creato dell’uomo fatto per
l’uomo che si rivela contro l’uomo. Un’eccellente opera di un
riuscito masochismo. Se è inconcepibile che intenzionalmente l’uomo
volesse nelle sue opere il proprio male, resta la richiesta del “perché”
e del “come” sia arrivato a tanto. Qualche risposta è ipotizzabile se
s’impianta un contesto di riflessioni che raccolgono la loro fondatezza
nell’impressione di positività che destano negli animi, il consenso.
Forse utilizzare il consenso può sembrare un uso ascientifico e
debolmente razionale ma come reggerebbe la scienza senza l’assenso
dell’esperienza artificiata o spontanea? Il consenso regge e come!
L’uomo si autoconosce nel poco che a tratti emerge alla luce della sua
conoscenza. Poco perché il retro, l’incoscio è immerso nel buio (il
mistero dell’uomo!). Quanti nostri atti ci sono inspiegabili e tuttavia
fanno girare la nostra quotidianità.
E a dire che a volte sostengono ed alimentano il nostro baricentro
d’esistenza! L’uomo è “dentro” uno sconosciuto. Quelle poche idee
“antropologiche” che fan parte del nostro dossier del nostro sapere
sono lontane eco di qualche personale esperienza. Briciole, inezie che
salite il treno della concettualità assumono vaste proporzioni fino alla
“presunzione” di rilevare l’intero uomo. Poche breccioline non fanno
un palazzo! Qust’è l’insano errore di ogni ritratto dell’uomo nel
quale l’insania cresce volendo trarre riferimenti etici, politici,
religiosi fino a costruire sistemi etici, politici, religiosi. La
coscienza del limite trasportata dai segni dell’universale concettuale
si sperde nell’impotenza del nulla. L’io s’invola, scompare a se
stesso, veste un altro involucro, mette una maschera, si mistifica. Ma
quello dentro soffre la
pungente conflittualità dell’alienato.
La nevrosi è familiare. Il malumore la tristezza, l’irritabilità e se
si vuole, tutte le malattie organiche e tutte le malattie psichiche, non
è improbabile che siano anche derivate da questa caduta d’identità. Da
questo interno sdoppiamento, da questa “costituzionale” menzogna. Poco
si conosce di noi e quel poco viene “deformato” nei laboratori della
ragione logica. I laboratori considerati per antonomasia gli autentici
facitori del maiuscolo vero. E gli altri laboratori di altre facoltà
cognitive dell’uomo come l’intuizione, l’immaginazione, la
sensazione o percezione sensoriale, la credenza (come facoltà!), poteri
conoscitivi ancora non definibili, eccetera? Offrono funzioni inutili? Un
potenziale da scartare? E se sono Importanti? Se sono funzioni determinati
per l’esistenza? E se la ragione non ha tutto quel potere che
s’ascrive? I problemi s’ammassano e spingono a soluzioni. Il tentare
di fare chiarezza non è né un obbligo morale né intellettuale né
semplicemente culturale ma un imperativo nel quale è in gioco la stessa
esistenza. |