Sommario anno XII numero 7 - luglio 2003

 FILOSOFIA

L’uomo si ribella

Forse riflettere su se stesso e di tanto in tanto fare gli altri, parenti, amici o conoscenti partecipi delle proprie esperienze, in un confronto del tutto paritario, ascoltando e dicendo al fine di trarre dalle esperienze degli altri, punti di luce, è quanto si propone l’incontro mensile aperto programmato dal Centro per la Filosofia Italiana e dall’associazione culturale Photo Club Controluce nella sede del Palazzo Annibaldeschi  (accanto al Duomo) di Monte Compatri.
Il tema intorno al quale gireranno in primo tempo questi incontri è: “Dentro l’Uomo, lo sconosciuto”. Non occorre alcun titolo d’istruzione per partecipare, ma solo voglia di pensare. La durata dell’incontro, con cadenza mensile, non supererà le due ore di una tarda mattinata domenicale.

Per un’informazione più precisa telefonare ai nn. 06/94288758 – 06/94789077

(Pietro Ciaravolo) - Nessun rumore di guerra, di lotta. E tuttavia c’è guerra e c’è lotta. Son dentro, dentro l’uomo. Non appaiono. La Antonio - Olio su tela (2003)distruzione è silenziosa. Tortura, lacera, tormenta, strazia ma dentro. Una sorda conflittualità chiusa tra le mura della coscienza. Una lotta continua a porte chiuse.
Quest’è l’uomo sconosciuto e ignorato dalla nostra civiltà che gli fornisce un palcoscenico, uno scenario e un copione da recitare. Una maschera vivente! La migliore recitazione e segno di conclamata civiltà! La finzione diventa la più alta delle virtù civiche. La marionetta risponde ai fili e diventa un esemplare di alta umanità. Blatero? Son Folle? È il caso di una sosta di riflessione prima della condanna. Le motivazioni a sostegno e a difesa non sono tratte tout court dal dossier delle teoriche astrazioni ma s’avvalgono delle personali testimonianze: la voce interiore dell’esperienza che ogni giorno svela e conferma. Il che non esclude il ricorso alle idee scientificamente ed autorevolmente acclarate che fanno da filtri di verifica dell’esperienze testimoniali sollevandole nel cielo delle teorie. Occorre forse rovesciare e ricomporre l’iter sulla scia del metodo galileiano ponendo al primo posto l’humus dell’osservazione (il momento dell’esperienza avvertita, cosciente, illuminata); al secondo posto l’intuizione di una potenziale teoria, poi la via tecnica della sperimentazione come momento di riscontro e di verificazione ed infine la teorizzazione. Esistono anche procedure inutili, intuitive ed immediate, a piena luce, quelle che portano alla verifica di ciò che è ovvio. L’ovvietà le rendono inutili. Non è così raro scoprire nel fondo di ciò che passa per ovvio un dubbio d’inconsistenza. Il dubbio è nascosto in ogni angolo. Pure il sole ha le sue macchie! La conoscenza non è mai pacifica. Solo il superficiale s’acquieta. Ma colui che scava e scende, incontra il fantasma del dubbio. Zone d’ombre s’alternano a quelle solari. Un triste ma reale destino. L’uomo è un accumulo di esperienze che gli arrivano da ogni parte. Il riferimento ai cinque sensi è riduttivo se non irrisorio. Selezionare per stabilirne le fonti è un atto perdente d’audacia. Solo alcune esperienze (e sono pochissime!) sono messe a fuoco dalla coscienza. Tutte le altre sfilano appena sfiorate o nell’ombra o nel buio dell’incognita. L’uomo è tutta una pioggia di rappresentazioni delle quali solo alcune non sfuggono alla luce della coscienza, il resto (che è la maggioranza) è attivo, opera nel buio della coscienza. L’immagine analogica più intuitiva è data dalla montagna di ghiaccio che sprofonda nei mari della Groenlandia, l’iceberg che solo per un settimo, la punta, è illuminata dalla luce del sole, tutto il resto al quasi totalità della montagna di ghiaccio, è immersa nell’oscurità marina. Un’immagine fortemente significante per l’uomo che si conosce poco, solo nel piccolo tratto cosciente. Un materiale scarso, troppo scarso perché l’uomo possa avanzare la pretesa di conoscersi. L’uomo è uno sconosciuto. È a se stesso un mistero. Un incomprensibile! Non solo è troppo poco quello che riesce a cogliere di se al punto da ignorarsi ma deve anche scontrarsi con il rischio di sbagliare le chiavi interpretative. Mi rendo conto che il problema si fa arduo: mettendo a nudo ulteriori limiti umani. Ma è inevitabile se si vuole convivere onestamente con se stessi. Un’esigenza di dignità che tende a scomparire facendo dell’essere un puro apparire, del volto una maschera. Sappiamo poco di noi e lo facciamo diventare “tutto”, il nostro conoscibile. Qui è l’inizio e forse la causa del naufragio della nostra identità. Quando il non vedente recupera la vista e si mette allo specchio per guardarsi, la sensazione è di un grave sbandamento. Non si riconosce. 
È un altro. L’immagine che s’era disegnata mancava degli apporti della vista, dell’essenziale per il disegno. Gli altri quattro sensi avevano fatto quel che potevano. Ciò che il cieco conosceva o credeva d’essere! Ora è sconvolto, disorientato, sgomento. Ha dinanzi un altro. Lo shock per taluni è così grave che tentano il suicidio. Ciò che qualche volta è avvenuto. (Ricavo la notizia da “occhio e cervello” di R.L.Gregory, Milano 1966). L’immagine di sé in memoria  si scontra con quella di sé del presente. Quale la vera? L’io si sdoppia, si confronta, si lotta. Si apre l’interno conflitto. Il recupero del vero fa soffrire. Più si scava dentro di noi più si cade in delusione. Più si scopre, più si è infelici! La biopsia che rivela l’esistenza e il diffondersi di un tumore. Non è un paragone inadeguato. La dinamica della sofferenza fisica è la stessa di quella psichica. Eppure s’ignora quella psichica e si dà rilievo a quella fisica. Una disparità di valutazione stranamente importata proprio dalla scienza il cui rigore di metodo è circoscritto a tutti quei fenomeni che avvengono nello spazio e nel tempo. La ferita per un graffio è scientificabile ma la sofferenza di una pena d’amore. La si liquida come “soggettiva” mentre la ferita entra nell’oggettività della scienza. Ma nel fisico come nello psichico prendono posto complessi di particelle che pur tentando lo stare insieme, sembrano estranee ed estranearsi. L’unità avvertita dall’io sembra frantumarsi, diventa un collage di “pezzi vari”. È il caos, quello che pure passa per unità e quindi per identità. La vita diventa un percorso precario tapezzato  d’incertezze, d’inganni, d’ansie. Non è oscuro pessimismo ma una triste realtà nella quale la vita ha perso il naturale baricentro appoggiandosi or qua or là per reggere. Dall’unità fornita da “madre-natura” s’è caduti nell’ammasso prodotto dai parametri di una civiltà avversa. Una civiltà che non arricchisce ma distoglie, devia, allontana, aliena. E a dire che la matrice è la razionalità nella quale l’uomo addita la sua grandezza. Ne fa la differenza insieme alla libertà nei confronti di altri essere viventi. L’istinto è scritto nell’animalesco. La percezione sensoriale è un sottoprodotto cognitivo dell’uomo mentre la concettualizzazione che diventa parola scopre i prestigiosi panorami del sapere. Quel sapere che fornisce plinti e pilastri al maestoso edificio teorico e tecnico della nostra civiltà. Ma tutto questo geniale edificio, tutte queste ricche potenzialità, tutta questa superiorità danno all’uomo sussiego e senso di potere ma non equilibrio, serenità, gioia di vita. L’ostilita è ad ogni angolo, la guerra è un fenomeno continuo, lo spargimento di sangue fa il fiume della storia, la menzogna è la sua parola. Un creato dell’uomo fatto per l’uomo che si rivela contro l’uomo. Un’eccellente opera di un riuscito masochismo. Se è inconcepibile che intenzionalmente l’uomo volesse nelle sue opere il proprio male, resta la richiesta del “perché” e del “come” sia arrivato a tanto. Qualche risposta è ipotizzabile se s’impianta un contesto di riflessioni che raccolgono la loro fondatezza nell’impressione di positività che destano negli animi, il consenso. Forse utilizzare il consenso può sembrare un uso ascientifico e debolmente razionale ma come reggerebbe la scienza senza l’assenso dell’esperienza artificiata o spontanea? Il consenso regge e come! L’uomo si autoconosce nel poco che a tratti emerge alla luce della sua conoscenza. Poco perché il retro, l’incoscio è immerso nel buio (il mistero dell’uomo!). Quanti nostri atti ci sono inspiegabili e tuttavia fanno girare la nostra quotidianità.
E a dire che a volte sostengono ed alimentano il nostro baricentro d’esistenza! L’uomo è “dentro” uno sconosciuto. Quelle poche idee “antropologiche” che fan parte del nostro dossier del nostro sapere sono lontane eco di qualche personale esperienza. Briciole, inezie che salite il treno della concettualità assumono vaste proporzioni fino alla “presunzione” di rilevare l’intero uomo. Poche breccioline non fanno un palazzo! Qust’è l’insano errore di ogni ritratto dell’uomo nel quale l’insania cresce volendo trarre riferimenti etici, politici, religiosi fino a costruire sistemi etici, politici, religiosi. La coscienza del limite trasportata dai segni dell’universale concettuale si sperde nell’impotenza del nulla. L’io s’invola, scompare a se stesso, veste un altro involucro, mette una maschera, si mistifica. Ma quello dentro soffre  la pungente conflittualità dell’alienato.
La nevrosi è familiare. Il malumore la tristezza, l’irritabilità e se si vuole, tutte le malattie organiche e tutte le malattie psichiche, non è improbabile che siano anche derivate da questa caduta d’identità. Da questo interno sdoppiamento, da questa “costituzionale” menzogna. Poco si conosce di noi e quel poco viene “deformato” nei laboratori della ragione logica. I laboratori considerati per antonomasia gli autentici facitori del maiuscolo vero. E gli altri laboratori di altre facoltà cognitive dell’uomo come l’intuizione, l’immaginazione, la sensazione o percezione sensoriale, la credenza (come facoltà!), poteri conoscitivi ancora non definibili, eccetera? Offrono funzioni inutili? Un potenziale da scartare? E se sono Importanti? Se sono funzioni determinati per l’esistenza? E se la ragione non ha tutto quel potere che s’ascrive? I problemi s’ammassano e spingono a soluzioni. Il tentare di fare chiarezza non è né un obbligo morale né intellettuale né semplicemente culturale ma un imperativo nel quale è in gioco la stessa esistenza.

 FILOSOFIA

Sommario anno XII numero 7 - luglio 2003