Sommario anno XII numero 11 - novembre 2003

 CULTURA E SCIENZA

Energia solare - Il progetto “Archimede”
(Giuliana Gentili) - Lo scorso 4 novembre a Roma è stato presentato alla stampa il progetto “Archimede” Carlo Rubbiarisultato di una stretta collaborazione fra Enel ed Enea. Il dott. Paolo Scaroni, Amministratore delegato Enel e il prof. Rubbia, presidente dell’Enea, hanno sostenuto la conferenza stampa per la presentazione ufficiale del progetto che è in studio da diversi anni e che nasce ponendo le basi proprio sulle nuova tecnologia solare sviluppata dall’Ente di ricerca. “Un vero e proprio salto tecnologico” – l’ha definito il prof. Rubbia – “che permetterà, se utilizzato in scala adeguata, di contribuire in modo determinante ad una maggiore indipendenza energetica e alla riduzione dei gas serra, in particolare per le aree ad alta insolazione come le regioni del Sud del nostro Paese”. Un progetto tutto italiano, dunque, che pone il nostro Paese in una posizione del tutto invidiabile, visto che già vanta il primo posto tra i paesi industrializzati nell’utilizzo di energia rinnovabile. Abbracciando e facendo proprie le innovazioni tecnologiche dell’ENEA, l’Enel punta all’ambizioso progetto di incrementare notevolmente la produzione di energia elettrica attraverso fonti alternative ai combustibili fossili, responsabili dell’effetto serra. Se anche si volesse ragionare solo in termini di indipendenza economica e di risparmio ci sarebbe di che andare fieri. Ma si pensi all’enorme vantaggio che il nostro paese avrebbe anche in termini di produzione di energia pulita. Questo basta a convincerci del tutto. Del resto, già gli sforzi dell’Enel si sono concentrati in questi ultimi anni a ridurre sensibilmente la produzione di ossido di carbonio triplicando addirittura quanto fu richiesto e ratificato negli accordi di Kyoto (4/5 milioni di tonnellate in meno tra il 1990 e il 2002) in tempi più brevi e in un periodo del tutto in controtendenza nel nostro paese. Si pensi che mentre l’Enel abbatteva, migliorando le condizioni delle proprie centrali ed utilizzando fonti alternative di energia, 12 milioni di tonnellate di ossido di carbonio, l’intero paese registrava un incremento nella produzione dello stesso gas velenoso del 5,5 %. Con questi presupposti si poteva non accogliere a braccia aperte la nuova tecnologia messa a punto dai ricercatori Enea? E su cosa si basa? E perché è “nuova”? Non è certo intuizione dei tempi moderni quella di vedere nel sole una fonte preziosa di energia. Non è nuova certo l’idea di usare lenti e specchi per convogliare i raggi solari e concentrarli su punti ben precisi; basti pensare, anche se qualcuno sostiene che siamo ai limiti della leggenda, che il primo ad averla utilizzata è stato proprio Archimede 2000 anni fa, anche se l’obiettivo che s’era posto non era certo quello di accendere delle lampadine. Nuova però perché, grazie ai ricercatori ENEA, i limiti cui eravamo di fronte fino a qualche anno fa sembrano superati: costi troppo elevati e discontinuità della fonte (la luce del sole non è disponibile di notte e non è disponibile quando il sole è coperto). La “tecnologia solare a concentrazione” che sta sviluppando l’ENEA si basa sull’utilizzo di semplici specchi parabolici a basso costo che, concentrando l’energia solare, scaldano un fluido termovettore composto da sali fusi (comunemente usati come fertilizzanti) e la accumulano convertendola in calore ad alta temperatura (550°C) . L’idea è geniale, i fluidi non sono corrosivi, non sono infiammabili, sono stabili alle alte temperature e, soprattutto, possono essere immagazzinati. Il fluido viene convogliato in un serbatoio detto “caldo” e questo aggira proprio l’ostacolo della discontinuità della fonte. La temperatura nel serbatoio, infatti, rimane costante a 550°C grazie alla variazione della portata dei sali in funzione dell’intensità della radiazione solare. Il resto avviene come in una centrale termica di tipo convenzionale, i sali del serbatoio “caldo” vengono inviati ad uno scambiatore, mentre un generatore di vapore ad alta pressione e alta temperatura attiva il ciclo termico per la produzione di energia. I sali vengono quindi convogliati in un altro serbatoio “freddo” (290°C) e da qui re-immessi nel ciclo.
“L’alta temperatura operativa del fluido termovettore dell’impianto solare ENEA consente di produrre vapore in condizioni di pressione e temperatura tali da essere utilizzato direttamente nelle turbine a vapore di altra pressione del ciclo esistente, con modeste modifiche impiantistiche” e qui sta l’altra intuizione geniale. Pensare di smantellare gli impianti esistenti e sostituirli completamente con impianti di nuova concezione sarebbe stato un limite invalicabile, economicamente insostenibile. Per il progetto pilota, che prevede dunque l’integrazione di un impianto solare con una centrale convenzionale, è stato scelto il sito ENEL di Priolo Gargallo. L’integrazione della centrale minimizza notevolmente l’investimento iniziale che sarà per altro coperto “solo” al 40% dal finanziamento pubblico.
Il programma ENEA non si ferma qui. Due sono le principali linee perseguite.
La prima si realizzerà, in parte, con il progetto pilota e tenderà ad una continua evoluzione della tecnologia e degli impianti fino a tentare di coprire una grande varietà di applicazioni industriali nonché, e principalmente, alla produzione di energia elettrica, anche esportabile in zone a bassa insolazione, a costi molto competitivi e senza emissione di ossido di carbonio.
La seconda, sicuramente più ambiziosa, linea del progetto è quella che tenterà di captare e accumulare calore a temperature ben più alte (superiori agli 850°C) per la produzione diretta di idrogeno per usi energetici.
Le basi, le idee innovative, i progetti e le menti ci sono dunque. Speriamo solo che il nostro Paese e i nostri Governi presenti e futuri ci credano a tal punto da dare alla ricerca il giusto spazio e la giusta considerazione e ci tolgano finalmente dall’imbarazzo di essere, notoriamente, il fanalino di coda, fra i paesi industrializzati, per i finanziamenti e i giusti riconoscimenti alla ricerca e ai ricercatori. Un paese civilizzato e moderno si riconosce anche e soprattutto da quanto è disposto ad investire su se stesso, sulle proprie risorse, sulla propria gente, sulla ricerca e sulla formazione.

 CULTURA E SCIENZA

Sommario anno XII numero 11 - novembre 2003