Sommario anno XIV numero 1 - gennaio 2005

 I NOSTRI PAESI - pagina 12

ostia
Il Castello di Giulio II
(Tania Simonetti-Marco Cacciotti) - Fu una scoperta rivoluzionaria quella della polvere da sparo nel XV secolo. Ma, anche un autentico grattacapo per architetti e ingegneri militari, che si trovarono all’improvviso di fronte alla necessità di ideare Castelli, rocche e qualsiasi altro tipo di fortificazione in grado di resistere a violenti colpi d’artiglieria e non più a lunghi e defatiganti assedi. Fu un processo assai complesso, che culminò nell’ideazione non tanto di una nuova pianta, quanto di una serie di accorgimenti che permisero di adattare alle nuove armi le conoscenze tecniche e costruttive nel tempo. E in esso un ruolo di primo piano lo rivestì proprio il Castello che Giuliano Della Rovere (il futuro papa Giulio II, ricordato nel nome del fortilizio) costruì per volere di Sisto IV nel 1483/86 a poca distanza dall’antica Ostia, nell’area dove Gregorio IV aveva fondato nel IX secolo la città di Gregoriopoli, ormai decaduta.
L’opera venne affidata a Baccio Pontelli, architetto militare fra i più esperti di fortificazioni, che riutilizzando le preesistenze (in questo caso un torrione cilindrico in parte circondato da fossato che papa Martino V aveva fatto innalzare dopo l’incursione del Napoletano re Ladislao di Durazzo del 1408) applicò quanto di meglio la scienza militare potesse al tempo suggerire. Prima di tutto le torri furono allineate alla cortina muraria e fuse con essa per mezzo di una merlatura, in modo che il cammino di una ronda percorresse l’intero edificio e non vi fossero più parti sporgenti (erano quelle più facilmente prese di mira dall’artiglieria e, crollando, danneggiavano le sottostanti strutture). Poi, sempre le torri persero il disegno quadrato - più facile da costruire - a vantaggio di uno tondeggiante, in quanto la superficie curva offriva una minore area di impatto ai colpi e una maggiore capacità di resistenza. Nel caso di Ostia Antica, però, si tenne conto anche di un’altra “scuola di pensiero”, quella che aveva come massimo esponente Francesco di Giorgio Martini, l’architetto militare del Marchigiano Federico duca di Montefeltro; tipici del suo modo d’intendere una fortificazione rinascimentale sono infatti le forme a sperone, a cuneo o a becco, da un lato più facili da innalzare e dall’altro, però, più saldi. E proprio dalla fusione di ritrovati tipici della trattatistica tradizionale sulle fortificazioni (rivellino, torri basse, casematte collegate da gallerie, merloni) e di invenzioni tecnologiche in anticipo sui tempi (baluardo poligonale e cortine a scarpa) nasce il castello di Giulio II, dalla pianta esternamente triangolare ma articolata all’interno su un cortile trapezoidale; al mare, allora arretrato di due chilometri rispetto alla linea di costa attuale, guarda il lato stretto fra due bassi torrioni circolari merlati; sul versante opposto, rivolto a Roma, si erge invece un bastione pentagonale con funzioni di ultima difesa, che “ nasconde” la torre di Martino V. Il Castello di Ostia Antica non è più un fortilizio medievale, ma non è ancora un baluardo rinascimentale: è, per così dire, una struttura che fotografa un momento dell’evoluzione fra le due tipologie, dove piccole “concessioni decorative” sono il nome del Pontelli iscritto sull’architrave del portale che precede l’atrio e, lungo lo Scalone, le grottesche e i riquadri figurati realizzati da Baldassarre Peruzzi, Cesare da Sesto e Michele del Becca. Per la costruzione del Castello vengono usati mattoni, perché considerati particolarmente “elastici” ai colpi di cannone e rivellino (ossia un avamposto) verso la città. Sopra le mura sono poste casematte ottagonali (una novità per il Quattrocento Romano). Si accede all’interno per un portoncino decorato con lastre marmoree ed iscrizioni dedicatorie di Sisto IV, Giuliano Della Rovere e la citazione di Baccio Pontelli: scritte in caratteri epigrafici di gusto classico sono poste anche sul torrione, unite a stemmi ed iscrizioni che ricordano Giuliano Della Rovere cardinale vescovo ostiense. L’iscrizione sul maschio ha indotto a datare questo elemento all’epoca di Giulio II, ma l’esistenza in zone sotterranee di aperture per bocche da fuoco un tempo esterne porta a ritenerlo il nucleo iniziale del castello risalente a Martino V. Le scale a chiocciola dei torrioni che collegano velocemente i vari livelli riprendono modelli già realizzati ad Urbino, Pesaro e Sassocorvaro, mentre la scala che scorre attorno al maschio serviva a collegare il mulino e la cucina ora nei sotterranei. Nel 1497, dopo l’assedio di Alessandro VI, vengono riparati i danni, ricoperti gli spalti con tetti e rafforzate le porte con ferro, rifatte in marmo le bocche da fuoco; nel contempo si inizia a munire la rocca di strutture che ne permettono un utilizzo civile, ossia la loggia ed il tinello verso il fiume e camere intonacate e con cammino. Alcuni pagamenti si collegano nel 1507-1508 al grande scalone o rampa cordonata,con affreschi frammentari legati al mito di Ercole e grottesche. Il Castello di Ostia, è l’elemento architettonico di maggior spicco e uno dei capisaldi del rinnovamento delle tecniche e delle forme difensive operato nell’Italia centrale sotto la pressione crescente delle armi da fuoco: il suo impianto rivela una straordinaria varietà inventiva che riesce a coordinare in un unico organismo parti e funzioni eterogenee, in un equilibrato rapporto tra spessore delle murature, residenze e spazi per l’uso differenziato delle armi da fuoco. Per quanto possa essere paradossale, non furono le successive scoperte legate all’artiglieria o nuove tecniche belliche a rendere obsoleto il Castello, quanto, piuttosto, le piene del Tevere e l’interramento dell’ansa che il fiume qui formava. A seguito dell’inondazione del 1557 fu necessario spostare la dogana e l’approdo a Fiumicino: il fortilizio era così “fuori gioco”, non più adatto ai fini bellici. Così, cessati i rischi bellici, la rocca, nel 1700, fu concessa in affitto a famiglie del luogo come fienile, in una delle stanze che si affacciano sul cortile si conservava, forse anche produceva, il formaggio. Nel 1804 il Castello fu utilizzato per dare “asilo ai condannati addetti allo scavo e ai soldati che loro facevano la guardia”, poiché iniziò in quel periodo l’uso di galeotti per lavori inerti alle Belle Arti. Se la cosa era vantaggiosa economicamente, vista la gratuità della mano d’opera, non lo era ai fini della conservazione del bene stesso, poiché l’alloggiare guardie e galeotti stravolse la funzione originaria dei locali interni del monumento. Nella seconda metà dell’Ottocento ebbero inizio alcuni lavori di restauro e Francesco De Sanctis approvò la destinazione del Castello a nuovo Museo Ostiense, che doveva raccogliere i reperti degli scavi di Ostia Antica. In seguito, il materiale fu trasferito nel Museo Nazionale Romano. Nel 1908 fu realizzato all’interno della rocca un Antiquarium di sei sale. Tra gli anni ’38 e ’40 i materiali furono trasportati nel Museo del Casone del Sale e per la rocca iniziarono veri e propri lavori di restauro guidati da Italo Gismondi, con l’abbattimento di tutto ciò che era “moderno” per riportare il monumento alle strutture originali. Nel 1964 la Soprintendente Squarciapino volle che al primo piano degli appartamenti papali fosse allestito un museo per illustrare la storia del monumento. Per ulteriori restauri e studi, negli anni ’80 il monumento fu chiuso per riaprire negli anni ’90. Ora, è aperto al pubblico e in parte visitabile, inoltre ospita il museo delle ceramiche rinvenute all’interno e nell’area circostante.
Bibliografia: ( Istituto Italiano Castelli Lazio-www.castit.it-Castelli e rocche del Lazio e dell’Abruzzo


montagne del lazio

Stiamo diventando Regione Roma!

(Laura Frangini) - “Troppi investimenti sulla Capitale, a discapito dei piccoli territori di provincia e specialmente  delle aree Gatti, Pompei e De Righimontane, che costituiscono quasi il 50% di tutto il territorio regionale”. Questo in sostanza l’allarme lanciato dal presidente della Comunità Montana dei Castelli Romani e Monti Prenestini, al convegno di lunedì scorso (6 dicembre) presso la Fiera di Roma, nell’ambito della manifestazione sulle montagne del Lazio, che si è tenuta  dal 4 all’8 dicembre. Al Salone della Montagna, organizzato per il secondo anno consecutivo dall’Uncem Lazio (l’associazione che riunisce i ventidue enti montani regionali) si è discusso tra le altre cose delle problematiche legate allo sviluppo territoriale nei territori d’entroterra. “In questi ultimi anni ci troviamo di fronte ad un paradosso - ha spiegato De Righi alla platea di tecnici e di visitatori presenti al convegno - che vede Roma come la città con il Pil più alto d’Italia, mentre nel resto del Lazio la produttività è decisamente in calo. E nonostante questo, la maggioranza dei fondi regionali continua a piovere sulla Capitale, mentre all’hinterland e in particolare alle Comunità Montane, restano sempre poche briciole, insufficienti ad attuare una seria politica di sviluppo. Oltretutto, i mega centri commerciali che stanno nascendo intorno al raccordo anulare, ci risucchiano anche quel poco di economia sana, di cui vivono i Castelli. Altro che Regione Lazio, rischiamo di diventare la Regione Roma!”.  Il Presidente della Undicesima Comunità Montana non usa mezzi termini per denunciare una situazione di emarginazione degli enti montani, condivisa appieno dal presidente dell’Uncem Lazio, Ivano Pompei e dai rappresentanti degli altri enti montani “Siamo costretti ad affidare il futuro della nostra economia all’esito dei bandi europei”, ha commentato anche il responsabile del Parco scientifico e Tecnologico dell’Alto Lazio, prof.Gianni Gatti, lamentando una difficoltà a reperire diversamente le risorse necessarie ad attuare importanti progetti di promozione turistica e di  valorizzazione dei prodotti tipici montani.
Nonostante la nota critica, però, non sono mancati al convegno gli interventi propositivi, tra cui sono emersi in particolare, la creazione di un marchio “d’Origine Montana” dei prodotti agro-alimentari e il  progetto “Bandiera arancione”, che sulla falsa riga delle bandiere blù per i litorali, certifichi la qualità turistico-ambientale dei territori montani.


monte compatri
Cappella Musicale Enrico Stuart Duca di York

- Domenica 30 gennaio 2005 ore 18:30
Palazzo Annibaldeschi - Monte Compatri
Concerto, offerto dall’Amministrazione di Monte Compatri, per l’inaugurazione del Clavicembalo Taskin a 2 manuali acquistato dal Comune.
Recital di Clavicembalo di Pietro Delle Chiaie
Musiche di J. S. Bach - A. Vivaldi

- Domenica 13 Febbraio 2005 ore 18:30
Palazzo Annibaldeschi - Monte Compatri
I Solisti della Cappella Musicale Enrico Stuart
Musiche di J. S. Bach, G. F. Händel
Violino barocco: Francesca Vicari;
Clavicembalo: Pietro delle Chiaie
Violoncello barocco: Matteo Scarpelli

Sono aperte le iscrizioni alla stagione 2005. Telefonare a:
Romeo Ciuffa 339 2748814
Giancarlo delle Chiaie 347 5539513 / 06 9424178



rocca priora
Rifiuti ingombranti
(Nicola  Pacini) - L’Amministrazione comunale comunica, che per venire incontro alle esigenze di smaltimento dei rifiuti ingombranti, d’intesa con il gestore del servizio di nettezza urbana ATI, è stata presa la decisione di far sostare 2 cassoni ogni sabato in zone diverse del paese, dalle ore 9 alle 13. La dislocazione dei cassoni è la seguente: il primo sabato del mese in piazza Caprinica a Colle di Fuori, il 2° sabato in piazza Nassirya, sede del mercato settimanale, il 3° sabato in via di Velletri, nei pressi dell’incrocio con la via Tuscolana, il 4° in via Mediana, nei pressi dell’incrocio con la via Tuscolana al Buero.

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