(a cura di Serena Grizi)
Libro gratuito disponibile anche in download:Il Libro del Cortegiano di Baldassarre Castiglione. Cortesia della Biblioteca Virtuale Multilingue della Fondazione Logos www.logoslibrary.eu. Baldassarre Castiglione (1478- 1529).
La Biblioteca Virtuale Multilingue della Fondazione Logos -www.logoslibrary.eu presenta l'opera: Tre Croci, di Federigo Tozzi, romanzo scritto nel 1918. Il libro è disponibile per il download gratuito a questo link.
La Biblioteca Virtuale Multilingue della Fondazione Logos - www.logoslibrary.eu - rende disponibile per il download gratuito "Osservazioni sulla tortura e singolarmente sugli effetti che produsse all'occasione delle unzioni malefiche alle quali si attribuì la pestilenza che devastò Milano l'anno 1630" di Pietro Verri.
La Biblioteca Virtuale Multilingue della Fondazione Logos è lieta di presentare un nuovo libro in download gratuito: Le Baruffe Chiozzotte di Carlo Goldoni, da oggi disponibile per i lettori a questo link. Le baruffe chiozzotte (o Le baruffe chioggiotte o ancora, semplicemente, Le chiozzotte) è una commedia scritta da Carlo Goldoni rappresentata per la prima volta nel gennaio 1762, al teatro San Luca di Venezia e riproposta in occasione del Carnevale. Considerata tra le più riuscite opere goldoniane, fa parte - insieme a I rusteghi e La casa nova - delle commedie di ambientazione veneziana, lavori conclusivi dell'esperienza italiana dell'autore prima del trasferimento a Parigi.
Ecco la prima rosa di 12 autori, che si restringerà a 5 il 12 giugno, per dar vita alla tradizionale finale del 4 luglio a base di famoso liquore speziato e 'contestazioni epocali'. Ci piacerebbe che la rosa dei finalisti ci sorprendesse con la permanenza di qualche piccola casa editrice: per ridare forza anche alle realtà più piccole ed incoraggiarle a proseguire il cammino di qualità nella scelta dei testi da pubblicare, qualche volta abbandonato per ragioni di mercato. Con l'asterisco si indicano le opere recensite su queste pagine nei mesi scorsi:
1. Alessandro Perissinotto con Le colpe dei padri, Piemme
2. Walter Siti con Resistere non serve a niente, Rizzoli *
3. Aldo Busi con El especialista de Barcelona, Dalai *
4. Romana Petri con Figli dello stesso padre, Longanesi
5. Paolo Di Paolo con Mandami tanta vita, Feltrinelli
6. Simona Sparaco con Nessuno sa di noi, Giunti
7. Matteo Marchesini con Atti mancati, Voland
8. Matteo Cellini con Cate, io, Fazi
9. Gaetano Cappelli con Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi, Marsilio
10. Paolo Cognetti con Sofia si veste sempre di nero, Minimum fax
11. Lorenzo Amurri con Apnea, Fandango
12. Alessandra Fiori con Il cielo è dei potenti, E/O. (Serena Grizi)
La morte di Virgilio
Hermann Broch
9788807817335
Feltrinelli
€ 13,00 e-book disponibile NO
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Un libro complesso per nascita e vita. Scritto, in parte, durante l'internamento in campo di concentramento, pubblicato nel 1945 in America, dove Broch approderà grazie agli uffici di molti buoni amici. Un libro per molte stagioni, da leggere e rileggere, ne può valere la pena anche solo per le prime settanta/cento pagine (Acqua – l'arrivo) che descrivono, come se lo steste vivendo, lo sbarco a Brindisi di Publio Virgilio Marone stanco e malato, di ritorno, per volontà di Ottaviano Augusto, dal voluto esilio greco. La lettiga su cui è sdraiato, letto di spine e osservatorio privilegiato, lo conduce per i vicoli del porto in un quartiere di suburra dove vita e morte si toccano e nel quale teme di scorgersi steso sul letto di morte in un delirio fra realtà e sogno che è cifra della parte centrale del racconto. Il futuro è rappresentato dagli occhi di un fanciullo, Lisiana, e dalla pervicacia delle sue mani e delle sue braccia, capaci di fendere la folla impazzita per la festa per far luogo all'illustre corteo. Assieme al poeta il baule con gli scritti dell'Eneide: croce e delizia dalla quale non si risolve a staccarsi temendo di non essere stato un onesto testimone del proprio tempo. Ritiene, l'uomo e il poeta, che molti altri hanno saputo, meglio di lui, farsene testimoni con libri di storia e di cultura e teme per la propria ansante creatura che sente vicina come se patisse il proprio stesso disfacimento. Arrivato nel palazzo di Ottaviano, che lo ospita, comincia la sua lunga ultima notte. È vigile, eppure incapace, è destato dal parlottio di ubriachi, a tarda notte, di ritorno dai bagordi di piazza, dalle grida di un omicidio: è per questa gente che ha scritto parole immortali, è per questi cittadini che ha celebrato l'impero? Ma allontanandosi dalle cose del mondo, nondimeno il poeta sente che la vita che lo esclude, forse per sempre, è per strada, doloroso sentire che giunge al lettore. Gli amici Plozio Tucca e Lucio Vario Rufo al mattino presto arrivano a consolarlo dall'infermità e dai pensieri, ma il sospetto di Virgilio è che siano accorsi sul letto di morte - così è vero? - si chiederà, (come ogni protagonista avido di vita). Il flusso di coscienza, individuato da migliaia di nomi e aggettivi, segue il respiro dell'uomo e l'andirivieni concatenato delle onde marine, vere protagoniste nella prima parte del racconto. Per questo argomento vedi su youtube 'Francesco e il Mare – parte 2' breve video dello scrittore Francesco Biamonti (S.Biagio della Cima, 3 marzo 1928 – 17 ottobre 2001). Poi riprendono i dialoghi, veri o sognati, con gli amici, l'imperatore stesso, l'amata Plozia. Nel trattare il mito poetico, fra cui l'infanzia nel villaggio di Andes (Mantova), Broch sente 'il mito della carità' accomunarlo a Virgilio: carità quale necessario antidoto alla brutalità e al disfacimento dei valori civili, pochi lustri prima dell'avvento del Cristianesimo. (Serena Grizi)
E dirti ancora
Maria Lanciotti
9788854609266
Ibiskos Editrice Risolo
€ 10,00 e-book disponibile NO
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Leggere la poesia di Maria Lanciotti è come librarsi in alto. Con ali solide, però, che permettono di sorvolare il mondo: ciò che si vede, l'invisibile, ciò che il poeta vorrebbe più spesso scorgere, ciò che ricorda e che ama. Lo sguardo usa lenti sempre diverse: per ingrandimenti medi o che mettano a fuoco, invece, micro particolari; e poi la 'speciale' lente della memoria capace di rievocare un luogo, una persona, modi di essere/di fare così come
erano e non sono più o la lente dell'invenzione che dice come tutto potrebbe essere. La poetessa è una ragazza, ma anche una creatura millenaria che ha intuito, prima di vedere, l'origine delle cose: quando il significato di una parola, il gusto di un paesaggio sono stati traditi, quando qualcuno 'si è venduto', tradendo se stesso. L'ultima raccolta in ordine di tempo è quella della copertina ma rileggete anche Ricominciare da qui (Edizioni Controluce) e Suono e visione (dove l'onirico diventa abbraccio) perché solo così il viaggio a raso sulle cose del mondo vi sembrerà più completo. Vi meraviglierà di non esservi mai accorti di un certo particolare o del fatto che avendolo guardato tanto a lungo non avreste mai detto che... Lo so, sembrano parole inconcludenti, ma da quando leggo poesia mi dico che non può ritrovarsi reclusa dalla critica, o da una modesta recensione come questa, se non per quanto attiene, forse, la capacità di versificare (che al momento non è argomento del nostro scrivere). Inoltre, i versi stampati sulla carta hanno la proprietà di assumere significati diversi, molto più che in narrativa, senza poter prescindere il momento in cui si leggono. Quello che ci fa differenti nel divenire dell'esistenza, può cancellare un verso che sembrava importante fino a quel momento come fa l'onda sulla battigia con i lievi castelli di sabbia dei bambini; o ne può far apparire un altro, finalmente, chiaro come luce che arriva dal fondo: «Non l'aspettavo questo/Tempo qui./Non potevo immaginare/Che esistesse.» Per biografie diverse con l'autrice, com'è comune che capiti, fra i versi che studio con occhio clinico ci sono quelli sulla famiglia, sulla donna, sempre molto critica – io – e attenta - lei - per quel che so - sul ruolo che avrebbero deciso di darci in società, e sul fatto che facciamo fatica, a volte, a dire la nostra, (anche perché impegnate a difendere qualche postazione raggiunta). Quello che a tutta prima guardo di sbieco è: «Donna non sei/Se per la vita non sei pronta a morire» (carnale e generoso e velenoso penso in prima battuta), ma questo verso è anche quello che per caso leggo nei giorni dell'affronto sotto il posto di lavoro a Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovandi, da parte di un manipolo di manifestanti che chiedono giustizia per loro (per i poliziotti accusati del delitto e loro famiglie, dramma nel dramma). Questa mamma costretta a ricordare che in quella sfilata di dolori diversi la prima della fila è lei (e non avrebbe neppure dovuto starci in quella fila). La breve frase ha asciugato le lacrime amare davanti alla durezza dei fatti e nel vedere, non mi aspettavo di meno, che per la dignità non hanno ancora inventato moneta. Così una donna nella sua battaglia è madre e persona e donna e uomo, assieme, nel significato che ho voluto dare. Sembra chiarirlo un verso seguente, perché le storie in versi di questo libro si susseguono come scene di un romanzo: «La lotta silenziosa della donna/A mani nude/A petto nudo/E fiori fra i capelli e fra le labbra/È cielo dentro gli occhi/Che sfavilla». Penso a tanta attualità e la poesia non è più della poetessa che la manda nel mondo, ma è mia, è di chi la leggerà. (Serena Grizi)
Streghe, spiriti e folletti L'immaginario popolare nei Castelli Romani e non solo
Maria Pia Santangeli
9788898135080
Edilet - Edilazio Letteraria
€ 12,00 e-book disponibile: NO
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Per leggere il bel libro di M. Pia Santangeli bisogna immaginare un tempo meno dispersivo di questo, meno intriso di faccende globali e tornare a questi nostri paesi dei Castelli Romani, da quelli montani (Rocca di Papa, Rocca Priora) a quelli che guardano il mare da dolci colline (Ariccia, Genzano, Nemi, Albano), fantasticando di un tempo in cui non c'era ancora la televisione. Preferibilmente d'inverno, quando luci meno violente di quelle odierne illuminavano, nemmeno bene, la piazzetta e la chiesa e, com'è comprensibile, per le strade spazzate dal vento gelido o dal nevischio, fattasi notte non s'incontrava più anima viva. Ma tutte le altre anime si; fantasmi, pantasime, anime sante pronte al soccorso dei viventi e streghe che, seppure usavano palesarsi a notte più fonda, potevano apparire al passante 'ritardatario' ai crocicchi (trivi e quadrivi) dai quali si spartivano le strade più solitarie fra l'ultima casa del paese e gli orti e le vigne circostanti. I folletti e i lengheri, invece, pare abitassero proprio assieme agli umani, spesso affezionati ad una famiglia specifica con la quale, se non si aveva l'accortezza di mantenere il segreto fino in fondo, potevano anche traslocare volentieri. Tutte le storie ci piace immaginarle 'contate' davanti alla fiamma viva di un camino, le famiglie e i vicini radunati per qualche festività o in una serata nella quale, semplicemente, si condivideva un bicchiere di vino. Ravvisabili, fra i tanti episodi, gli echi della letteratura colta che diventava mito per farsi popolare, o i racconti di antichi viaggiatori che elogiando luoghi o manufatti visti nel loro vagare, davano la stura a leggende sulla presenza o la simbologia benefica o meno di certe figure. I 'cunti' potevano prestarsi, a volte, a tracciare linee di demarcazione invisibili a protezione delle paure e dei tabù più diffusi: da quella del buio a quella per i luoghi solitari, ai limiti per mantenere l'onorabilità delle giovani donne (orari o posti disdicevoli etc.). Tutto questo nel libro è raccontato con una scrittura lieve come una piuma, impreziosita al punto giusto dall'uso di parole desuete o in dialetto che richiamano il lettore al luogo, i Castelli Romani, e alla dimensione di una provincia che si narrava (le storie provengono da tutta Italia) e che, pur evocando il mistero, usava dare un nome ed un 'servizio' specifico ad ogni figura, anche la più oscura, per quell'arte della pragmatica imparata dal quotidiano vivere. Non manca una puntata nel brigantaggio, che fu piaga anche per queste terre; le citazioni interessanti di molti autori, aiutano a chiarire le vicende laddove le testimonianze orali raccolte dall'autrice non possono diventare racconto per l'esiguità dei ricordi. Leggendo il libro si allena l'immaginazione pervasi, a tratti, da una grande dolcezza. Sì, perché la memoria solleticata torna a recuperare nomi e particolari dell'infanzia che si credevano dimenticati. E dopo la lettura, se ci si incammina nel bosco in penombra può anche sembrare che da dietro un masso muschioso, su per una strada dritta dritta... (Serena Grizi)
Saper perdere
David Trueba
9788807722981
Feltrinelli
€ 10,00 e-book disponibile NO
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Nel sapiente script di David Trueba (Madrid 1969, regista, scrittore e sceneggiatore) si dipanano per quasi 500 pagine le storie intrecciate di almeno cinque individui. Il desiderio mai sopito induce Leandro, nonno di Sylvia, a frequentare un moderno bordello incontrandosi carnalmente e culturalmente con l'Africa di Osembe mentre in casa è alle prese con la decadenza della vita di coppia con Aurora (meglio individuata nella grave malattia che Aurora cela a tutti). Il desiderio induce Lorenzo, padre di Sylvia a cercarsi una nuova compagnia, frequentando una giovane, religiosissima, immigrata ecuadoriana, mentre porta sulla coscienza l'omicidio dell'ex socio che lo ha derubato. Il caso vede la sedicenne Sylvia innamorarsi di Ariel, giovane stella del calcio con un 'nome da detersivo' che... l'ha investita. L'autore scrive un solido 'racconto sentimentale', seppure sui generis: per farlo prima sorprende i propri personaggi assorti nelle loro solitudini colme di desideri inespressi e poi comincia a farli muovere nell'intreccio romanzato. Niente è come sembra, tutti godranno il loro momento ma lo pagheranno, più o meno, a caro prezzo (anche economico); l'intelligente complessità dei personaggi, così realistica, fa venire in mente un verso di Lucio Dalla: «siamo angeli, con le rughe un po' feroci sugli zigomi». Trueba utilizza dialoghi immersi nella narrazione senza uso di virgolettati, il passaggio al flusso solitario delle coscienze è automatico come il loro riaprirsi al mondo. Il fuori e il dentro, osmotici, raccontano anche ciò che ogni romanziere accorto trova per strada: il cambiamento continuo di senso, nel caso lo si rintracciasse in una metropoli spagnola come in qualsiasi altra, lo smarrimento individuale. Un adesso in cui i problemi di un occidentale 'in casa propria' non contano di più di quelli dell'immigrato della porta accanto, il quale si porta dietro una carica speculare di nuova moralità e immoralità nuove. Anzi, senza immigrati, poveri o di lusso, questa storia neppure esisterebbe. L'autore bilancia il rosa tenue di molte pagine, tutti cercano l'amore, con i toni più scuri di una società decadente e complessa e con i coloriti dialoghi dello spogliatoio di Ariel, specchio di nuovi modelli sociali vincenti (ricchi 'principi' calciatori con annesse 'principesse' muniti di grandi portafogli e, quasi, zero cultura e/o valori). Divertente e scritto magistralmente, se poi vi incuriosisse sapere cosa significa il titolo...(Serena Grizi)
Il mercato della fame e la rivolta delle coscienze
Jean Ziegler (a cura di Sibylle Kirchbach e Anna Ruchat)
9788862223096
Stampa Alternativa
€ 1,00 e-book disponibile NO
Copertina:
Un solo euro per leggere un grande scritto in piccolo formato. 1 euro, un simbolo e un soldino di poco ingombro per tanti che fa la differenza nella giornata di molti. La fame mondiale, oltre che un dato di fatto è una volontà collettiva. Il libro è il testo scritto da Jean Ziegler, sociologo e critico della globalizzazione, per l'inaugurazione del festival di Salisburgo nel 2011 e mai tenuto in quella sede perché rifiutato dallo stesso festival che aveva fatto l'invito all'autore. Rifiutato per per ovvi motivi?: «Molti tra i più belli e ricchi del mondo, molti tra i padroni di banche e mutinazionali si concedono ogni anno l'appuntamento di Salisburgo. Sono i principali artefici e beneficiari di questo cannibalesco tornaconto internazionale.» (Serena Grizi)
Philip Roth. Fantasmi del desiderio
Luciano De Fiore
9788835991533
Editori Internazionali Riuniti
€ 25,00 e-book disponibile NO
Copertina:![]()
Dalla discreta mole di critica letteraria all'opera rothiana (soprattutto in lingua inglese), traiamo questo interessante titolo di Luciano De Fiore (esperto di filosofia classica tedesca e dei rapporti tra filosofia, letterature e psicoanalisi) con felice introduzione di Antonio Monda (scrittore e saggista, insegnante presso il Film Department della N. Y. University), che si propone di indagare i segni portanti del desiderio fra molte opere del grande scrittore di Newark. Con tutta probabilità Roth ha individuato nel desiderio una delle poche forme di libertà individuale agibile a tutte le età e in ogni condizione. Soprattutto uno dei suoi più famosi eteronimi «Nathan (Zuckerman n.d.r.) sembra aver compreso che il nostro è connotabile piuttosto come il luogo e il tempo della messa in mora del desiderio. Per due ragioni: perché il desiderio vive di rappresentazioni e di futuro, e non di cose, mentre la società tardocapitalista propone di saturare le rappresentazioni con merci e rappresentazioni di merci. In secondo luogo, perché attraverso una ipervalorizzazione della sfera pulsionale dell'individuo si vuole depotenziare la crescita stessa del desiderio, di modo che quella non evolva nell'autentica dimensione desiderante».* Protagonisti, in una carrellata ricca di rimandi e citazioni, molti romanzi di Roth o racconti lunghi, come Il seno, per introdurre il desiderio erotico; scritti che diedero grande fama all'autore come Il lamento di Portnoy e poi La macchia umana e L'animale morente che, divenuti anche film, hanno contribuito a donare a Roth una seconda giovinezza letteraria. «Ma qual è la lezione del Professore di desiderio? Che il desiderio ci desidera oltre il nostro bisogno di quiete e serenità. Che una logica binaria che schieri seccamente da una parte il piacere e dall'altra l'etica, l'arte contro la vita, l'amore contro l'audacia è perdente e disperante»*. Ecco che anche in titoli quasi perfetti come Everyman e Patrimonio, ma forse più distintamente nel primo, si riaffaccia il desiderabile sotto forma dell'incontro fortuito con una ragazza, davanti al mare (che in questo romanzo fa costantemente da sfondo, traendo per una volta i personaggi fuori dall'eterna New York). Tutto mentre il protagonista s'affanna in occupazioni borghesi, come la pittura, che dovrebbero aiutare la sublimazione del desiderio, ma in questo caso non fanno che moltiplicare le occasioni per il desiderante. Curati indici per rintracciare meglio le argomentazioni, un vero tesoro con molti spunti per ampliare biblioteca e speculazioni, considerata la scarsa saggistica in italiano su questo autore. *Citazioni dal testo. (Serena Grizi)
Diario di scuola
Daniel Pennac
9788807880902
Feltrinelli
€ 8,00 e-book disponibile € 5,99
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Uscito quasi cinque anni fa, ammicca adesso dalle pile Feltrinelli dei 'vendutissimi': Diario di scuola fra gli ultimi lavori del bravissimo scrittore francese Daniel, in arte Pennac, al secolo monsieur Pennacchioni. Bella forza raccontare, dopo essere stato insignito della Legion d'Onore per le arti e la letteratura, che a scuola si è stati degli asini rifiniti almeno fino all'adolescenza, incapaci di padroneggiare anche quella grammatica che è diventata la malta delle sue originali costruzioni stilistiche, uno dei fiori all'occhiello dell'autore. Tralasciando (ma non troppo) che il libro è divertente, pieno di racconti di vita vissuta prima come studente e poi come professore, questo testo potrebbe definirsi davvero il manuale per ogni ragazzo che volesse qualche opinione, a tratti anche disinteressata, sul perché dover 'sopportare' la scuola; ed un manuale di suggerimenti anche per i prof su come porgere la materia insegnata ai propri allievi. Che, secondo Pennac, non possono essere quelli idealizzati nei sogni, coloro che già conoscono a fondo i buoni motivi per stare attenti in classe e studiare a casa, molti di loro saranno invece persone con cui cercare per prima cosa il modo per intendersi, per entrare in contatto. Lo scrittore ex insegnante non idealizza: anche per lui tanti successi e altrettanti fallimenti, o più dolorosi, come lascia intuire, fra le righe dichiarate, una leggera reticenza. La ragione che non lo ha fermato quasi davanti a nulla si è rivelata essere proprio lo studente inappetente che è stato e poi l'amore per la professione di insegnante. Amore, parola che, con pudore, utilizza alla fine, ma che non può a suo avviso non animare ogni azione che mette in contatto le diverse generazioni. Uno dei problemi odierni, ben centrato e descritto, «è il confronto con una classe di bambini clienti (...) E dolorosa prospettiva per il giovane cliente, doversi preoccupare delle proprie necessità a scapito dei propri desideri: vuotarsi la testa per formarsi la mente (...) scambiare la pseudo-ubiquità delle macchine per l'universalità delle conoscenze, dimenticare rutilanti carabattole per assimilare invisibili astrazioni». Con zero retorica, molta esperienza e la voglia di approfondire i punti di vista; una originale analisi logica delle frasi fatte, un racconto del quale non si aspetta l'ultima pagina, come per molte altre opere di questo versatile autore, 'papà' dell'indimenticabile Benjamin Malaussène. (Serena Grizi)
Il gabinetto del dottor Kafka
Francesco Permunian
9788865941997
Nutrimenti
Prezzo: € 15,00 e-book disponibile € 7,99
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Leggete Permunian, se non lo conoscete, senza farvene un'idea preconcetta: cominciate pure da questo romanzo, che tale non sembra, almeno all'inizio, da questa cronaca del momento, affastellando un'idea sbagliata sull'altra: lo scrittore è un narciso, anzi non lo è; è un altro che ha deciso di presentarsi come 'avanzo di manicomio', anzi no; ce l'ha con le donne, con gli omosessuali, o con chi invecchia, no per niente. Permunian si mette in gioco e alla berlina alla
stregua delle sue creature, siano esse amici e conoscenti o altri scrittori viventi o passati, per i quali ricrea scene quasi perfette, attingendo da memorie collettive e dalla sua, di 'intellettuale di campagna' come si definisce. Esistono scrittori che sono tali perché esiste l'editoria, altri che lo sono per essenza e riescono anche a mettersi a servizio del mercato, altri, a quest'ultima categoria ci sembra appartenere il nostro, che sono scrittori e basta, anche se dal loro 'soffrire' l'esistenza (e distillarne certe righe sulle quali, fra l'altro, ridere dal profondo o con leggerezza), non fosse mai pubblicato un rigo in alcun modo e su alcun supporto (qui invece esiste anche l'e-book). «L'editore ti chiede l'ovetto letterario e io non riesco a scodellarlo a comando»*. Ecco questo non riesce all'autore e questo non cerca. Attraverso ogni sua pagina si entra in un mondo antico e segreto popolato di ricercatezze e destini improbabili come quello dello zio Bertoldo Borletti, in un'accozzaglia caotica tanto simile alla vita: sempre che possa interessarvi anche la chincaglieria e che cosa ne dica e ne pensi questo autore, poco attratto dalla società dei letterati e da atteggiamenti esteriori adottabili per amore di presenza. Che seppure schivo, però, va e si coinvolge negli scorni della vita di tutti i giorni e le parti migliori sono queste o quando racconta dei suoi amici, e molte amiche, colpiti come lui stesso, dalla paura della morte per eccesso di amore per la vita. Ma a parte il destino comune non vuole lasciare un'impronta agiografica del proprio esistere. Per il resto la mente di Permunian è un cassetto di informazioni preziose, sul Polesine, Maria Corti, Alda Merini, Giorgio Manganelli, Andrea Zanzotto, Salvatore Silvano Nigro (critico letterario noto anche per i risguardi di copertina dell'opera di Camilleri pubblicata da Sellerio, veri pezzi di bravura), l'antica gente contadina, gli ortolani... Per la cronaca, il gabinetto non è uno studio, ma proprio l'orinatoio della stazione di Desenzano, 'teatro' di un aneddoto su Kafka e ulteriore tormentone di questo originale autore. Del rispetto per l'oggetto libro, ancora un'opera per qualcuno, ce ne da atto il breve colophon in ultima pagina nel quale sono elencati, con preziosa attenzione, da coloro che ci hanno lavorato ai caratteri tipografici utilizzati, ai tipi di carta. *dall'intervista a Francesco Permunian di Antonio Gnoli – Repubblica 24 gennaio 2013. (Serena Grizi)
Nemesi
Philip Roth
9788866213185
Einaudi - Numeri primi
€ 13,00 e-book disponibile € 9,99
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Scritto circa tre anni fa il racconto ci porta all'estate del '44 a Newark (New Jersey). L'America è impegnata con il conflitto mondiale, molti giovani sono arruolati in missioni in Europa, il fronte Giapponese è impegnativo. Eugene Cantor, detto Bucky, avrebbe più di qualche motivo, però, per vivere questa come un'estate bella e decisiva: è un giovane ebreo forte e atletico, sta per fidanzarsi con la ragazza che ama, ha un lavoro nel campo estivo comunale in mezzo a meravigliosi bambini cui insegnare le discipline sportive che ben conosce. Stimato e amato da tutti vive con la nonna con la quale è cresciuto: sua madre è morta dandolo alla luce, il padre che non ha più visto è stato allontanato dalla famiglia per la sua fama di ladro. Bucky ha avuto dolori e principi su cui formarsi nella sua, nonostante tutto, serena infanzia, trasmessigli dal nonno scomparso e di cui ricorda ogni giorno gli insegnamenti: il senso del dovere, la solidarietà, l'amicizia; quella forte e indissolubile che lo lega ai compagni partiti al fronte. Il primo cruccio è non poter essere partito anch'egli, una forte miopia che lo accompagna fin da piccolo gliel'ha impedito. L'altra è la crescente epidemia di polio che specialmente in estate miete bambini e persone deboli, e che terrorizza l'intera città rendendo istituzioni e cittadini impotenti, poiché storicamente siamo undici anni prima della scoperta del vaccino. Questi tutti gli elementi che comporranno il terribile mosaico dell'esistenza di Bucky Cantor, il compimento della Nemesi che lui stesso, per frainteso senso del dovere, attende gli si rivolti contro. Il narratore, un ragazzo della metà degli anni di Eugene, raccoglierà la storia molti anni dopo quando tutto sarà già compiuto, ma guidato più dalla razionalità che dal fallace ateismo del protagonista, che nasconde in realtà un sentimento religioso ai limiti della superstizione, dirà: «A volte si è fortunati e a volte non lo si è. Ogni biografia è guidata dal caso e, a partire dal concepimento, il caso – la tirannia della contingenza – è tutto. È al caso che ritengo Mr Cantor si riferisse quando vituperava quel che lui chiamava Dio». Roth torna su quel 'caso' costituito, però, da nascita, frequentazioni, influenze, verità taciute, altre evidenti ma spesso mai esaminate, con cui aveva composto il grande affresco di Pastorale Americana. Sue anche molte considerazioni fra le più profonde e meglio riuscite dei nostri tempi sulla cultura e la storia degli ebrei d'America nel raffronto con il moderno stato di Israele (La controvita) e la capacità di misurarsi con molte delle contraddizioni proprie della gente cui sente di appartenere. Lo scrittore compirà ottant'anni a marzo e sembra se ne sia andato in pensione. (Serena Grizi)
Il libro del canadese Yann Martel, un racconto piacevole letto qualche anno fa, lasciava in bocca il gusto dolce-amaro della favola coronato da un finale che stravolgeva in pieno il senso di tutta la storia. Nel narrato, fluido e attento ai tempi, la volontà profonda di contribuire a costruire una spiritualità più libera, specialmente dalla violenza e dagli orizzonti bui mostrati da alcune religioni, dava a tutta la storia un'interessante profondità che incitava i non amanti del genere favolistico a non mollare la lettura. Il gran merito di Martel, invece, è proprio quello di aver creato una favola nuova con tutti gli elementi peculiari di questa forma narrativa: una sospensione spazio temporale, un protagonista che trasforma le proprie debolezze in talenti, la natura misteriosa di per se e per la presenza ambigua di Richard Parker. Una tigre niente affatto 'alla mano', a rappresentare la natura indomabile, paga delle proprie leggi e indifferente a quelle dell'umano (a meno di non usare la forza bruta). La magia del libro sembra sia stata totalmente colta dal bel film del regista taiwanese Ang Lee (La tigre e il dragone', I segreti di Brokeback Mountain' dal testo di Annie Proulx), il quale utilizza già i titoli di testa per accompagnare lo spettatore in un regno che seppure appare addomesticato, gli animali apparentemente liberi vagano in un lussureggiante zoo di proprietà del padre di Pi, vive la propria leggiadra, o buffa all'occasione, anima-animale. Attraverso misurati effetti speciali e un tridimensionale che si fa valore aggiunto alla storia, e non il contrario, ci si ritrova nell'avventura di Pi e di Parker che dopo un catastrofico e doloroso naufragio troveranno posto su una barca...in mezzo all'oceano; strappati alle loro certezze, incapaci di rappresentare le proprie nature (culturale e istintiva) perché al momento molto distanti dai riferimenti che dovrebbero sostenerle. Una volta ripresisi dallo spavento, l'uno cercherà di imparare come sopravvivere leggendo le istruzioni rinvenute sulla dotazione di salvataggio e mettendo a riparo il cibo; l'altro farà due fra le cose che l'istinto gli suggerisce: tenere lontano l'uomo per l'equazione innata con 'pericolo', e sopravvivere in un elemento che non ama. A quel punto accade che l'uomo viva per l'animale, poiché l'accudire un altro essere vivente lo fa desistere dal lasciarsi andare alla deriva e l'animale viva grazie a Pi che gli somministra acqua potabile e cibo, obbligato a non oltrepassare la soglia di rispetto vitale alla belva, quella minima soglia che un'imbarcazione consente. Nel libro di Martel e quindi nel sensibile film di Ang Lee, vibra l'Avventura intatta: quella potente di Emilio Salgari, quella della furia degli elementi di Conrad. Fatta di natura, coraggio, capacità di costruirsi la sopravvivenza giorno per giorno, con un finale sorprendente. (Serena Grizi)
El especialista de Barcelona
Aldo Busi
9788867620883
Dalai Editore
€19,00 e-book disponibile € 10,99
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Se anche lo scrittore dialogasse con un pero sarebbe lo stesso, ma l'eleganza di farlo da una sedia di ferro de La Rambla con una foglia di platano, indecisa se cadere o no, fa la differenza. Lo scrittore ci parla di se stesso, anzi dell'especialista, uomo di poche o tante qualità, anzi no, ci parla della famiglia dell'especialista simile a molte altre e pure così votata alla decadenza, e di una casa talmente messa male che, se non pensassimo che Aldo Busi ha di meglio da fare, crederemmo che guardi quei programmi sui satellitari 'Real time' o 'Lei' nei quali case da incubo che esplodono d'immondizia, collezionisti di stracci e paccottiglie capaci di ridurre in brandelli le proprie esistenze per non rinunciare a cinquanta cani di pelouche pur avendo l'asma, costituiscono l'ago della bussola che meglio indica dove si sta inabissando il genere umano. Tanta la paura di abbandonare il pianeta? Siamo noi quelli fotografati dallo scrittore? Oppure è la foto di come lui vede il mondo? Più lo si legge e più è impossibile amarlo per non dover poi cadere in quel sentimento antitetico all'amore, cercando di volergli solo quel po' di bene utile e chiedersi perché si ammannisca, lui o il suo protagonista, la compagnia di persone che tanto disprezzano la sua, e la generosità e la discrezione, e se toccherà anche a noi, pur di non restare soli, di dover assistere a questa (troppo) poca umanità e (troppa) decadenza 'morale'. Perché invece quella 'civile', ripassata da Busi fra vicende ispaniche e italiane, è già in atto da un pezzo e l'autore non dimentica di ricordarci tre o quattro cose che potremmo fare per essere migliori, istantaneamente. Ancora, in questo romanzo, il punto interrogativo di una personalità ingombrante, l'ombra di un potere difficile da scansare, come la 'Fata della candeggina' che si rivela peggiore, molto peggiore di quello che sembrava, disprezzata da molti, ma alla quale si danno volentieri nelle mani le chiavi della propria esistenza. Le trovate letterarie di raccontare una storia facendo credere che si fatichi persino a ricordarla, parlare con una foglia, far finta di scrivere lo spagnolo con una tastiera puntata sulla lingua italiana che non riproduce, perciò, cediglia e tilde, giusto per non appesantire il testo italiano sono segno... di animo gentile, cifra di un 'io narrante' che rievocando una storia per se urgente ma richiesta da nessuno, si fa largo tra i lettori solleticandone poco a poco la curiosità. Alla fine del libro, come sempre dopo aver letto Busi, per qualche settimana è difficile decidersi sul prossimo libro: per quella sensazione di aver letto con leggerezza qualcosa di molto pregnante, o qualcosa di davvero pregnante che però ci ha lasciato in testa solo una confusa leggerezza. (Serena Grizi)