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Sommario anno XII numero 6 - giugno 2003

 I NOSTRI PAESI - pag. 6

albano
Il Casino Poniatowski in Albano …  e Dom Miguel I, il Re di Coppe

(Alberto Crielesi) -
Ad Albano chi osserva quell’anonimo stabile, posto all’inizio (per chi viene da Roma) di Via Borgo Garibaldi e che sino a qualche anno fa ospitò il cinema Alba Radians, non potrebbe mai immaginare che sia l’ultima e radicale trasformazione di un più nobile edificio, ricco di storia: il Casino Poniatowski.
In origine il fabbricato si presentava come un lungo stabile rettangolare a tre piani, terminante ad elle, affacciato, nel lato est, sulla piazzetta dell’ex Porta della Stella, e ad ovest - tramite un gran giardino ricco d’aiuole e parterres - sulla “Strada Napoletana Vecchia”, ossia l’odierna Via Trilussa.
Una delle testimonianze più antiche di quest’edificio ce la offre la pianta d’Albano “Veduta dell’odierna città di Albano”, dell’architetto Pietro Antonio Giorni allegata al libro del Riccy (1787)
, cui fanno seguito quella di Tobia Piani (post 1816) e quella del Catasto Gregoriano3, per giungere - con tanto di didascalia - all’incisione, sempre dell’architetto Giorni (ma riveduta e corretta nel 1844), che correda la Storia di Albano dell’altro Giorni, il canonico Francesco4.
Il Casino, come si può notare nelle mappe, era (a destra) separato da un vicolo dalla dipendence del Poniatowski (poi Grandjacquet) e dallo stabile dei Gavotti - del cui giardino è superstite il solo nicchione del ninfeo -, mentre aveva alla sua sinistra un’altra illustre dimora, il Palazzo Corsini (attuale Sede ASL), che i Borbone di Spagna avevano acquistato nel 1816 e - tramite donna Maria Isabella di Borbone, regina di Napoli ed erede di Carlo IV di Spagna - rivenduto nel 1834 “…col credito fruttifero di scudi 16000 a favore del precedente proprietario Don Tommaso Corsini…”
al ricco possidente albanense Filippo Giorni.
Quest’ultimo lo aveva trasformato - ma proseguendo una precedente gestione - nella nota Locanda Reale” (da qui “Locanda Giorni”)
che tanti illustri ospiti accolse tra le sue mura.
Riguardo il Casino Poniatowski, era un edificio, già appartenuto ai Peretti, ristrutturato nel 1805
7 dal nuovo proprietario il principe Stanislao Poniatowski (1754-1833). Quest’ultimo, avendo acquisite nella nostra zona dalla Reverenda Camera Apostolica molte privative e parecchie proprietà - come “le mole di Albano e di Castel Gandolfo, l’Edificio della Concia di Albano, il Lago di Castel Gandolfo colla Pesca Privativa, la Casetta de’ Pescatori, Emissario e Corso delle Acque8 - aveva voluto ad Albano questo palazzetto “per suo diporto”, proprio “all’imboccatura del borgo della stella”. Ed a ciò aveva provveduto (specialmente negli interni) a sistemare dignitosamente l’edificio preesistente, sotto la guida del Valadier, attivo in quegli anni nelle altre proprietà del principe polacco sia a Roma come nei casamenti nel Circeo ecc.
Il Poniatowski era nipote del potente re di Polonia Stanislao II Augusto (n.1732 m.1798) che congiurò contro lo zar Pietro III e la zarina Caterina II, alla quale era legato sentimentalmente, abdicando infine nel 1795 in seguito alla insurrezione polacca. Figlio di Casimiro, fratello maggiore del re e Gran Ciambellano di Polonia, Stanislao era nato a Varsavia il 23 novembre 1754. Fin da giovane aveva viaggiato molto in Italia soffermandosi in special modo a Roma, dove allora risiedeva stabilmente una nobile e raffinata colonia polacca. Nel 1784 il fratello di Stanislao, Michele, divenne primate del regno di Polonia, cosicché i rapporti fra la famiglia Poniatowski e la Città Eterna si fecero ancora più intensi, tant’è che indussero Stanislao a stabilirsi definitivamente nella Capitale dove, nel 1800, acquistò la nota Villa fuori Porta del Popolo ed il Palazzo a Via della Croce.
Grande proprietario terriero in Polonia, Stanislao lo divenne in breve anche in Italia; egli passava l’inverno nella Capitale, la primavera e l’autunno ad Albano e l’estate nei suoi possedimenti di San Benedetto, a pochi chilometri da Mantova: le sue tenute presso Roma, al Circeo, e i latifondi dell’Italia settentrionale raggiunsero ben presto la fama di essere i più moderni e organizzati della penisola.
Fu a Roma, verso il 1804, che egli conobbe, ormai cinquantenne, una popolana, di vent’anni più giovane, Cassandra Luci in Beloch, rifugiatasi - così sembra il loro romantico approccio - nel suo palazzo di Via della Croce per sfuggire all’ennesima scenata di suo marito, l’anziano e oscuro Vincenzo Venturini Beloch.
Francamente, si dovette trattare di un clamoroso colpo di fulmine se poco tempo dopo Stanislao Poniatowski, elargito un lauto appannaggio al Beloch perché rinunciasse ad ogni diritto matrimoniale, si unì con Cassandra Luci, da lui ribattezzata Caterina, e questo in onore della zarina, molto cara ai Poniatowski. Dall’unione con la Luci il Poniatowski avrebbe avuto a distanza di qualche anno cinque figli - Isabella (1806), Carlo (1808), Costanza (1811) Giuseppe (1814) e Michele (1816) - garantendogli così un’assicurata discendenza.

Ma tornando alla sua residenza ad Albano, è da ricordare che il Poniatowski vi aveva raccolto la nota ed importante collezione di gemme antiche, poi trasferita a Firenze, ed andata in seguito dispersa; la stessa dimora, fra altro, aveva visto la presenza di Giuseppe Gioacchino Belli, dal 1811 al 1813, nelle vesti di segretario del principe, incarico, purtroppo, che il poeta fu costretto ad abbandonare per contrasti con la compagna del Poniatowski.
Ed al principe polacco rimarrà legato il Casino di Albano sino alla forzata partenza da Roma per Firenze (1825), vessato dall’opinione pubblica a causa dei pettegolezzi che si erano diffusi nella città papalina sulla sua unione con la Luci e per gli interventi, infruttuosi, per far cessare quello che si riteneva un ostinato scandalo, sia del Governatore sia dello stesso Pio VII, tramite il segretario di Stato, il cardinale Consalvi.
Così le tante proprietà del Poniatowski a Roma e nel Lazio furono vendute. Riguardo ad Albano, per primo toccò al “lago di Albano, […] che fu alienato il favore di Lorenzo Lezzani” - un curioso personaggio “notevolmente arricchitosi facendo strade per lo Stato Pontificio che ebbe il titolo di Marchese e nel 1841 ne era ancora il proprietario”-
10 , poi si provvide alla vendita, il 19 agosto 1823, del piccolo fabbricato prossimo allo stesso Casino11 , infine all’alienazione di quest’ultimo, ceduto con atto di vendita del 13 febbraio 1825 di Bartolomeo Giuseppe Offredi, “Notaio pubblico di Collegio del Campidoglio”, all’ill.mo “Sig.re Paolo Longhi figlio della b.me Gio. Batt. di Frosinone, proprietario in Roma in via de’ Pastini n. 114” al prezzo di settemila scudi romani12 :
Il Palazzo da cielo a terra, situato nella Città di Albano, e precisamente sulla Via Corriera, denominata Via della Stella, confinante col Vicolo della Casa del Sig. Gaspare Granjacquet, verso la Marina colla Strada Napoletana Vecchia, ossia Casaletto, e dalla parte del Mezzo Giorno con il Palazzo di Sua Maestà il Re di Spagna, con il Giardino ed orto annessi, e con tutti i singoli altri membri, usi, pertinenze, adiacenze, dipendenze, mobilio, acqua e altre commodità qualsivogliono, e come al presente appartiene al Sullodato Sig.re Principe Poniatowski
13.
Praticamente con questa vendita Stanislao Poniatowski concludeva la liquidazione dei suoi beni romani e laziali e tagliava i rapporti con la Città Eterna, rifugiandosi, accolto dall’aristocrazia locale, insieme alla Luci ed ai suoi figlioli, a Firenze dove avrebbe messo fine ai suoi giorni nel 1833.
Lasciato dall’aristocratico polacco, il Casino di Albano dal 1834 divenne la dimora di un altro illustre personaggio, esule in terra straniera, quel Dom Miguel I di Braganza, zio e promesso sposo di Maria II, che, usurpato il trono alla nipote ed autonominatosi re del Portogallo, regnò dal 1828 al 1834, anno in cui fu cacciato, costretto all’esilio e… - al pari di altri ex regnanti deposti - generosamente accolto dal Papa ed ospitato nella cittadina castellana. E ad Albano sarebbe rimasto sino al marzo del 1843,
14  alternando in una vita gaudente e disordinata questa residenza con quelle di Palazzo Capponi a Via Ripetta e dell’ex Villa Corsini ad Anzio, gravoso ospite dei Mencacci, divenuti zelanti fautori della sua causa.
Certo, ai Mencacci la presenza di Dom Miguel pare sia costata cara, all’incirca un milione di scudi romani, che per l’epoca fu una perdita colossale e non poco influì al declino economico di questa famiglia così come lo volle sottolineare anche il Tomassetti: “se loro fruttò onori portoghesi, produsse grave danno finanziario”.
15 
A tal proposito sino a qualche anno fa alcune epigrafi, fatte affiggere dai Mencacci in due residenze di Dom Miguel, eternizzavano ai posteri la presenza dell’illustre ospite e la struggente dedizione dei padroni di casa: una - presente ancora nel 1939 - era stata posta nel salone nobile di Palazzo Capponi a via Ripetta; un’altra - egualmente andata perduta – era stata affissa nella parete della scala della villa dei Mencacci ad Anzio, di questa però ci è stato tramandato il testo:

Perché la maestà fedelissima
di Michele I re di Portogallo
si piacque dal V al XIV marzo MDCCCXXXV
rendere colla augusta presenza
più liete e belle queste campagne
dove andò colla caccia l’animo ricreando
Giacomo, Luigi e Francesco Mencacci
che tal personaggio ebbero ospite
per memoria di sì raro onore
posero questa lapida (sic.).

Ed a proposito di caccia e svaghi di don Michele in queste località litoranee, è da ricordare un aneddoto: Cinque Scudi, il curioso nome dato all’omonima Macchia, facente allora del grande latifondo di Conca nei pressi di Nettuno, un tempo tenuta del Capitolo di S. Pietro e poi dei Mazzoleni.
L’appellativo era nato tra i “guitti”, i braccianti stagionali, proprio in concomitanza della presenza di Don Miguel, il Re di Coppe - altro irriverente epiteto dell’ex re del Portogallo - che aveva scelto la località, per esercitarsi in un discutibile svago: tirar a segno puntando come bersaglio una conca colma d’acqua posta sulla testa alle povere donne del luogo e questo dietro compenso, appunto, …di cinque scudi…
L’aneddoto - ma è cruda verità - ce lo narra in vernacolo romanesco Augusto Sindici nel VI capitolo della sua “XIV leggende della Campagna Romana narrate in CCX sonetti”, così quando fa raccontare al vecchio Luigi Gastaldi di Anzio, Giggi Disperato, a due cacciatori romani ciò che egli vide in quella macchia mentre era, da giovinetto, al servizio di Don Michele di Braganza:

“Giostre! cuccagna! E te faceva questa:
a du trecento passi t’impostava
na ciociarella co la conca in testa,
e co na palla e nu je la sbuciava!?
L’infracicava peggio d’un purcino;
e lui dajela a ride! E alora quella
pijava cinque scudi, e più ‘n zecchino
si sapeva ballà la tarantella;
poi carne à volonté, formaggio e vino...
E via! n’antra mattata, assai più bella!

Sennonché un giorno avvenne un tragico incidente: Don Miguel sbagliò bersaglio ed una povera ciociaretta, certa Menichella, che per i soliti cinque scudi si era sottoposta a quel crudele rito, venne colpita a morte.
È sempre Giggi Disperato che racconta (Sindici):

“Comincieno li giochi, l’alligria.
Vino e magnà cureva in abbondanza...
                                                                (segue nella pagina accanto)
Sia ch’avesse bevuto, o cosa sia,
ognuno a modo suo se l’arivorta,
lì avanti a la Duchessa de Breganza, (
16)
spara... la fa un po’ bassa... e casca morta!
La fece secca!... Eh! quela brutta sera
c’era na sborgna in giro!... A riccontalla
tu nun ce crederessi si cos’era!
Eh!... er Papa.... ce pijò n’ indiggistione
quanno j’ariccontorno sta disgrazzia...
mannò a la matre... la binidizzione!
Ma cinque scudi ar mese, ar dì d’alora?...
Antro che storia!... fu na vera grazzia
avuta er giorno de la Cannelora!!...
Ma tornando alla dimora di Albano, il Casino Poniatowski, giunse anche per Don Miguel il tempo di lasciarla: era il 1843, l’ex re del Portogallo, abbandonò Roma - e questo con gran sollievo del papa - e l’Italia; nel 1851 avrebbe messo fine alla sua vita da scapolo sposando la principessa Adelaide di Löwenstein-Wertheim-Rosenberg che gli avrebbe assicurato una dinastia tuttora florida. E l’ex Casino Poniatowski? Dai Longhi era, nel frattempo, passato a Filippo Giorni, per divenire poi nel 1849 il domicilio di suo figlio Pietro e della moglie, Elisa Thorvaldsen, la figlia del noto scultore danese. Sempre qui in questo palazzetto ad Albano vennero alla luce i due figlioli, che la Thorvaldsen ebbe da Pietruccio: Carlo, futuro buon paesaggista, e Gustavo morto prematuramente. E sempre qui, anche se lo stabile era divenuto, dopo il crollo economico dei Giorni, di proprietà dei Grandjacquet, la diletta figlia del Fidia nordico terminò, 15 settembre del 1870, i suoi giorni; la morte l’alleviò - per lei cattolicissima - d’essere testimone impotente di fronte al triste epilogo dello Stato Pontificio che coll’entrata delle truppe a Porta Pia, qualche giorno dopo, avrebbe messo fine al suo essere.
Note:
1) Il presente articolo è tratto liberamente dal saggio dello stesso autore, Albano dimenticata: Elisa Sofia Carlotta Giorni, nata Thorvaldsen, in “DocAlb.”, n.23, a. 2001, Albano 2002, pp. 93-97, d’ora in poi Crielesi 2001.
2) Cfr. G. A. Riccy, Memorie storiche dell’antichissima città di Alba-Longa e dell’Albano moderno .. divise in tre libri dall’abate Gio. Antonio Riccy, Roma 1787
3) Archivio di Stato Roma, d’ora in poi ASR, coll. I, cart. 1, n. 9. Mappa di Albano di Tobia Piani. Cfr. pure ASR, (levata) Catasto pontificio, 110 Comarca, Catasto Gregoriano. Pianta della città di Albano (1819-21).
4) F. Giorni, Storia di Albano, Roma 1842.
5) Cfr. E. Borsellino: Committenti e artisti toscani ad Albano Laziale nella seconda metà del 700: il caso di Palazzo Corsini, In “DocAlb.”, II, 1987, n. 9”, pp. 91- 101.
6) Giorni 1842, “…l’antico Corsini ristaurato ed accresciuto il 1817 dal Cattolico re di Spagna Carlo IV, e locanda in oggi de’ Giorni nel borgo su nominato della stella, palagio veramente magnifico e degno per un sovrano…”, p. 50. Cfr. pure: F. Gasparoni, Peregrinazione a Genzano, Roma 1845, p. 19.
7) Crielesi 2001, nota 16 p. 108. Cfr. A. Busiri Vici, I Poniatowski e Roma, Firenze 1971, pp. 301, 309.
8) Crielesi 2001 p. 99, nota 17 p. 108.
9) Giorni 1842, “ Stanislao Poniatowski, nipote a Casimiro–Stanislao (sic) ultimo re di Polonia si scelse anch’egli Albano per suo diporto, avendosi fabbricato un palazzino all’imboccatura del borgo della stella…, ”, p. 51.
10) G. Moroni, Dizionario di erudizione storica-ecclesiastica. Venezia 1840/1861, vol. 10, p. 155.
11) Crielesi 2001, nota 20, p. 108.
12) Ibidem.
13) Cfr. Busiri Vici 1971, pp. 301, 309.
14) Giorni 1842, “ nel qual palazzino ha di più abitato sino a marzo del corrente, don Michele I re di Portogallo, emigrato il 1833”, p. 51.
15) Cfr. G. Tomassetti, La Campagna Romana Antica, Medioevale e Moderna (1910-1926), nuova ediz. a cura di L. Chiumenti E F. Bilancia, Firenze 1979-80, vol. II, pp. 270, 402. Cfr. pure: C. Puccillo, Anzio delle delizie, Le Dimore Nobiliari, Pomezia 1997, pp. 141, 152.
16) Duchessa de Breganza (di Braganza), Così veniva chiamata la più assidua “frequentatrice” di Dom Michele.

 I NOSTRI PAESI - pag. 6

Sommario anno XII numero 6 - giugno 2003