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A colloquio con Aldo Onorati

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A colloquio con Aldo Onorati

A colloquio con Aldo Onorati
luglio 23
19:32 2018

“La letteratura? È una gran confusione per la quale non vale la pena dannarsi”
“Quando le ombre dei pigmei diventano giganti, siamo al tramonto”
“Mi vanto più dei libri letti, che di quelli scritti da me” (Borges)
“I Nobel: tuttologi e mezzi busti in tv”
“Un domani si faranno le guerre per l’acqua potabile”

Il nostro amico e collaboratore Aldo Onorati è stato insignito in questi giorni della cittadinanza onoraria di Nemi, una delle più suggestive località dei Castelli Romani, a specchio sul lago omonimo, Speculum Dianae.
Aldo non è nuovo a questi ambiti riconoscimenti. Però non vuole che qui se ne parli oltre, per cui tratteremo altri argomenti, partendo dagli ultimi saggi sul Divino Poeta: la pubblicazione, da parte della Società Internazionale Dante Alighieri, del “Manuale dantesco”, una lettura di tutta la “Divina Commedia” (prefazione di Paolo Peluffo) con appendice della tecnica del verso del Poema, e poi l’edizione di “Dante e gli omosessuali: tra Inferno e Paradiso” a cura della Società Editrice Dante Alighieri diretta da Mauro Spinelli, nella collana curata da Massimo Desideri.

D.- Poiché sei stato tradotto in molte lingue, quale traduzione ti ha emozionato di più?

R.- Devo dire “quali traduzioni”, in quanto, per motivi diversi, alcune hanno avuto un impatto forte su di me. Naturalmente la prima, in spagnolo, del poeta peruviano Francisco Bendezù Prieto, alla quale sono seguite a breve giro quelle di Leoncino Gianello H. in Argentina e di Gullelmo Gudel in Spagna. Avevo venti anni.
Ne sono venute altre, ma poi è apparsa, come un bel fulmine a ciel sereno, la traduzione di “Gli ultimi sono gli ultimi” (editrice Armando nel 1966 con prefazione di Carlo Levi) in Corea del Sud. Quando ho saputo chi era il traduttore, mi sono sentito piccolo piccolo. Si tratta di uno dei maggiori dantisti dell’Oriente: il prof. Han Hyeong Kon, colui che per primo ha traslato la “Divina Commedia” direttamente dall’Italiano in Coreano (perché fino ad allora la si traduceva dal francese). Anche Boccaccio è passato per le sue mani, Manzoni etc. Han Hyeong Kon ha poi tradotto anche “Lettera al padre” e un racconto, “La sconosciuta”. Il 24 settembre verrà a Ravenna a leggere il terzo canto dell’Inferno nella sua lingua. La silloge “Domande assurde” è nata direttamente a Mosca, in russo (poi in Italiano qui da noi): traduttore il prof. Evghenij Solonovich, più volte premiato in Italia per i suoi studi su Belli. La più recente traslazione delle mie poesie è dovuta alla poetessa bielorussa Aksana Danilchyc, la quale ha portato nella sua lingua il carme “Sepolcri”. Ma non posso tralasciare il prof. George Popescu, romeno (traduttore di Pasolini, Moravia, Montale). A lui debbo la versione, e il successo, in Romania, di molte mie opere.

D.- Quali premi letterari hai ricevuto?

R.- Ne ho ricevuti e ne ho dati molti… Il “Città di Scala – Costiera Amalfitana”, presieduta da Domenico Rea e Giorgio Bàrberi Squarotti, l’ho fondato e diretto per molti anni… Ma da tempo sto cercando di lasciare varie giurie: non mi interessa questo campo, al quale non credo granché.

D.- Perché?

R.- Vedi, lo stesso Nobel, per il quale qualcuno darebbe la vita, a considerare bene le cose ha laureato pochi grandi, e molti mediocri, lasciando fuori i padri delle cui opere ci nutriamo ogni giorno.

D.- Qualche nome…

R.- Da Tolstoi a Proust, da Cechov a Borges, da Pascoli a D’Annunzio, da Orwell a Ezra Pound, da Kafka a Gorki fino ai due Roth e cento altri… La letteratura è una gran confusione per la quale non vale la pena dannarsi. Gide aveva bocciato Proust, Vittorini “Il gattopardo”, ogni editore italiano Italo Svevo e mille altri esempi, compreso quel gigante di Melville.

D.- Hai ricordi di stroncatore nel tuo percorso di scrittore?

R.- Non poche sono state le bocciature dei miei inediti da parte di Case grandi e piccole. Pure “La sagra degli ominidi” venne respinto da tutti, compreso Armando che ne pubblicò la seconda edizione quando glielo segnalò il filosofo Sergio Quinzio che lo aveva recensito a quattro colonne su “Il Messaggero”. Adesso è esaurita la settima edizione e continua ad antologizzarsi e tradursi.

D.- Anche molte tesi di laurea, non solo in Italia, vertono su questo fortunato libro…

R.- Mi piace assai aiutare gli studenti. Metto a loro disposizione le monografie, gli articoli di giornali, li incontro, li consiglio. Ora sono anziano, spero invecchiato con saggezza e vedo questo mondo letterario dalla Luna, con distacco, ironia e un po’ di compassione per chi si affanna per un premio, una recensione, un plauso… Il tempo degli intellettuali è finito. Un Pietro Aretino, un Voltaire, un Sartre, ma anche un “discreto” scrittore come Moravia facevano opinione. Oggi contano le apparizioni in tv, non i libri che hai scritto o i brani musicali: è la TV che dà la popolarità, mentre si ignorano il valido chirurgo che salva vite umane, lo scienziato che ha messo la propria esistenza a beneficio dell’umanità; ma si invitano e si intervistano tuttologi e mezzi busti insignificanti umanamente e intellettualmente.
Mi viene in mente una frase letta da giovane, ma validissima specie in questi giorni: ‘Quando le ombre dei pigmei diventano giganti, siamo al tramonto’: è il nostro tempo, purtroppo!

D.- Quali consigli daresti a un giovane che ama scrivere?

R.- Leggere, leggere e leggere autori vari, di epoche diverse, di nazioni differenti, non necessariamente alla moda… e non solo di letteratura, ma anche libri di storia, di scienze. Insomma una lettura a raggiera.

D.- È una risposta coerente a te: sappiamo che sei un lettore instancabile…

R.- È vero, ma non mi limito alla sola letteratura. Io amo la storia, l’ecologia (ho scritto libri e articoli sul problema, esponendomi in prima persona nei Castelli Romani), la scienza, di fronte alla quale mi tolgo di cappello (non per niente ammiro tanto il tuo libro che tratta di umanesimo e cibernetica), l’astronomia (ma testi accessibili ai non addetti ai lavori), sono un melomane, studio la botanica, la geologia, la pedagogia e la filosofia, soprattutto i libri di psicologia e di medicina. Insomma, allungo le mani dappertutto. La specializzazione è utile quando si ha uno sguardo a 360 gradi, altrimenti è una chiusura all’infinita complessità del mondo.
Mi vanto, come Borges, più dei libri letti, recensiti, commentati, che di quelli scritti da me. Inoltre, la mia vera passione è l’agricoltura; dopo viene la musica (sono un tenore lirico mancato), infine la mensa. Non credo ci sia tempo per altro…

D.- Però sei stato e sei un giornalista “letterario”, hai diretto editrici, collane di poesia, narrativa e critica letteraria.

R.- C’è stato tempo per tutto, anche per la mia campagna. Ho sempre dormito poche ore, fin da bambino. Sono fortunato, perché il silenzio della notte è un immenso aiuto alla concentrazione. Quando dirigevo un’editrice a Roma, invitavo i miei autori a leggere gli altri libri della collana in cui erano inseriti, sconsigliandoli di mandare a memoria solo le loro opere. Non sempre ci sono riuscito, perché i poeti in specie stanno fissati sul loro “capolavoro”. Se dunque ignorano i loro colleghi, figuriamoci se si prendono cura di altre materie fuori dalla monomania dei loro “parti letterari”.

D.- Come vedi la letteratura contemporanea?

R.- È una gran confusione per la quale non vale la pena di dannarsi… Infatti, se osservo le condizioni catastrofiche della nostra madre Terra, non vedo molto futuro per l’umanità. Comunque, pure se ci saranno ancora uomini un domani, verranno presi dai bisogni primari della sopravvivenza e non dalla smania della gloria cartacea o di quante apparizioni in tv hanno accumulato o di quanti libri hanno pubblicato.

D.- Certo non sei un ottimista…

R.- Sono uno che non si fa illusioni. L’aumento della temperatura globale sta sotto gli occhi di tutti, né l’uomo fa niente per frenare la barca prima che precipiti nelle rapide che già rombano all’orizzonte. La sovrappopolazione non potrà essere sfamata dalla Terra, e tanto meno dissetata. Un domani si faranno le guerre per l’acqua potabile. Mi spiace per i nipoti. Quelli della mia generazione hanno vissuto il tempo più bello dell’intera Storia umana e sono passati dalla preistoria al futuro, sapendo cos’è l’indigenza e la fatica, ma anche il benessere e, soprattutto, la speranza nell’avvenire. Credo di essere nato al momento giusto. In fondo sono un uomo appagato, amo la vita e il suo terribile mistero. Se avessi la facoltà di rinascere, naturalmente per vivere gli anni dall’anteguerra a oggi, accetterei di tornare al mondo, nonostante i dolori, le fatiche, le delusioni ma anche per le meraviglie inenarrabili che l’esistenza riserva, purtroppo una sola volta in tutto il buio dell’eternità.

Nella foto: da destra, il consigliere delegato Gianni Ibba, al centro Aldo Onorati, a sinistra il sindaco di Nemi Alberto Bertucci.

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1 Commento

  1. Alli
    Alli luglio 24, 09:00

    Aldo Onorati è sempre umile e delicato, per questo è grande. Il professore offre sempre se stesso per dare valore agli aspetti letterari, o della vita, che hanno davvero significato, lasciando il resto…seccare al sole come paglia.
    Complimenti professore: è un grande esempio!

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