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Albano: salvare Palazzo Pamphilj e centro storico

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Albano: salvare Palazzo Pamphilj e centro storico

Albano: salvare Palazzo Pamphilj e centro storico
marzo 11
19:26 2017

Albano Laziale – interessante incontro quello di venerdì 10 marzo presso la Sala Vespignani: Palazzo Pamphilj, salviamo la memoria di Albano, promosso dal Comitato di quartiere ‘Albano centro storico’, presente la presidente Eleonora Albanese, la promotrice della campagna Federica Nobilio, animato dalla storica e critica d’arte Fabrizia Ranelletti, dall’arch. Ombretta Renzi, dall’arch. Marco Silvestri. In sostanza. Albano ha una storia che è stata anche parabola artistico architettonica che dura, a fasi alterne, da almeno duemila anni (non citiamo i millenni prima per essere clementi con la nostra barbarie contemporanea), a cui appartenevano un tessuto abitativo e sociale ai quali due guerre, in special modo la Seconda Guerra Mondiale e poi l’infinita ricostruzione seguita a questa, con almeno un ‘trentennio spinto’ di edilizia di speculazione, hanno inferto il colpo ferale. Come ha raccontato con poche sapienti immagini la dott.ssa Ranelletti una classe nobiliare per quanto ambiziosa e desiderosa di potere, come potevano essere i Pamphilj, alla cittadinanza ha lasciato altro che bellezza restaurando antiche aree, prendendosi in carico la costruzione di nuovi palazzi e l’ornamento degli stessi con capolavori pittorici e scultorei di grandi artisti. Palazzo Pamphilj ad Albano, in particolare, è stato testimone di questa storia d’eccellenza: trovandosi al culmine del tridente barocco voluto nella sua prima sistemazione dai Savelli, vertice dello stesso sulla bella e sobria Piazza San Paolo, o del Seminario, ridotta un povero parcheggio fra i bei platani e quel che resta delle mura ciclopiche dei Castra Albana.

Tocca agli architetti più giovani, come la dottoressa Renzi, cercare un freno all’espansione dei soliti ‘indefessi muratori’, o ex tali divenuti ‘padroncini’ (che certo col beneplacito della politica e il silenzio della popolazione che credeva di guadagnare posti di lavoro stabili, hanno proliferato e continuerebbero a cementare fino al giorno del Giudizio), spiegare che oggi non è più nemmeno il tempo di ricostruire daccapo, nello specifico anche un bene che ha più di trecento anni come Palazzo Pamphilj perché questo sarebbe gravoso ed antieconomico. Si potrebbe inserire il suo recupero nella filosofia e pratica del RI.U.SO, acronimo per Riqualificazione Urbana Sostenibile, che integri in sé: rispristino di alcuni ambienti mostrandone la magnificenza, messa in sicurezza e riqualificazione dell’enorme complesso con annessi giardini che ora, per i vicini contemporanei, gli abitanti di via Murialdo e San Gaspare del Bufalo, appare più che altro come una minaccia esposto com’è a pericoli di crollo. Il Palazzo, capace di essere d’una bellezza struggente persino oggi, con le sue finestre ‘occhi’ che mostrano pezzi di cielo azzurro o stralci di tramonto, crollate ormai molte parti dei solai, le cornici ancora ornate di gigli e tenere colombe, è diventato anche collettore di sacchetti di raccolta indifferenziata da parte dei ‘soliti maiali ignoti’ che la gettano al di là delle mura di cinta. La vegetazione ne aggredisce muri e portali e forse si rimpiange il tempo, protrattosi per alcuni decenni, in cui fu rifugio degli sfollati, ma nel quale il Palazzo fu più rispettato poiché oggi non gli si riconosce più alcuna funzione se non quella di inutile rudere. I ragionamenti inascoltati da almeno trent’anni di professionisti, e forse di qualche politico, come ricorda l’arch. Silvestri, sembrano finalmente tornare in auge: recuperare il Palazzo sarebbe un po’ come recuperare l’anima del tridente e cercare di ridare alla cittadinanza una speranza assieme ad un pezzo di memoria storica da coltivare, proprio oggi, si ammette, che la fase economica è così difficile per il Paese, e che il complesso è passato in mano privata. I privati, però, sarebbero disposti a trattare una realizzazione che ridoni in parte il bene alla fruizione pubblica sotto forma di ambienti al servizio di esigenze sociali, di studio e ricerca, di promozione turistica in cambio del recupero di una percentuale della cubatura in alloggi di civile abitazione. La partecipazione pubblico-privata, operazione per nulla scontata nel nostro territorio, potrebbe essere la soluzione economica per dare spazio a chi ha acquistato il bene, ottenendo benefici per la popolazione albanense. Questa, in sintesi, l’idea di cui nei prossimi mesi, a quanto pare, sentiremo ancora parlare.

Per quanto riguarda chi scrive, l’entusiasmo forte per San Paolo, e ciò che resta del suo Borgo, s’era già risvegliato leggendo l’opera in due tomi del Prof. Crielesi Le dimore storiche di Albano – la città dimenticata, (2015) la quale illustra, anche con dovizia d’immagini e testi sapientemente divulgativi, quanta storia abbiano da raccontare gli eleganti palazzetti e casini di villeggiatura nati come funghi sul tridente antico; quanti personaggi illustri abbiano ospitato, quanti artisti, quante vicende d’una bellezza e varietà inimmaginabile abbiano visto le antiche mura. Anche ridotti così, la maggior parte dei caseggiati, oggi in parte divisi in appartamenti e abitati, come il bellissimo ‘Casino Maratti Zappi’ proprio accanto a Palazzo Pamphilj, potrebbero ancora raccontarsi. La tecnologia dei Qcode, o similare, potrebbe renderli parlanti al viaggiatore fornito di smart-phone; qualche guida formata in proposito potrebbe accompagnare i turisti più curiosi sfuggiti alle maglie del circuito romano e delle ville di Tivoli, sui luoghi che hanno visto nascere la storia di Roma.

A parte l’eventuale intervento su Palazzo Pamphilj, che forse si farà, la cosa più difficile sembra quella di ricostruire nei cittadini la fierezza di abitare un territorio ancora così bello. Pochi sembrano vederlo sotto questo aspetto; forse più sensibili le donne, se ne sono notate molte presenti al convegno, anche fra le testimonianze ascoltate durante un breve filmato presentato durante la serata. Tornare a pensare in piccolo, agendo per le comunità locali, soprattutto, tentando di ricostruirne il senso comune che le possa rendere partecipi e solidali non solo nelle tristi ore dei disastri; cercando di pari passo idee che producano bellezza, utilità a basso impatto ambientale, e fondi per realizzarle, migliorando qualità dell’abitare e del vivere è un obiettivo ambizioso in ogni caso, da affrontare con ottimismo e, per quanto sia concesso dalla storia, a piccole tappe. (Serena Grizi)

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