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marzo 02
14:25 2018

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Riόne Munnu (Borgata Mondo) di Maria Lanciotti – finalista al Premio Ischitella Pietro-Giannone 2017. Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi
Il poemetto in dialetto sublacense, edito da Cofine, rientra nel progetto Aperilibri sostenuto dalle Associazioni AIC, Planet Onlus, Il Foro e Periferie per la promozione e diffusione della buona poesia sia in lingua sia in vernacolo, con speciale attenzione per le nuove generazioni.

di Maurizio Rossi
La malinconia del ricordo è la tentazione che spesso spinge a scrivere i poeti dialettali e non solo; la Lanciotti, al contrario, è portata al ricordo che resta vivo nell’oggi, vivo e fecondo di speranza: il passato non torna, certo, ma il suo seme è la vita del presente e la speranza del futuro.
“A lla saccoccia ‘e gliu core/ ci stau ji simi/ e nnu pujiu de tera.// E ll’addore della primavièra”. (Nella tasca del cuore/ conservo i semi/ e un pugno di terra.// E il profumo della primavera).
Semi e terra sono ciò che può contenere la rinascita, la fecondità, la Primavera; anzi, il suo profumo, che è molto di più del nome: è la sostanza sublimata e penetrata in quella ancestrale porzione dell’encefalo, che la corteccia e le strutture pensanti sminuiscono e sopiscono, ma non annientano.
“Staggiúni” inizia e finisce descrivendo due mobili-simbolo della casa che cadono in pezzi, distrutti dal tempo e dal non-uso: ma se l’incipit ci dice della legna che marcisce, abbandonata nella legnaia – ricordo di cose finite – nella madia c’è ancora l’odore (ecco…) del pane e della lavanda, testimonianza e annuncio di una nuova fioritura degli alberi e della vita.
La legna raccolta, spostata, usata, scandisce il ritmo del tempo, così come i gatti, “Ji vatti no la finiscéenu/ de figliane”, in una fecondità ostinata e naturale; viene da pensare che se “non esistono più le stagioni”, forse non dipende solo dalla variazione dell’orbita o dell’inclinazione della Terra, ma anche dalla perdita dell’umano baricentro: ascolto di odori, suoni, sapori, parole di “nu furistéru/ che… s’assettà a magnane co niari/ chello che tenèmmo/… ci tenne uniti con le parole/ e il canto a distesa/ co ju scuardu/ ntrasognatu/…” Un forestiero, straniero, altro da sé, portatore di un mondo che immette aria nuova nell’intimo della casa e nel ripetersi dei gesti: con le parole, con il canto.
Le parole uniscono; il canto, lo sguardo stupito, risveglia il cuore: sono i semi che possono rinnovare l’abitudine del quotidiano, la tristezza del perduto, che possono riordinare il caos delle stagioni dell’uomo e della Natura.
“Riόne Munnu” ripercorre la trasformazione dal Mondo-Paese al Paese-Mondo: tutti mangiavano e mangiamo lo stesso pane, ma oggi “Mméso a millanta òci” … ci chiediamo “s’è chistu ju pà cotiddianu/ da spezzane nẕunu” … oggi, che Natale non si sa più dove sia e non si rompono più le noci; che ci rendiamo conto che, se siamo a questo punto, non abbiamo realizzato “Ju sognu de Giasucristu… όlesse bbe’”; che ci sono altri Paesi distrutti dalle bombe e altri “refuggi ‘e cartuni”.
Allora che vale ricordare “Ju giardinu/ ‘e Marietta” che era “ju più beglju fra tutti/ de chigliu munnu”, il vento che faceva migrare i semi, gli orti… la guerra dei padri e delle madri? Senza dubbio la Lanciotti FA, semplicemente FACENDO Poesia e quest’azione di per sé suscita una re-azione in chi legge, in chi ascolta: il FARE può indurre un cambiamento del cuore, del pensiero. Il messaggio è comunque chiaro: l’immagine di noi che cerchiamo nello specchio non è l’ “uomo-macchina” efficiente e super-sempre-connesso, come pian piano ci stiamo convincendo!
Infine, la terza parte – “Canẕone” – e “revaglio alla pace/‘e gli monti … cerchènno/ caccosa/ c’aglio perso” con l’intento di “retroàne ju fju lonco/ de gliu tempo…”
È chiaro che per Maria ricordare è un memoriale, ripresentare a se stessa “quel” tempo, rumori e profumi che oggi evocano una consapevolezza impossibile “allora”: scopre beni nascosti, allora non riconosciuti, che emergono distendendo le pieghe degli anni.
“Rebbolle la tera/ delle speranze/ rabbelate”: l’assonanza tra il primo e l’ ultimo verbo significa quel legame stretto tra morte e vita, passato e futuro, malinconia e speranza, che prima ancora d’essere ‘filosofico’ – pensato – è ‘còlto’ – poetico; inevitabile e necessario se non ci basta ‘sopravvivere’, passare ‘sopra’ la vita, ma aspiriamo a ‘vivere dentro’ la nostra vita.
La struttura delle composizioni consta di un verso libero, breve, anche di una sola parola che rallenta la lettura e posa l’attenzione su un aggettivo, un verbo, perché possano essere assimilati. Interessante anche lo studio dialettale; ad esempio, la u finale di verso, preceduta da sillaba tonica, sostituisce quasi sempre la o e si alterna alle altre vocali: evidentemente si tratta di vocaboli latini che nella vulgata hanno perso la m finale. Le doppie iniziali di parola – comuni anche ad altri dialetti centromeridionali – riecheggiano il romanesco; ma dove quest’ultimo ha troncato le finali, il sublacense ha sostituito la vibrante alveolare r con la dentale nasale n.
Una sola benevola critica: la traduzione in lingua a volte ‘interpreta’ anziché traslare parola per parola; se questo a volte mantiene alta la tensione poetica, altre volte può allontanare dalla sostanza della parola. D’altronde l’argomento ‘traduzione’ della Poesia – che sia in dialetto o in lingua estera – è piuttosto controverso e si presta a molteplici soluzioni.

da Staggiúni

La cassa s’ha ótàta,
nẕinente ji tarli hau finitu
de rosicane.
Potarìa esse bbona
pe gliu fόco,
ma parecchje léna
stau aggià a fracicasse
a lla legnara.
La cassa s’è svuotata,/ pure i tarli hanno smesso/ di rosicchiare./ Potrebbe servire/ per il fuoco,/ ma tanta legna/ sta già marcendo/ nella legnaia.

Puru l’arca va ‘n pollere,
ma ci rimane j’addore
e llo pane.
Ju telu c’abbotéa
la massa
ha remasu a gliu funnu
nẕuno aj’addore ‘e spichetta.
E j’arbiri stau pronti
a refjurine.
Anche la madia cade a pezzi,/ ma conserva l’odore/ del pane./ Il telo che avvolgeva / l’impasto/ è rimasto nel fondo/ insieme al profumo di lavanda./ E si preparano gli alberi/ a rifiorire.

da Riόne Munnu

Non ce sse oléa crée,
cuandu se nne parléa.
Sdeloncati passuni
e antiche jastéme,
ci sarimo magnatu
tutti
lo stesso pà
e osservatu
nu suju commannamentu:
òlesse bbe’.

Ju sogno de Giasucristu.

Non ci si credeva,/ quando se ne parlava./ Abbattuti steccati/ e divisioni ancestrali,/ avremmo mangiato/ tutti/ lo stesso pane/ e osservato/ la sola Legge che conta:/ amare.// Il sogno di Cristo.

Tutti jòmmini èranu fatta
la cuera,
agliu fronte o alle mignère.
La cuera delle matri
era tutt’i jorni,
a commatte co lla fame ‘e gli fiji
e gli sgari d’aggiustane.
E gliu camminu
attappatu,
e chelle nùole nere
che s’ammalloppéenu
sempe
cuondu ésse stennéenu ji panni.

Tutti i padri avevano fatto/ la guerra,/ in trincea o nelle miniere./ La guerra delle madri/ era tutti i giorni,/ a combattere con l’appetito dei figli/ e gli strappi da rammendare./ E il camino/ che non tirava,/ e quelle nuvole nere/ che s’addensavano/ sempre/ quando loro stendevano i panni.

da Canẕone

Èssuju, arìa,
lucènno méso a gli babbalotti
gliu piantu ‘e lla notte
ca lustra l’erba
e agliùma la mente.

È comme ‘na canzone…
… na ventata d’aria fina
che me ss’encolla
e trasporta
agliu tempo ca rènne
delle staggiúni a vinine.

Eccolo arriva,/ scintillando tra le ragnatele/ il pianto della notte/ che lucida l’erba/ e illumina la mente.// È come un canto …/ una ventata d’aria pura/ che m’afferra/ e trasporta/ al tempo fruttuoso/ delle annate a venire.

Vajo cerchènno caccosa
c’aglio perso
oppuramente sprecatu.
Ma no lle so ficcate
‘n saccoccia
le lacreme ch’aglio
piantu.
Le cerco dappetuttu
pe fa rescì puro l’àre
e allentàne
j’anginu ‘e gliu core.

Vado cercando/ qualcosa/ che ho perduto/ o forse sperperato./ Ma non le ho messe/ in tasca/ le lacrime che ho/ pianto./ Le cerco ovunque/ per richiamarne altre/ e allentare/ l’artiglio del cuore.

Maria Lanciotti – Rione Munnu, Aperilibro n. 10, Roma, Ed. Cofine 2018

(Fonte: Poeti del Parco)

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