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gennaio 31
13:04 2018

Diogene Laerzio ci dice che Epicuro iniziò a filosofare all’età di quattordici anni, per via dei “grammatici” che non sarebbero stati capaci di spiegargli i versi di Esiodo riguardanti il caos. Nato nel 342 a.C. a Samo, e trasferitosi ad Atene, riprende la dottrina democritea dell’atomo per elaborare la sua teoria. Fondò una scuola, l’epicureismo.

Pare che sia stato molto prolifico, al punto che scrisse “circa 300 volumi”. Per avere un’idea del suo pensiero, occorre analizzare alcune sue opere: Lettera a Meneceo, Epistola a Erodoto, Epistola a Pitocle e i Frammenti o Massime Capitali. Nella Lettera a Meneceo, afferma che il fine della felicità sia la “salute del corpo e la tranquillità dell’anima”. Dà dei consigli su come vivere, adducendo uno stile semplice, capace di rendere “l’uomo alacre alle necessarie occupazioni della vita” e individuando nella prudenza il principio assoluto del bene. Nelle Massime Capitali invece, afferma che il beato è colui dove non alberga né ira né benevolenza perché sono visti come “turbamenti” propri dell’essere deboli e afferma che la tranquillità risiede nel giusto e non nell’ingiusto. Nell’Epistola a Erodoto, è riportato che “l’intuizione essenziale delle cose” implica una successiva conoscenza del particolare, una volta che si hanno ben presente “i lineamenti più generali” e che tali intuizioni devono esprimersi in “semplici formule e massime elementari”, dove la celerità dell’utilizzo fa la differenza. Afferma che: “Convien renderci conto del significato fondamentale delle parole, per poterci ad esso riferire come criterio nei giudizi, o nelle indagini o nei casi dubbi: se no senza criterio procederemo all’infinito nelle dichiarazioni, o useremo parole vuote di senso.” Individua la sensazione come fondamento del processo induttivo per scoprire la verità e, se non si ha “conferma”, bisogna tener conto di pari grado della verità e dell’errore, per evitare il dubbio e la confusione. Riconosce il valore della speculazione intellettiva affermando che è necessaria per osservare le cose invisibili. Riconosce l’esistenza dell’anima e del Dio. In fine, nella Epistola a Pitocle, consiglia di far riferimento ai fenomeni per indagare la natura e non a “vani enunciati e legiferazioni”. Introduce il “metodo delle spiegazioni molteplici”, che deve andare in accordo ai fenomeni e alle varie spiegazioni probabili, analizzando le percezioni che di essi si hanno.

Epicuro individua anche un altro criterio: quello della possibilità, anch’esso da collegare ai fenomeni per arrivare alla spiegazione. Ci consiglia di “sforzarci di render l’ultimo cammino migliore del precedente”.

Costante è il suo riferimento alla natura. Infatti, in una massima, Epicuro afferma che il prendere “norma da natura” e non dalle opinioni vane, “basta a se medesimo; perché rispetto a quello che a natura è sufficiente, ogni possesso è ricchezza…” In quest’altra massima, si può leggere il passaggio dall’essere al dover essere: “Se ti trovi in angustie, t’accade perché oblioso della natura: infatti tu stesso a te medesimo imponi infiniti timori e desideri.” Ci precludiamo alcune possibilità per “inoltrarci” verso il nostro cammino? Morì ad Atene nel 270 a.C.

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