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Francesco Permunian racconta di Bruno Shulz

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Francesco Permunian racconta di Bruno Shulz

Francesco Permunian racconta di Bruno Shulz
maggio 08
17:56 2018

Francesco Permunian scrive di Bruno Shulz, il racconto uscirà edito da Aragno per la metà di maggio e per i lettori di entrambi gli scrittori è festa. Segue l’anteprima della quarta di copertina del volume in uscita, riportata per intero, che senza aggiunte racconta benissimo il nuovo lavoro di Permunian, chi è, per chi non lo conoscesse, e la terribile fine di Shulz, artista e scrittore, come potrete leggere. Ma non racconta, non potrebbe, l’affetto sincero che suscita sentir parlare (ops, poter leggere) di questo grande e sfortunato grande autore polacco, a quasi ottant’anni dalla scomparsa….

Per saperne di più su Bruno Shulz, ed in attesa del nuovo racconto di Francesco Permunian, un interessante articolo on-line di Ornella Milani: «Bruno Schulz. Un ebreo. Forse il maggior scrittore polacco tra le due grandi guerre mondiali. Figlio di un bizzarro mercante di stoffe. Professore di disegno artistico e tecnico al Ginnasio di Drohobyez. “Un solitario”. Così ce lo presenta David Grossman nel suo romanzo Vedi alla voce: amore in un capitolo interamente dedicato al grande scrittore, assassinato da un ufficiale tedesco nel 1942. Ma scrive ancora che Bruno non è morto, ha preso un treno per Danzica e, attratto dal fascino del famoso dipinto di Munch, si è avvicinato al quadro e lo ha baciato. I custodi lo hanno picchiato; è sceso al mare e nel mare si è immerso, è diventato pesce, salmone in un branco di salmoni, accompagnandoli nel lungo viaggio di ritorno al loro fiume di origine. Bruno diventa mito.» http://www.steppa.net/html/schulz/schulz.htm (Serena Grizi)

– anteprima della quarta di copertina del prossimo volume di Francesco Permunian –

«È curioso quanti testi narrativi siano stati scritti su Bruno Schulz. Come se si cercasse di riparare, in questo modo, all’ingiustizia abissale che ci ha privato di tanti suoi scritti perduti, dispersi, bruciati – e prima ancora di un’esistenza, la sua, non meno incenerita dalla storia. Francesco Permunian, che ha fatto della spigolatura biografica, e diciamo pure del pettegolezzo, un’arte polimorfa e persecutoria, ha colto l’occasione per quella che, alla maniera di Zanzotto, definisce una fantasia di avvicinamento. In cui all’erudizione maliziosa (che gli fa rivisitare, per esempio, lo scambio epistolare di Schulz con Witold Gombrowicz) si mescola a tradimento l’invenzione più falotica: la casella fuoriquadro della scacchiera, il germe inconfondibile di quella cosa che chiamiamo letteratura. A parlare è un allievo di Schulz, che “davvero” fu insegnante di applicazioni tecniche, il quale racconta una serie di fatti e fattoidi improntati a un’«inverosimile verosimiglianza», fra l’altro speculando su un misterioso, ennesimo testo perduto di Schulz, la relazione tecnica (come quelle di Kafka per le assicurazioni di Praga) sulla Plasmabilità artistica del cartone e il suo impiego nella scuola. Evidente l’interesse della materia, per il demiurgo di «quegli omuncoli di carta, cartone, stracci discendenti della più schietta tradizione golemica del popolo ebraico». Nonché per l’altro allievo, quello della provincia nordestina, oggi massimo cantore di quei fantocci che siamo noi, i suoi simili. Andrea Cortellessa

Francesco Permunian, nato a Cavarzere nel 1951, ha pubblicato romanzi e racconti per Rizzoli e Nutrimenti. I suoi ultimi libri sono Ultima favola e Costellazioni del crepuscolo, pubblicati dal Saggiatore nel 2015 e nel 2017.

Bruno Schulz (Drohobycz 1892-ivi 1942) è fra i maggiori scrittori polacchi del Novecento. Traduttore di Kafka, gli può essere accostato per il sostrato ebraico e l’astrazione fantastica, mai disgiunta da un acutissimo senso della vita materiale. Ucciso per futili motivi da un ufficiale della Gestapo, il suo corpo fu sepolto in una fossa comune e non venne mai ritrovato. La sua opera narrativa (e pittorica) è raccolta nel volume Le botteghe color cannella, a cura di Francesco Cataluccio, Einaudi 2001. Gli scritti qui raccolti sono tratti da Lettere perdute e frammenti, a cura di Jerzy Ficowski, traduzione di Andrzej Zieliński, Feltrinelli 1980, le immagini da Bruno Schulz il profeta sommerso, a cura di Pietro Marchesani, Scheiwiller 2000.
Esistono immagini come numeri primi? Indivisibili e archetipi fecondi per altre iconografie? La scacchiera è simmetrica e asimmetrica contemporaneamente. I quattro lati rappresentano le quattro direzioni e i quattro elementi: aria, fuoco, terra e acqua; e i quattro umori organici. I vuoti e i pieni sono un codice binario e possono rappresentare la fermentazione, la vitalità, il caos della vita. Ogni lato è diviso in otto quadrati e il totale delle caselle è 8×8 = 64. L’otto è l’ottagono, figura intermedia fra quadrato, terra e cerchio, il cielo. Indica una tendenza spirituale ciclica in espansione, un’immagine del mondo visto sotto l’aspetto del suo dualismo: l’equivalente rettangolare del yin-yang. Il quadrato nero che si stacca presuppone che possano esistere altri quadrati bianchi, visibili solo nella forma contrapposta. Una teoria quantistica nella quale il gatto nero è al contempo vivo e morto come nell’esperimento di Schrödinger. Maurizio Ceccato»

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