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Il capo velato, la dea bendata e le tre scimmiette

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Il capo velato, la dea bendata e le tre scimmiette

luglio 11
07:06 2017

Nella tradizione e nella iconografia artistica il velo sul capo, la benda sugli occhi e le tre scimmiette giapponesi che non vedono, non sentono e non parlano (in alcune rappresentazioni una quarta ha le braccia incrociate del ‘non fare’) hanno un significato simbolico positivo o semplicemente storico: non conoscere la sorgente di un fiume, essere imparziali come la giustizia, non praticare il male in ogni attività umana. Nella attuale realtà i significati sono più inquietanti, come casualmente rappresentato, domenica 9 luglio, da un buon film (“Fuori controllo” di Martin Campbell) programmato da Rai 3, e da un bell’editoriale del direttore Tommaso Cerno su “L’Espresso” appena in edicola. Il film racconta la storia di un detective della polizia di Boston (ottima prova di Mel Gibson) a cui viene uccisa la figlia stagista in una società. Scoprirà che la società, anziché fare ricerca, era in realtà un deposito di bombe ‘sporche’ assemblate con falsi codici di altri Paesi, ma a disposizione dello Stato Americano; nel caso fossero state usate la responsabilità sarebbe stata addossata alla nazione della formale provenienza dell’ordigno. Con eccezionale crudezza si svela un mondo di raro cinismo affollato da morti sospette e sicari trucidi, ma soprattutto coperto dalle nebbie sollevate da un ‘Grande regista’ colto e spietato che alla fine infligge alla storia una ‘autonemesi’ uccidendo i capi e lasciandosi uccidere da un giovane poliziotto che potrà “tornare a casa dai suoi figli”. L’editoriale di Tommaso Cerno, sempre lucido e diretto, parte dalla notizia della richiesta della Procura di Roma di archiviare l’inchiesta su Ilaria Alpi e Miran Hrovatin perché non è stato possibile “trovare un colpevole, una prova, qualcosa di solido. Quando tutti noi sappiamo che quell’omicidio è una melma vischiosa dentro cui sguazza, lordo, ma libero, un pezzo del nostro Stato.” E conclude con l’impegno di cercare ancora, “Di andare là dove un giornalista dovrebbe sempre stare, in mezzo ai fatti, su quel crinale dove la giustizia, ci auguriamo suo malgrado, diviene per l’opinione pubblica ingiustizia.”.

Ecco, viene il sospetto (arbitrario, esagerato?) che la fiction americana e le inchieste italiane si tocchino, agitino gli stessi fantasmi: le stragi irrisolte, i pezzi di Stato segreti o deviati, la paura che alla verità e alla giustizia vengano messi, da mani nascoste, veli o bende per non vedere disegni ‘riservati’, che qualche scimmietta non voglia o non possa parlare. Che la trasparenza sia una pura definizione da vocabolario, che l’acclamato streaming sia a favore di telecamera solo quando conviene. Che il popolino sia eccessivamente ottimista quando dice “nun ce fanno sapé’ manco mezza verità”. In effetti spesso la verità sembra intera, ma il dubbio è che sia quella che ‘deve’ sembrare.

 

 

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