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La cicatrice fresca

novembre 08
10:54 2016

Lo dedusse dalla sua accuratezza nel caricare la caffettiera. Neanche un briciolo di polvere di caffè osò impepare di quel marrone vinaccia il piano cottura della sua cucina, candido come i guanti di Anthony Hopkins in ‘Quando muore il giorno’. Il macellaio era minuzioso nelle parole, negli spazi tra di esse. Era una macchina da scrivere che Hemingway avrebbe amato.
Non ce li aveva, il fisico e i modi del macellaio. Poteva essere scambiato per un bancario, al massimo per un liutaio. Faceva pensare che avesse preso la direzione sbagliata al bivio più importante della vita, magari affidandosi a due fili di paglia o a una monetina. Sia chiaro, il rimpianto ci sarà sempre, una direzione farà sempre sognare l’altra che non si è scelto. Ma che lui impersonasse un equivoco madornale si vedeva da un miglio di distanza.
Anche l’uso inquietante di un berretto, la cui visiera gli celava la metà superiore dei bulbi oculari, l’aveva messo sul chi va là. Sembrava che il copricapo dovesse occultare una ferita recente poco al di sopra delle arcate sopraccigliari, prima delle rughe orizzontali della fronte.
La sua compagna aveva fatto perdere le sue tracce. O almeno questa era la versione del macellaio, alla quale il brigadiere non aveva creduto sin dal primo istante: cinque figli concepiti e partoriti in sei anni e mezzo non potevano essere dimenticati da una madre, anche la più irresponsabile e menefreghista. Si trattava di legami di sangue e anima che sarebbero durati per l’eternità, mica semplici annotazioni anagrafiche e basta.
Il brigadiere non aveva fretta e sapeva il fatto suo. Prima o poi quella cicatrice, fresca e malcelata dal cappello, avrebbe rivelato per filo e per segno le coordinate geografiche della sepoltura.
Guardava quei cinque figli e pensava al suo, quello che sua moglie aveva perso al quarto mese di gravidanza.
E quelle punte di lacrime, acuminate come picche, così roventi e atroci, così esitanti, erano figlie delle rughe del suo cuore.

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