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Letture e riletture

agosto 26
11:57 2018

Forse il buon libro dà l’idea che il tempo non esista.

Credo sia facilmente dimostrabile quanto ho scritto nel sottotitolo, che un buon libro sia fuori del tempo, cancelli le date e dia il senso di un eterno presente. Ecco perché i libri scadenti si definiscono “datati”, in quanto entrano in uno specifico angolo temporale e lì rimangono. Non parlerò, in questa sede, di testi storicizzati: sarebbe scontato. Mi riferisco invece ad opere che non hanno avuto successo, ma che un occhio smaliziato riscopre e segnala ai lettori, pure se pochi (ma aveva ragione Leopardi nel chiedersi come è possibile che quei pochi intenditori abbiano la forza di proiettare al futuro libri sfuggiti all’attenzione della folla). Quindi non parlerò di Pirandello, del quale sto rileggendo (o scoprendone di nuovi) i suoi racconti uniti in cinque volumi dalla Newton Compton (dono del geniale scrittore amico Paolo Pinto), né di altri giustamente consacrati dalla fama.

Frugando nella mia non piccola biblioteca che occupa almeno una parete di ogni stanza, là dove non ne invade tre, mi è venuto fra le mani questo libro: “Stupirsi della vita” (Borla ed. 1990), di Antonio Fascianelli, un sacerdote che conobbi quando lavoravo da Armando, a Roma. Me lo lasciò per lettura, e io lo lessi, tant’è vero che l’ho trovato sottolineato e commentato a margine. Ma non dissi mai nulla all’autore, perché non ebbi modo di rincontrarlo e non trovai il suo numero di telefono. Aveva 70 anni. Certo, non credo viva (ne avrebbe 98: magari fosse ancora in vita!). Però il suo volume (poco più di 300 gradevolissime pagine), siccome è fuori dal tempo, è riuscito a stupirmi anche alla lontana rilettura. Di che si tratta? È un dotto excursus sulla famiglia, la paternità, la gioia delle piccole cose, la vecchiaia vista come dono, la contemplazione (qualcuno dirà: ma cos’è? roba da mangiare o una nuova squadra di calcio?), la poesia dell’inverno e delle altre stagioni, il valore del silenzio, il pianto quale lingua universale, la solitudine “una compagna da scegliere”, l’amicizia e l’amore. Le molte e appropriate citazioni di detti famosi supportano il tema “non pessimistico” del libro, bello da approfondire, perché non basato sulla ovvietà di cui si nutre tanta letteratura di oggi. Antonio Fascianelli sa vedere il lato buono delle cose in un mondo che parla solo di tragedie e violenza. Ma lo fa con tatto, consigliando, non imponendo la sua filosofia della vita. Se tutto fosse nero, se tutto fosse male, l’umanità, nonostante i suoi innegabili limiti e difetti, sarebbe scomparsa da molto. Riporto un piccolo brano da pag. 90: “C’è troppo elogio della gioventù, oggi, per cui la vecchiezza ha avuto un forte calo sul grande mercato della vita”, e cita esempi di grandi intelletti che hanno dato il meglio di sé avanti nell’età. Ho riflettuto sul vero di questo capitolo: spesso non c’è posto per gli anziani. Infatti, la generazione dei miei coetanei è stata educata duramente come si usava prima, ma non si è potuta rifare da adulta perché si è ribaltato tutto, per cui siamo la generazione di “mezzo” per non usare una parola peggiore e stercoraria.

 

L’altro libro che ho voluto scientemente rileggere è “La felicità assente” edito da Armando nel 1995. Il sottotitolo è “Per una ecologia della vita”, autore il filosofo Antonio Bolettieri, mancato a noi amici diversi anni fa. Senatore della Repubblica, quando lo conobbi aveva già superato la soglia degli 80. È un testo che dovrebbero leggere in molti, perché ha come tesi – dimostratissima nelle straordinarie pagine di pensiero – la convinzione che la vita pareggi comunque i conti, per cui rimarrebbero male a leggerlo coloro i quali si dichiarano vittime della sfortuna, ma pure quelli che, trionfanti sempre sul carro di un vincitore, accreditano la loro fortuna a meriti che non hanno. L’opera è complessa e invito tutti a leggerlo: è un dolce calmante delle ansie e un ristabilizzatore d’una consapevole rassegnazione, fiduciosa rassegnazione in questa traiettoria esistenziale che noi non dominiamo, ma possiamo decifrare e accettare con animo diverso, il che può anche modificare la rotta di alcuni eventi. “Considerando che il traguardo della felicità è ingannevole, bisognerà spostare i nostri sforzi su altri obiettivi, quali la libertà, la giustizia sociale, la dignità, un nuovo umanesimo, il coraggio e la solidarietà tra i popoli”. Bolettieri è un precursore delle problematiche odierne, sostenendo che non bisogna ricercare chimere impossibili, ma formarsi nella lotta per essere più uomini in un mondo più umano. “Sara mai possibile? La risposta è sempre dubbia, ma vale la pena –ed è necessario- tentare”.

 

“Le passeggiate ioniche e altri racconti” (Perrone ed. 2008) è un breve libro di Carmelo Ucchino, critico letterario e scrittore. Un’ottantina di pagine, divise in due parti distinte. La prima contiene tre racconti; la seconda uno solo: “Messina-Milano (Vita di un insegnante scritta da esso), più quattro pagine titolate “Intervista sul reale”.
Bene. Dieci anni fa, quando lo lessi per la prima volta, mi colpì soprattutto la Vita dell’insegnante che dal profondo Sud venne mandato a lavorare al Nord. Ricordo che presentai l’opera di Ucchino in un liceo classico, e mi ripromisi di recensirlo perché ne ero stato totalmente preso. Ma le cose vanno come vanno: spesso si dà la precedenza alle urgenze lavorative, rimandando a tempi migliori quelle amate. Riesaminando dopo un lustro il racconto in oggetto, ricavai l’identica sensazione della prima volta, eppure nemmeno allora riuscii a recensirlo. Però, leggendo a iosa quanto il dovere di critico letterario e giornalista mi obbligava a prendere in considerazione, mi accorsi di una profonda differenza globale tra le cronache esaltate dai premi e dai grandi giornali, e questo nascosto piccolo capolavoro giunto soltanto alla prima ristampa. Sono tornato su di esso, in una copia nuova, perché quella sottolineata e commentata a margine dev’essersi cacciata in qualche angolo misterioso della non piccola biblioteca che ho dovuto allocare, oltre che in casa, nello studio a piano terra, donando molti volumi a mia figlia, a mio figlio e ora alla mia nipotina Teresa, divoratrice di testi che neppure io conosco (ed ha solo 14 anni!). Dicevo dei numerosi volumi iperpremiati (e poi lasciati all’oblio), dal dettato cronachistico, scontato e quindi ovvio. In questo piccolo capolavoro di Ucchino il paradosso la fa da padrone, ed arriva a dirci una verità antifrastica, attraverso il grottesco e la risata amara (oggi la nostra produzione nazionale è quasi priva di humour, di comicità, impelagata com’è nel serioso, nel sesso nudo e crudo, spesso nella gratuita coprolalia, o nel politichese visto quale osannamento del vincitore e critica crudele al perdente di turno). Ucchino scava nel profondo delle assurdità umane senza dichiararle, ma investendo le problematiche vere (sebbene quasi incredibili) al di dentro dei personaggi, che diventano simboli di uno stato di malessere e di ingiustizia patenti, in un fascio di luce che continuamente illumina il singolo e i gruppi, con ironia, talvolta sarcasmo per le istituzioni, al punto di afferrare il lettore nel grado altissimo della scrittura che è nuova, personalissima, potente nella resa. I personaggi sono scolpiti a bassorilievo, emergono dalla pagina prepotentemente, ma quello che tiene unita la storia non è solo il protagonista (o voce narrante), bensì la straordinaria credibilità del paradosso, il quale è una forma di conoscenza difficilissima, e richiede originalità, poiché la vita è molto più complessa di come ce la descrivono i cronisti…

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