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L’UOMO PIÙ CRUDELE – Dracula è di scena, con Virginia Woolf

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L’UOMO PIÙ CRUDELE – Dracula è di scena, con Virginia Woolf

L’UOMO PIÙ CRUDELE – Dracula è di scena, con Virginia Woolf
ottobre 28
09:20 2017

29 ottobre a Vitorchiano (VT), nel Complesso di Sant’Agnese (ore 21,00)

 Il Teatro Reale di Zetski Dom (Montenegro), domenica 29 ottobre a Vitorchiano, presenta in prima assoluta L’UOMO PIÙ CRUDELE di Gian Maria Cervo, un testo sulla storia come favola, ispirato alla figure di Dracula e Voico, il suo leggendario Boiardo. Lo spettacolo è realizzato nell’ambito del progetto EU Collective Plays!. Regia, scenografie e costumi di Monica Nappo. Con Pavle Popović, Petar Novaković, Aleksandar Gavranić, Zoran Vujović, Ana Vujošević.

 

“L’uomo più crudele” è la vicenda di Voico Dobrita, un boiardo della Valacchia che ha 173 anni nel 1610, anno in cui incontra il giudice che sta investigando sulla sanguinaria contessa Erzsebet Bathory, una discendente di Vlad Tepes Dracul (il Dracula storico), di cui Voico è stato consigliere e segretario particolare. Ancora una volta Voico deve confrontarsi con i non facili ricordi della sua vita con l’attraente “amico”, boss e manipolatore Vlad Dracul (che appare in scena in una serie di flashback). In cerca della lievità, Voico attraversa i secoli, incontra personaggi che sono immortali quanto lo è lui e finisce a parlare da amico in casa di Virginia Woolf, la nota scrittrice vittoriana che milita per i diritti delle donne e pensa che la storia sia un racconto raccontato da idiotici vincitori. Nella piece viene evocata anche la storica processione viterbese di Pio II. Il Papa che nel 1462 volle trasformare Viterbo nella “dimora degli dei”, organizzando per il Corpus Domini una manifestazione che, grazie alle macchine di Leon Battista Alberti e Bernardo Rossellino, sarebbe diventato il maggiore evento teatrale di tutto il Medioevo e la più spettacolare transizione tra il teatro medioevale e quello rinascimentale.

 

L’uomo più crudele mette in relazione la fabulizzazione della storia e la reinvenzione del passato con il disagio del corpo, combinando farsa, pulp fiction e stranezza poetica per proporre, nonostante tutto, una visione ottimistica dell’infinita ricerca del discernimento da parte dell’umanità.

 

L’opera di Cervo fu rappresentata per la prima volta al Piccolo Teatro di Milano nel settembre 2006 e fu poi vista al Teatro Eliseo di Roma e al leggendario Burgtheater di Vienna nella stagione 2006/2007. Fu anche oggetto di un graphic novel con disegni del cartoonist Enrico D’Elia nel 2011. Ora viene proposta per la prima volta in un’edizione balcanica, grazie all’allestimento del Teatro Reale di Zetski Dom, Teatro Pubblico del Montenegro, che dopo il debutto in patria lo scorso aprile per il progetto EU Collective Plays! arriva al Festival Quartieri dell’Arte il prossimo ottobre.

 

“E’ incredibile come questo allestimento somigli al graphic novel, è sorprendente la somiglianza di alcuni degli attori con i personaggi disegnati da D’Elia”- dice Cervo- “La mia è un ‘opera che si colloca in mezzo a due frasi che mi hanno molto colpito, una del grande poeta persiano del XIV secolo Hafez, le cui citazioni ricorrono per tutta l’opera: Ho imparato così tanto da Dio / Che non so più dirmi / Cristiano, Hindu, Musulmano, Buddista, Ebreo. / La Verità mi ha mostrato così tanto di Sé / Che non so più dirmi / Un uomo, una donna, un angelo o anche un’anima pura. / L’amore s’è fatto amico Hafez. / Ha ridotto in cenere e mi ha liberato da / Qualsiasi concetto o immagine che la mia mente abbia mai conosciuto“.

Biglietti: Euro 5,00 / Euro 3,00

INFO:

ufficiostampaquartieridellarte@gmail.com

www.quartieridellarte.it

 

ufficio stampa

Marzia Spanu

spanumar@gmail.com

 

Mail priva di virus. www.avg.com

 

 

 

 

 

Pochi, anche tra i viterbesi, scommetterebbero sul carattere magico della loro città. Ma questa nozione, anche se legata perlopiù a circoli e ambienti esclusivi, ha accompagnato la Città fino all’avvento della Controriforma. Molti di questi eventi, movimenti, figure della storia viterbese sono stati colpiti da damnatio memoriae.
Un mix di magia, androginia, sperimentalismo e radicalismo ha informato gli eventi viterbesi già dal XII-XIII secolo (basti pensare al papa alchimista Giovanni XXI eletto a Viterbo nella seconda metà del Duecento e lì residente fino al giorno della sua morte causata, a quanto pare, dalle disastrose conseguenze di un suo esperimento) e ha sicuramente avuto il suo culmine tra il XV e il XVI secolo.
Forse è per questo che papa Pio II nel 1462 volle trasformare Viterbo nella “dimora degli dei”, organizzando nei mesi in cui risiedette presso la Rocca Albornoz (l’attuale Museo Nazionale Etrusco di Viterbo) la processione teatrale del Corpus Domini che, grazie alle macchine di Leon Battista Alberti e Bernardo Rossellino, alla trasformazione fisica di alcune vie della Città, a una sapiente associazione di architetture reali e effimere e a un mescolamento di temi sacri e profani, sarebbe diventato il maggiore evento di teatro di tutto il Medioevo e la più spettacolare transizione tra il teatro medioevale e quello rinascimentale.
Solo percorrendo l’asse cittadino disegnato da Pio II e dalla sua corte di geni artistici e cardinali si incontrano elementi e figure della Viterbo magica.
Basta fare pochi passi dalla Rocca Albornoz per arrivare alla Chiesa di San Francesco che custodisce una deposizione, tra le poche opere sopravvissute di Zoroastro da Peretola, il mago e artista amico di Leonardo che fece da preparatore dei colori della Battaglia di Anghiari e che si prestò come collaudatore della “macchina per volare” del genio di Vinci, lanciandosi da Monte Ceceri e riportando una frattura alle gambe.
Basta continuare sul percorso di Papa Piccolomini per alcune decine di metri e si giunge in prossimità dell’area di Porta Sonsa, Via Mazzini, Piazza Dante e Largo Vittoria Colonna, uno spazio di pochi metri quadri che presenta un duplice legame con William Shakespeare e l’Inghilterra elisabettiana. Lì infatti visse, nel XII secolo Goffredo da Viterbo, il maggiore poeta medioevale di lingua latina, ispiratore, per il tramite di John Gower, del “Pericle, principe di Tiro” il testo più multietnico di Shakespeare e il maggiore successo al botteghino del Bardo quando egli era in vita. E lì, negli anni quaranta del Cinquecento, per tre anni visse la grande poetessa Vittoria Colonna, incontrandosi spesso con Michelangelo Buonarroti e il cardinale d’Inghilterra Reginald Pole (che viveva nella Rocca Albornoz dove aveva dimorato Pio II), le tre figure di maggior prestigio del circolo degli spirituali, un movimento che cerco di promuovere il dialogo tra cattolici e protestanti all’indomani degli scismi, rimasto inascoltato, che può vantare pari influenze sulla pittura italiana cinquecentesca e sul teatro elisabettiano. Da Viterbo infatti partì per l’Inghilterra la lettera di raccomandazione del cardinale Pole che permise a un prete riformato italiano, Michelangelo Florio, di diventare punto di riferimento per l’intera comunità di riformati italiani a Londra. Il figlio di questo prete riformato è quel John Florio che, secondo la tradizione avrebbe insegnato a Shakespeare i proverbi italiani che tanto abbondano nelle opere del genio inglese.
Nella stessa area poi, dopo la seconda Guerra Mondiale fu ritrovata una pietra enigmatica che aveva ossessionato il Bramante, come riferisce Giorgio Vasari nella vita del grande artista.
Ancora sul solo percorso della processione di Pio II si possono ritrovare molti elementi e figure della Viterbo magica, citiamo per tutti la casa del cardinale cabalista Egidio Antonini, consulente iconografico di Raffaello e Michelangelo e maestro e punto di riferimento per Martin Lutero.
Tornando di nuovo a quel 1462 della processione di Pio II, è possibile che il papa umanista abbia scritto proprio nel suo periodo di residenza viterbese, le osservazioni, contenute nei Commentarii, sulla figura di Vlad Tepes Dracul il Dracula storico che Piccolomini definisce “uomo dal carattere incostante e vario”.
Molti di questi eventi, movimenti, figure della storia viterbese sono stati colpiti da damnatio memoriae.
Gian Maria Cervo – autore napoletano di nascita con trascorsi in alcuni dei maggiori teatri europei, soprattutto i grandi teatri tedeschi – che da molti anni vive a Viterbo, volendo scrivere un testo sulla storia come favola, abbia inserito nella sua opera alcune di queste figure.
“L’uomo più crudele” è la vicenda di Voico Dobrita, un boiardo della Valacchia che ha 173 anni nel 1610, anno in cui incontra il giudice che sta investigando sulla sanguinaria contessa Erzsebet Bathory, una discendente di Vlad Tepes Dracul (il Dracula storico), di cui Voico è stato consigliere e segretario particolare. Ancora una volta Voico deve confrontarsi con i non facili ricordi della sua vita con l’attraente “amico”, boss e manipolatore Vlad Dracul (che appare in scena in una serie di flashback). In cerca della lievità, Voico attraversa i secoli, incontra personaggi che sono immortali quanto lo è lui e finisce a parlare da amico in casa di Virginia Woolf, la nota scrittrice vittoriana che milita per i diritti delle donne e pensa che la storia sia un racconto raccontato da idiotici vincitori.
Nell’opera viene evocata anche la storica processione viterbese di Pio II
Un’opera che mette in relazione la fabulizzazione della storia e la reinvenzione del passato con il disagio del corpo, combinando farsa, pulp fiction e stranezza poetica per proporre, nonostante tutto, una visione ottimistica dell’infinita ricerca del discernimento da parte dell’umanità.
L’opera di Cervo fu rappresentata per la prima volta al Piccolo Teatro di Milano nel settembre 2006 e fu poi vista al Teatro Eliseo di Roma e al leggendario Burgtheater di Vienna nella stagione 2006/2007. Fu anche oggetto di un graphic novel con disegni del cartoonist Enrico D’Elia nel 2011.
Ora viene proposta per la prima volta in un’edizione balcanica, grazie all’allestimento del Teatro Reale di Zetski Dom, Teatro Pubblico del Montenegro, che dopo il debutto in patria lo scorso aprile per il progetto EU Collective Plays! arriva al Festival Quartieri dell’Arte il prossimo ottobre.
“E’ incredibile come questo allestimento somigli al graphic novel, è sorprendente la somiglianza di alcuni degli attori con i personaggi disegnati da D’Elia”- dice Cervo- “La mia è un ‘opera che si colloca in mezzo a due frasi che mi hanno molto colpito, una del grande poeta persiano del XIV secolo Hafez, le cui citazioni ricorrono per tutta l’opera: “Ho imparato così tanto da Dio / Che non so più dirmi / Cristiano, Hindu, Musulmano, Buddista, Ebreo. / La Verità mi ha mostrato così tanto di Sé / Che non so più dirmi / Un uomo, una donna, un angelo o anche un’anima pura. / L’amore s’è fatto amico Hafez. / Ha ridotto in cenere e mi ha liberato da / Qualsiasi concetto o immagine che la mia mente abbia mai conosciuto”.
E una di William Morris: “Gli uomini combattono e perdono la battaglia, e la cosa per cui avevano combattuto si verifica nonostante la loro sconfitta e poi si scopre non essere quello che intendevano e altri uomini devono lottare per quello che intendevano sotto un altro nome”.
William Morris (A Dream of John Ball- romanzo 1886).”

Gian Maria Cervo

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