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Cenni Storici

Dal libro di Mirco Buffi – “Monte Compatri e i Monticiani” edito dall’Associazione Culturale Photo Club Controluce

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Il primo documento ufficialmente riconosciuto sull’esistenza di un centro abitato nel luogo dove oggi sorge Monte Compatri, risale al 7 febbraio 1252 e consiste in un atto di divisione dei beni tra Oddone e Giordano Colonna. In esso infatti si cita per la prima volta il castello di Monte Compatris.

Tuttavia sembra che nel 1090 questo castello già esistesse, o comunque doveva esserci un centro abitato.

Per ricercarne le origini però dobbiamo tornare indietro di oltre un millennio ed entrare nella storia, a volte leggendaria, dell’antica e ormai scomparsa città di Labico e delle sue vicissitudini.

L’antica città doveva essere un fiorente centro ancora prima della nascita di Roma, Virgilio infatti la cita nel suo poema Eneide allorché racconta delle guerre delle popolazioni indigene contro l’invasore Enea. In seguito, Labico coesistette con Roma fino all’anno 418 a.C., quando fu distrutta dai romani. Forse fu anche ricostruita, almeno in parte, ma senza riconquistare l’importanza precedente, ed oggi non si ha conoscenza dell’esatta sua ubicazione.

Dagli scritti latini ritrovati, sappiamo solamente che distava dalla porta Esquilina di Roma – attuale Arco di Gallieno in via Carlo Alberto – esattamente 120 stadi, cioè 22,221 km, che percorsi lungo l’antica via Labicana coincidono, poco più poco meno, con la posizione di Monte Compatri e più esattamente con Monte Salomone.

72-monte-compatri-1844Il fatto che nel 1880 il R.D. n° 5503 autorizzasse la cittadina di Lugnano, sita a 40 chilometri da Roma, a modificare il proprio nome in Lugnano labicano trasformatosi poi con il tempo in Labico, è sicuramente un errore storico derivato dagli studi archeologici svolti nella prima metà del 1700 da Antonio Ficoroni il quale non poteva avere le conoscenze che si hanno oggi. Gli studi attuali, infatti, dimostrano senza ombra di dubbio che Labico non poteva essere quella simpatica cittadina laziale.

Ritornando alla nostra Labico è probabile che dopo la sua distruzione un gruppo di superstiti si sia rifugiato sui nostri monti. Dico probabilmente perché nulla è stato dimostrato, ma poiché dopo le invasioni barbariche altri abitanti di Roma e dintorni trovarono rifugio nella stessa zona, si può desumere che doveva esserci un centro abitato, seppure a livello di semplice villaggio montano.

73-1-monte-compatri-2Se ne incominceranno a trovare tracce scritte dal 1090 e dovremo aspettare il 1252, come già detto, per avere il primo documento ufficiale riconosciuto all’unanimità. Da quel momento Monte Compatri non conoscerà più momenti oscuri e per secoli, grazie alle famiglie nobili che ne sono state proprietarie feudali, è stata al centro di innumerevoli e a volte rilevanti vicende storiche e religiose.

A proposito di avvenimenti storico-religiosi e ancora prima di effettuare una rapida carrellata delle famiglie che hanno posseduto il nostro paese, si ricorda che nel 1222 (fatto non del tutto certo) san Francesco d’Assisi visitò questo piccolo paesello, allora appena abbozzato sulla cima dello scosceso colle monticiano.

La tradizione lo vuole eremita alle pendici del versante ovest, dimorato in una grotta là dove oggi si trova il Romito che fino a pochi decenni fa ospitava il cimitero. Incantato dalla bellezza e dalla tranquillità della natura, il Santo in seguito vi mandò tre suoi confratelli i quali, vicino a dove oggi sorge l’abbazia di San Silvestro, edificarono un piccolo convento di cui si vedono ancora alcuni ruderi e dal quale verso la metà dello stesso secolo uscì un frate monticiano di nome Pietro, il quale esercitò la propria missione nella città di Oviedo in Spagna, dove è tuttora venerato come il Beato Pietro da Monte Compatri.

I primi signori di Monte Compatri furono i conti di Tuscolo. Circa mille anni fa, siamo alla fine del primo millennio dopo Cristo, Roma conobbe un periodo di forte instabilità politica. La città era continuamente sconvolta dalle lotte per il potere tra Chiesa e nobili. Tra quest’ultimi c’erano i Teofiletto che costituirono una sorta di repubblica aristocratico-militare che ebbe il merito di liberare per sempre la città dal pericolo dei saraceni, sconfitti e scacciati dai loro accampamenti situati alla foce del fiume Garigliano.

Un Teofiletto, Gregori, in un momento a lui poco favorevole, decise di rifugiarsi sul Tuscolo, dove era già esistente un poderoso fortilizio, dal quale amministrò con estrema durezza i territori che si estendevano intorno alla roccaforte.

74-Monte-Compatri-a-p.-BorgNel 1090, l’allora conte di Tuscolo, Agapito, diede in dote a una delle sue figlie, tra gli altri possedimenti, parte del castello di Monte Compatri. Alcuni studiosi, però, ipotizzano che il documento che descrive questo atto sia stato manomesso in un periodo successivo per rivendicazioni ereditarie. Ma, come dice lo stesso Ciaffei: “…per noi è irrilevante perché non mette affatto in dubbio anzi conferma che a quella data esisteva già nella zona una località che aveva quel nome…”, ed era appunto Monte Compatri.

I conti di Tuscolo, tra alterne fortune – annoverarono in quegli anni anche tre papi – dominarono la nostra zona fino al 1191, quando il Tuscolo fu raso al suolo dalle truppe romane.

Nel 1226 il cardinale Riccardo Annibaldi, esponente di un’altra potentissima famiglia della nobiltà romana, acquistò il castello della Molata, le cui rovine sono ancora visibili al chilometro 25 della via Anagnina. Morì nel 1272 e nel suo testamento compare ancora una volta Monte Compatri.

Agli inizi del ‘300, troviamo signore di Monte Compatri Mattia Annibaldi che dette il nome alla località Colle Mattia, sita in parte nel comune di Roma e in parte in quello monticiano. A lui successero il figlio Giovanni, il quale in un periodo della sua vita fu confinato da papa Clemente V nel suo castello di Monte Compatri e quindi il figlio di quest’ultimo Annibaldo che fu il primo a fregiarsi del titolo “de Montecompatris”.

Verso la metà di quel secolo, padrone del castello fu Liccardo Imprennente, sempre della famiglia degli Annibaldi. Poi seguì Tebaldo Annibaldi fino al 1404. Alla sua morte la proprietà venne divisa in tre parti tra i suoi eredi.

Appena vent’anni dopo, uno di questi eredi, il nipote Paluzzo, uccise il nobile romano Savello Savelli, con il quale era comproprietario del castello di Nemi. L’omicida fu catturato e giustiziato e i suoi beni confiscati dalla Camera Apostilica che inoltre costrinse gli altri Annibaldi, possessori delle tenute di Monte Compatri, a cedere le loro proprietà.

A questo punto Monte Compatri è per 5/6 di proprietà della Camera Apostolica e per 1/6 della vedova del Savelli, che la ebbe a titolo di risarcimento. Molto probabilmente questa parte consisteva in una fattoria fuori del centro abitato di allora e identificabile nella zona chiamata ancora oggi Lu Viculozzu, dove un paio di strade portano il nome di quella casata: via Savelli e vicolo Savelli.

Di li a poco la Camera Apostolica mise all’asta la sua proprietà che fu vinta da Lorenzo Colonna il quale, in seguito, rilevò anche la parte posseduta da Caterina Savelli, riunificando così il fondo di Monte Compatri.

A quel tempo Papa era Martino V, della famiglia dei Colonna naturalmente. Alla sua morte feudatario era il figlio di Lorenzo, Prospero Colonna, nominato cardinale da pochi giorni. Correva l’anno 1430. Il successore di Martino V fu Eugenio IV, il quale non gradiva i Colonna. Dopo lunghe e sanguinose lotte, nel 1436, il feudo di Monte Compatri tornò di proprietà della Camera Apostolica.
Nel 1450, tre anni dopo la morte di Eugenio IV, il castello con il suo abitato tornò ai Colonna; poi ancora alla Camera Apostolica, quindi, nel 1484, Paolo Orsini lo fece suo con la forza, ma per pochissimo tempo. Nello stesso anno, infatti, papa Innocenzo VIII lo restituì a Prospero Colonna.

Nel 1492 salì al Soglio Pontificio un Borgia: Alessandro VI, il quale nel 1501, confiscò i beni ai Colonna e donò Monte Compatri a suo figlio Giovanni che aveva appena due anni. Nel 1503 il Papa morì, e Pompeo Colonna si riprese castello e terre monticiane.

Nel 1574, dopo una lunga sequenza di lotte tra le solite famiglie nobili, a volte anche estremamente cruente, che coinvolsero naturalmente i papi dell’epoca e che videro avvicendarsi vari proprietari, il castello di Monte Compatri fu ceduto da Marc’Antonio Colonna II al cardinale Marco Sitico Altemps.

Durante tutto il periodo di dominio dei Colonna, come si può evincere dalla cronistoria degli avvenimenti, Monte Compatri fu un borgo pressoché abbandonato, oggetto unicamente di dispute per il suo possesso, che lasciavano poco spazio ad intendimenti di migliorie di qualsiasi genere.

Con gli Altemps il discorso non cambiò di molto. Il centro abitato contava allora un migliaio di residenti, circa duecento famiglie, occupati principalmente nella coltivazione della vite, il paese era ancora circoscritto al cucuzzolo del monte; l’arco che troviamo adiacente alla chiesa, sotto la casa parrocchiale, munito di un robusto portone, rappresentava l’unica entrata.

Il cardinale Altemps, in verità, acquistò il castello per la sua bella posizione, ed era intenzionato a costruirvi una grandiosa villa. Nel 1582 però acquistò la tenuta tuscolana e così Monte Compatri non uscì dal suo misero abbandono ed isolamento.

Dal cardinale Marco Sitico Altemps il feudo passò al figlio Roberto e quindi al figlio di questi, Gian Angelo. Ma ormai la famiglia Altemps era caduta in disgrazia e all’orizzonte si stava affacciando, imponente, la casata dei Borghese.

Fu così che Gian Angelo, nel 1613, cedette al cardinale Scipione Borghese l’intero patrimonio tuscolano. Per Monte Compatri iniziava una nuova vita. Il 24 dicembre di quell’anno il paese fu elevato a Principato e ancora oggi la famiglia dei Borghese si può fregiare di questo titolo.

La prima iniziativa del cardinale Borghese fu quella di ordinare la costruzione di una nuova chiesa al posto di quella esistente, piccolina e non adeguata al rango del Principe. Fu ultimata nel 1629 ed è più o meno la stessa che si può ammirare oggi venendo a Monte Compatri. Sembra che il nostro Duomo sia il più grande dei Castelli Romani.

Nel frattempo il paese aveva cominciato ad espandersi oltre le mura del castello. Lo stesso cardinale Altemps aveva iniziato la costruzione di un edificio da destinare a tinello, cioè alla lavorazione e conservazione dei vini, lungo il costone che degradava verso la località denominata le Prata.

Al cardinale Borghese in verità non piaceva quella costruzione, severa e mastodontica, e che intralciava l’espandersi del paese. Avrebbe voluto modificarla, ma i lavori erano ormai iniziati ed il costo per una variante sarebbe stato troppo elevato, così non gli rimase che terminare l’edificazione del palazzo che oggi porta il nome della sua casata: Palazzo Borghese.

L’abitato inoltre aveva esigenze ben più importanti, come ad esempio l’approvvigionamento idrico; così il Cardinale fece costruire un acquedotto che portò l’acqua da Pratarena, in località Molata, fino in prossimità del nuovo tinello, dove fu posta una vasca. Durante il suo principato Scipione Borghese diede vita ad istituti finanziari per i prestiti ai bisognosi, aiutò personalmente la povera gente e fu particolarmente clemente. Morì nel 1633 lasciando i suoi averi al cugino Marc’Antonio il quale, da quel giorno, non mise più piede a Monte Compatri. A sua volta Marc’Antonio lasciò questo mondo nel 1658, dopo aver sfruttato come poté il feudo ereditato.

Il nuovo Principe fu il nipote Giovanbattista Borghese che alla sua morte, avvenuta nel 1717, lasciò il titolo al figlio Marc’Antonio.

Sempre per discendenza diretta, Camillo Borghese detenne il principato dal 1729 al 1763. Sua moglie, Agnese Colonna, si dedicò, prima tra tutti i feudatari monticiani, ad organizzare una struttura scolastica che si materializzò con l’ausilio di alcune suore. L’insegnamento era naturalmente rivolto al solo sesso femminile.

Nel 1763, Marc’Antonio Borghese, che portava lo stesso nome del nonno, subentrò al padre. Fu un amministratore particolarmente severo, tuttavia, durante il suo principato, che durò fino al 1800, furono ampliate e migliorate le vie di comunicazione. Fu in questa parte di fine secolo che Monte Compatri “guerreggiò” con la vicina Monte Porzio Catone per questioni di confini giurisdizionali. Ma di questo ne parlerò in maniera più approfondita nel capitolo dedicato alle curiosità.

Dalla fine del 1700 fino al 1815, la storia di Monte Compatri fu particolarmente legata alle imprese napoleoniche. Guarnigioni francesi presiedettero il nostro paese per ben due volte: dall’agosto 1798 al settembre 1799 e dal maggio 1809 al febbraio 1814. Mentre durante la prima occupazione i francesi si dimostrarono tutt’altro che amici, concludendo la loro amministrazione con una precipitosa fuga a seguito delle momentanee sorti avverse delle guerre napoleoniche, razziando quanto gli fu possibile, nel secondo periodo si dimostrarono attenti e validi amministratori.

Dal 1800 Principe di Monte Compatri fu Camillo Borghese al quale, avendo sposato Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, poco importava del suo piccolo possedimento, tanto è vero che addirittura se ne sbarazzò dandolo in affitto.

Nel 1814 la stella del grande condottiero francese non brillava più come prima, la guarnigione transalpina l’otto febbraio lasciò la cittadina, subito rimpiazzata dalle truppe di Gioacchino Murat, sovrano del Regno delle due Sicilie che si era messo in testa di conquistare l’intera penisola. Ma già nel mese di maggio se la dette a gambe dopo essere stato sconfitto dall’esercito austriaco.

Il Papa, cacciato dai francesi, tornò così in possesso dei suoi stati. Nel 1816 Pio VII abolì la feudalità. Dopo quasi un millennio Monte Compatri tornava finalmente ad essere un paese libero.

Primo Gonfaloniere fu Marco Moscatelli. I beni che i francesi avevano tolto al clero e dato al Comune furono restituiti al “legittimi” proprietari, e i beni del principe Borghese furono venduti o dati in enfiteusi a privati o al Comune.

Negli anni che seguirono i monticiani vissero in tranquillità. Ebbero, a quanto pare, il solo problema di difendersi dal brigantaggio che tuttavia qui fu un fenomeno del tutto marginale, nonostante che in tutto il circondario aldilà dei Castelli Romani fosse tutto un brulicare di fuorilegge. Dalla Maremma viterbese e toscana, dove i briganti della campagna romana emigravano spesso con l’aiuto nascosto dello Stato Pontificio, al frusinate e fino ai confini col napoletano, le macchie erano infestate di loschi individui, ora spietati assassini per un boccone di pane, altre volte organizzati in veri e propri eserciti al soldo dei potenti che cercavano con il loro ausilio di destabilizzare i governi nemici.

Si arriva al 1870, anno dell’unità d’Italia, con una Monte Compatri vispa e laboriosa. La popolazione contava 2975 unità seconda solo a Frascati. Gli amministratori di quegli anni furono particolarmente oculati e favorirono abilmente la crescita del paese che fu adeguatamente ripulito ed abbellito.

Il primo documento ufficialmente riconosciuto sull’esistenza di un centro abitato nel luogo dove oggi sorge Monte Compatri, risale al 7 febbraio 1252 e consiste in un atto di divisione dei beni tra Oddone e Giordano Colonna. In esso infatti si cita per la prima volta il castello di Monte Compatris.

Tuttavia sembra che nel 1090 questo castello già esistesse, o comunque doveva esserci un centro abitato.

Per ricercarne le origini però dobbiamo tornare indietro di oltre un millennio ed entrare nella storia, a volte leggendaria, dell’antica e ormai scomparsa città di Labico e delle sue vicissitudini.

L’antica città doveva essere un fiorente centro ancora prima della nascita di Roma, Virgilio infatti la cita nel suo poema Eneide allorché racconta delle guerre delle popolazioni indigene contro l’invasore Enea. In seguito, Labico coesistette con Roma fino all’anno 418 a.C., quando fu distrutta dai romani. Forse fu anche ricostruita, almeno in parte, ma senza riconquistare l’importanza precedente, ed oggi non si ha conoscenza dell’esatta sua ubicazione.

Dagli scritti latini ritrovati, sappiamo solamente che distava dalla porta Esquilina di Roma – attuale Arco di Gallieno in via Carlo Alberto – esattamente 120 stadi, cioè 22,221 km, che percorsi lungo l’antica via Labicana coincidono, poco più poco meno, con la posizione di Monte Compatri e più esattamente con Monte Salomone.

Il fatto che nel 1880 il R.D. n° 5503 autorizzasse la cittadina di Lugnano, sita a 40 chilometri da Roma, a modificare il proprio nome in Lugnano labicano trasformatosi poi con il tempo in Labico, è sicuramente un errore storico derivato dagli studi archeologici svolti nella prima metà del 1700 da Antonio Ficoroni il quale non poteva avere le conoscenze che si hanno oggi. Gli studi attuali, infatti, dimostrano senza ombra di dubbio che Labico non poteva essere quella simpatica cittadina laziale.

Ritornando alla nostra Labico è probabile che dopo la sua distruzione un gruppo di superstiti si sia rifugiato sui nostri monti. Dico probabilmente perché nulla è stato dimostrato, ma poiché dopo le invasioni barbariche altri abitanti di Roma e dintorni trovarono rifugio nella stessa zona, si può desumere che doveva esserci un centro abitato, seppure a livello di semplice villaggio montano.

Se ne incominceranno a trovare tracce scritte dal 1090 e dovremo aspettare il 1252, come già detto, per avere il primo documento ufficiale riconosciuto all’unanimità. Da quel momento Monte Compatri non conoscerà più momenti oscuri e per secoli, grazie alle famiglie nobili che ne sono state proprietarie feudali, è stata al centro di innumerevoli e a volte rilevanti vicende storiche e religiose.

A proposito di avvenimenti storico-religiosi e ancora prima di effettuare una rapida carrellata delle famiglie che hanno posseduto il nostro paese, si ricorda che nel 1222 (fatto non del tutto certo) san Francesco d’Assisi visitò questo piccolo paesello, allora appena abbozzato sulla cima dello scosceso colle monticiano.

La tradizione lo vuole eremita alle pendici del versante ovest, dimorato in una grotta là dove oggi si trova il Romito che fino a pochi decenni fa ospitava il cimitero. Incantato dalla bellezza e dalla tranquillità della natura, il Santo in seguito vi mandò tre suoi confratelli i quali, vicino a dove oggi sorge l’abbazia di San Silvestro, edificarono un piccolo convento di cui si vedono ancora alcuni ruderi e dal quale verso la metà dello stesso secolo uscì un frate monticiano di nome Pietro, il quale esercitò la propria missione nella città di Oviedo in Spagna, dove è tuttora venerato come il Beato Pietro da Monte Compatri.

I primi signori di Monte Compatri furono i conti di Tuscolo. Circa mille anni fa, siamo alla fine del primo millennio dopo Cristo, Roma conobbe un periodo di forte instabilità politica. La città era continuamente sconvolta dalle lotte per il potere tra Chiesa e nobili. Tra quest’ultimi c’erano i Teofiletto che costituirono una sorta di repubblica aristocratico-militare che ebbe il merito di liberare per sempre la città dal pericolo dei saraceni, sconfitti e scacciati dai loro accampamenti situati alla foce del fiume Garigliano.

Un Teofiletto, Gregori, in un momento a lui poco favorevole, decise di rifugiarsi sul Tuscolo, dove era già esistente un poderoso fortilizio, dal quale amministrò con estrema durezza i territori che si estendevano intorno alla roccaforte.

Nel 1090, l’allora conte di Tuscolo, Agapito, diede in dote a una delle sue figlie, tra gli altri possedimenti, parte del castello di Monte Compatri. Alcuni studiosi, però, ipotizzano che il documento che descrive questo atto sia stato manomesso in un periodo successivo per rivendicazioni ereditarie. Ma, come dice lo stesso Ciaffei: “…per noi è irrilevante perché non mette affatto in dubbio anzi conferma che a quella data esisteva già nella zona una località che aveva quel nome…”, ed era appunto Monte Compatri.

I conti di Tuscolo, tra alterne fortune – annoverarono in quegli anni anche tre papi – dominarono la nostra zona fino al 1191, quando il Tuscolo fu raso al suolo dalle truppe romane.

Nel 1226 il cardinale Riccardo Annibaldi, esponente di un’altra potentissima famiglia della nobiltà romana, acquistò il castello della Molata, le cui rovine sono ancora visibili al chilometro 25 della via Anagnina. Morì nel 1272 e nel suo testamento compare ancora una volta Monte Compatri.

Agli inizi del ‘300, troviamo signore di Monte Compatri Mattia Annibaldi che dette il nome alla località Colle Mattia, sita in parte nel comune di Roma e in parte in quello monticiano. A lui successero il figlio Giovanni, il quale in un periodo della sua vita fu confinato da papa Clemente V nel suo castello di Monte Compatri e quindi il figlio di quest’ultimo Annibaldo che fu il primo a fregiarsi del titolo “de Montecompatris”.

Verso la metà di quel secolo, padrone del castello fu Liccardo Imprennente, sempre della famiglia degli Annibaldi. Poi seguì Tebaldo Annibaldi fino al 1404. Alla sua morte la proprietà venne divisa in tre parti tra i suoi eredi.

Appena vent’anni dopo, uno di questi eredi, il nipote Paluzzo, uccise il nobile romano Savello Savelli, con il quale era comproprietario del castello di Nemi. L’omicida fu catturato e giustiziato e i suoi beni confiscati dalla Camera Apostilica che inoltre costrinse gli altri Annibaldi, possessori delle tenute di Monte Compatri, a cedere le loro proprietà.

A questo punto Monte Compatri è per 5/6 di proprietà della Camera Apostolica e per 1/6 della vedova del Savelli, che la ebbe a titolo di risarcimento. Molto probabilmente questa parte consisteva in una fattoria fuori del centro abitato di allora e identificabile nella zona chiamata ancora oggi Lu Viculozzu, dove un paio di strade portano il nome di quella casata: via Savelli e vicolo Savelli.

Di li a poco la Camera Apostolica mise all’asta la sua proprietà che fu vinta da Lorenzo Colonna il quale, in seguito, rilevò anche la parte posseduta da Caterina Savelli, riunificando così il fondo di Monte Compatri.

A quel tempo Papa era Martino V, della famiglia dei Colonna naturalmente. Alla sua morte feudatario era il figlio di Lorenzo, Prospero Colonna, nominato cardinale da pochi giorni. Correva l’anno 1430. Il successore di Martino V fu Eugenio IV, il quale non gradiva i Colonna. Dopo lunghe e sanguinose lotte, nel 1436, il feudo di Monte Compatri tornò di proprietà della Camera Apostolica.
Nel 1450, tre anni dopo la morte di Eugenio IV, il castello con il suo abitato tornò ai Colonna; poi ancora alla Camera Apostolica, quindi, nel 1484, Paolo Orsini lo fece suo con la forza, ma per pochissimo tempo. Nello stesso anno, infatti, papa Innocenzo VIII lo restituì a Prospero Colonna.

Nel 1492 salì al Soglio Pontificio un Borgia: Alessandro VI, il quale nel 1501, confiscò i beni ai Colonna e donò Monte Compatri a suo figlio Giovanni che aveva appena due anni. Nel 1503 il Papa morì, e Pompeo Colonna si riprese castello e terre monticiane.

Nel 1574, dopo una lunga sequenza di lotte tra le solite famiglie nobili, a volte anche estremamente cruente, che coinvolsero naturalmente i papi dell’epoca e che videro avvicendarsi vari proprietari, il castello di Monte Compatri fu ceduto da Marc’Antonio Colonna II al cardinale Marco Sitico Altemps.

Durante tutto il periodo di dominio dei Colonna, come si può evincere dalla cronistoria degli avvenimenti, Monte Compatri fu un borgo pressoché abbandonato, oggetto unicamente di dispute per il suo possesso, che lasciavano poco spazio ad intendimenti di migliorie di qualsiasi genere.

Con gli Altemps il discorso non cambiò di molto. Il centro abitato contava allora un migliaio di residenti, circa duecento famiglie, occupati principalmente nella coltivazione della vite, il paese era ancora circoscritto al cucuzzolo del monte; l’arco che troviamo adiacente alla chiesa, sotto la casa parrocchiale, munito di un robusto portone, rappresentava l’unica entrata.

Il cardinale Altemps, in verità, acquistò il castello per la sua bella posizione, ed era intenzionato a costruirvi una grandiosa villa. Nel 1582 però acquistò la tenuta tuscolana e così Monte Compatri non uscì dal suo misero abbandono ed isolamento.

Dal cardinale Marco Sitico Altemps il feudo passò al figlio Roberto e quindi al figlio di questi, Gian Angelo. Ma ormai la famiglia Altemps era caduta in disgrazia e all’orizzonte si stava affacciando, imponente, la casata dei Borghese.

Fu così che Gian Angelo, nel 1613, cedette al cardinale Scipione Borghese l’intero patrimonio tuscolano. Per Monte Compatri iniziava una nuova vita. Il 24 dicembre di quell’anno il paese fu elevato a Principato e ancora oggi la famiglia dei Borghese si può fregiare di questo titolo.

La prima iniziativa del cardinale Borghese fu quella di ordinare la costruzione di una nuova chiesa al posto di quella esistente, piccolina e non adeguata al rango del Principe. Fu ultimata nel 1629 ed è più o meno la stessa che si può ammirare oggi venendo a Monte Compatri. Sembra che il nostro Duomo sia il più grande dei Castelli Romani.

Nel frattempo il paese aveva cominciato ad espandersi oltre le mura del castello. Lo stesso cardinale Altemps aveva iniziato la costruzione di un edificio da destinare a tinello, cioè alla lavorazione e conservazione dei vini, lungo il costone che degradava verso la località denominata le Prata.

Al cardinale Borghese in verità non piaceva quella costruzione, severa e mastodontica, e che intralciava l’espandersi del paese. Avrebbe voluto modificarla, ma i lavori erano ormai iniziati ed il costo per una variante sarebbe stato troppo elevato, così non gli rimase che terminare l’edificazione del palazzo che oggi porta il nome della sua casata: Palazzo Borghese.

L’abitato inoltre aveva esigenze ben più importanti, come ad esempio l’approvvigionamento idrico; così il Cardinale fece costruire un acquedotto che portò l’acqua da Pratarena, in località Molata, fino in prossimità del nuovo tinello, dove fu posta una vasca. Durante il suo principato Scipione Borghese diede vita ad istituti finanziari per i prestiti ai bisognosi, aiutò personalmente la povera gente e fu particolarmente clemente. Morì nel 1633 lasciando i suoi averi al cugino Marc’Antonio il quale, da quel giorno, non mise più piede a Monte Compatri. A sua volta Marc’Antonio lasciò questo mondo nel 1658, dopo aver sfruttato come poté il feudo ereditato.

Il nuovo Principe fu il nipote Giovanbattista Borghese che alla sua morte, avvenuta nel 1717, lasciò il titolo al figlio Marc’Antonio.

Sempre per discendenza diretta, Camillo Borghese detenne il principato dal 1729 al 1763. Sua moglie, Agnese Colonna, si dedicò, prima tra tutti i feudatari monticiani, ad organizzare una struttura scolastica che si materializzò con l’ausilio di alcune suore. L’insegnamento era naturalmente rivolto al solo sesso femminile.

Nel 1763, Marc’Antonio Borghese, che portava lo stesso nome del nonno, subentrò al padre. Fu un amministratore particolarmente severo, tuttavia, durante il suo principato, che durò fino al 1800, furono ampliate e migliorate le vie di comunicazione. Fu in questa parte di fine secolo che Monte Compatri “guerreggiò” con la vicina Monte Porzio Catone per questioni di confini giurisdizionali. Ma di questo ne parlerò in maniera più approfondita nel capitolo dedicato alle curiosità.

Dalla fine del 1700 fino al 1815, la storia di Monte Compatri fu particolarmente legata alle imprese napoleoniche. Guarnigioni francesi presiedettero il nostro paese per ben due volte: dall’agosto 1798 al settembre 1799 e dal maggio 1809 al febbraio 1814. Mentre durante la prima occupazione i francesi si dimostrarono tutt’altro che amici, concludendo la loro amministrazione con una precipitosa fuga a seguito delle momentanee sorti avverse delle guerre napoleoniche, razziando quanto gli fu possibile, nel secondo periodo si dimostrarono attenti e validi amministratori.

Dal 1800 Principe di Monte Compatri fu Camillo Borghese al quale, avendo sposato Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, poco importava del suo piccolo possedimento, tanto è vero che addirittura se ne sbarazzò dandolo in affitto.

Nel 1814 la stella del grande condottiero francese non brillava più come prima, la guarnigione transalpina l’otto febbraio lasciò la cittadina, subito rimpiazzata dalle truppe di Gioacchino Murat, sovrano del Regno delle due Sicilie che si era messo in testa di conquistare l’intera penisola. Ma già nel mese di maggio se la dette a gambe dopo essere stato sconfitto dall’esercito austriaco.

Il Papa, cacciato dai francesi, tornò così in possesso dei suoi stati. Nel 1816 Pio VII abolì la feudalità. Dopo quasi un millennio Monte Compatri tornava finalmente ad essere un paese libero.

Primo Gonfaloniere fu Marco Moscatelli. I beni che i francesi avevano tolto al clero e dato al Comune furono restituiti al “legittimi” proprietari, e i beni del principe Borghese furono venduti o dati in enfiteusi a privati o al Comune.

Negli anni che seguirono i monticiani vissero in tranquillità. Ebbero, a quanto pare, il solo problema di difendersi dal brigantaggio che tuttavia qui fu un fenomeno del tutto marginale, nonostante che in tutto il circondario aldilà dei Castelli Romani fosse tutto un brulicare di fuorilegge. Dalla Maremma viterbese e toscana, dove i briganti della campagna romana emigravano spesso con l’aiuto nascosto dello Stato Pontificio, al frusinate e fino ai confini col napoletano, le macchie erano infestate di loschi individui, ora spietati assassini per un boccone di pane, altre volte organizzati in veri e propri eserciti al soldo dei potenti che cercavano con il loro ausilio di destabilizzare i governi nemici.

Si arriva al 1870, anno dell’unità d’Italia, con una Monte Compatri vispa e laboriosa. La popolazione contava 2975 unità seconda solo a Frascati. Gli amministratori di quegli anni furono particolarmente oculati e favorirono abilmente la crescita del paese che fu adeguatamente ripulito ed abbellito.

Il primo documento ufficialmente riconosciuto sull’esistenza di un centro abitato nel luogo dove oggi sorge Monte Compatri, risale al 7 febbraio 1252 e consiste in un atto di divisione dei beni tra Oddone e Giordano Colonna. In esso infatti si cita per la prima volta il castello di Monte Compatris.

Tuttavia sembra che nel 1090 questo castello già esistesse, o comunque doveva esserci un centro abitato.

Per ricercarne le origini però dobbiamo tornare indietro di oltre un millennio ed entrare nella storia, a volte leggendaria, dell’antica e ormai scomparsa città di Labico e delle sue vicissitudini.

L’antica città doveva essere un fiorente centro ancora prima della nascita di Roma, Virgilio infatti la cita nel suo poema Eneide allorché racconta delle guerre delle popolazioni indigene contro l’invasore Enea. In seguito, Labico coesistette con Roma fino all’anno 418 a.C., quando fu distrutta dai romani. Forse fu anche ricostruita, almeno in parte, ma senza riconquistare l’importanza precedente, ed oggi non si ha conoscenza dell’esatta sua ubicazione.

Dagli scritti latini ritrovati, sappiamo solamente che distava dalla porta Esquilina di Roma – attuale Arco di Gallieno in via Carlo Alberto – esattamente 120 stadi, cioè 22,221 km, che percorsi lungo l’antica via Labicana coincidono, poco più poco meno, con la posizione di Monte Compatri e più esattamente con Monte Salomone.

Il fatto che nel 1880 il R.D. n° 5503 autorizzasse la cittadina di Lugnano, sita a 40 chilometri da Roma, a modificare il proprio nome in Lugnano labicano trasformatosi poi con il tempo in Labico, è sicuramente un errore storico derivato dagli studi archeologici svolti nella prima metà del 1700 da Antonio Ficoroni il quale non poteva avere le conoscenze che si hanno oggi. Gli studi attuali, infatti, dimostrano senza ombra di dubbio che Labico non poteva essere quella simpatica cittadina laziale.

Ritornando alla nostra Labico è probabile che dopo la sua distruzione un gruppo di superstiti si sia rifugiato sui nostri monti. Dico probabilmente perché nulla è stato dimostrato, ma poiché dopo le invasioni barbariche altri abitanti di Roma e dintorni trovarono rifugio nella stessa zona, si può desumere che doveva esserci un centro abitato, seppure a livello di semplice villaggio montano.

Se ne incominceranno a trovare tracce scritte dal 1090 e dovremo aspettare il 1252, come già detto, per avere il primo documento ufficiale riconosciuto all’unanimità. Da quel momento Monte Compatri non conoscerà più momenti oscuri e per secoli, grazie alle famiglie nobili che ne sono state proprietarie feudali, è stata al centro di innumerevoli e a volte rilevanti vicende storiche e religiose.

A proposito di avvenimenti storico-religiosi e ancora prima di effettuare una rapida carrellata delle famiglie che hanno posseduto il nostro paese, si ricorda che nel 1222 (fatto non del tutto certo) san Francesco d’Assisi visitò questo piccolo paesello, allora appena abbozzato sulla cima dello scosceso colle monticiano.

La tradizione lo vuole eremita alle pendici del versante ovest, dimorato in una grotta là dove oggi si trova il Romito che fino a pochi decenni fa ospitava il cimitero. Incantato dalla bellezza e dalla tranquillità della natura, il Santo in seguito vi mandò tre suoi confratelli i quali, vicino a dove oggi sorge l’abbazia di San Silvestro, edificarono un piccolo convento di cui si vedono ancora alcuni ruderi e dal quale verso la metà dello stesso secolo uscì un frate monticiano di nome Pietro, il quale esercitò la propria missione nella città di Oviedo in Spagna, dove è tuttora venerato come il Beato Pietro da Monte Compatri.

I primi signori di Monte Compatri furono i conti di Tuscolo. Circa mille anni fa, siamo alla fine del primo millennio dopo Cristo, Roma conobbe un periodo di forte instabilità politica. La città era continuamente sconvolta dalle lotte per il potere tra Chiesa e nobili. Tra quest’ultimi c’erano i Teofiletto che costituirono una sorta di repubblica aristocratico-militare che ebbe il merito di liberare per sempre la città dal pericolo dei saraceni, sconfitti e scacciati dai loro accampamenti situati alla foce del fiume Garigliano.

Un Teofiletto, Gregori, in un momento a lui poco favorevole, decise di rifugiarsi sul Tuscolo, dove era già esistente un poderoso fortilizio, dal quale amministrò con estrema durezza i territori che si estendevano intorno alla roccaforte.

Nel 1090, l’allora conte di Tuscolo, Agapito, diede in dote a una delle sue figlie, tra gli altri possedimenti, parte del castello di Monte Compatri. Alcuni studiosi, però, ipotizzano che il documento che descrive questo atto sia stato manomesso in un periodo successivo per rivendicazioni ereditarie. Ma, come dice lo stesso Ciaffei: “…per noi è irrilevante perché non mette affatto in dubbio anzi conferma che a quella data esisteva già nella zona una località che aveva quel nome…”, ed era appunto Monte Compatri.

I conti di Tuscolo, tra alterne fortune – annoverarono in quegli anni anche tre papi – dominarono la nostra zona fino al 1191, quando il Tuscolo fu raso al suolo dalle truppe romane.

Nel 1226 il cardinale Riccardo Annibaldi, esponente di un’altra potentissima famiglia della nobiltà romana, acquistò il castello della Molata, le cui rovine sono ancora visibili al chilometro 25 della via Anagnina. Morì nel 1272 e nel suo testamento compare ancora una volta Monte Compatri.

Agli inizi del ‘300, troviamo signore di Monte Compatri Mattia Annibaldi che dette il nome alla località Colle Mattia, sita in parte nel comune di Roma e in parte in quello monticiano. A lui successero il figlio Giovanni, il quale in un periodo della sua vita fu confinato da papa Clemente V nel suo castello di Monte Compatri e quindi il figlio di quest’ultimo Annibaldo che fu il primo a fregiarsi del titolo “de Montecompatris”.

Verso la metà di quel secolo, padrone del castello fu Liccardo Imprennente, sempre della famiglia degli Annibaldi. Poi seguì Tebaldo Annibaldi fino al 1404. Alla sua morte la proprietà venne divisa in tre parti tra i suoi eredi.

Appena vent’anni dopo, uno di questi eredi, il nipote Paluzzo, uccise il nobile romano Savello Savelli, con il quale era comproprietario del castello di Nemi. L’omicida fu catturato e giustiziato e i suoi beni confiscati dalla Camera Apostilica che inoltre costrinse gli altri Annibaldi, possessori delle tenute di Monte Compatri, a cedere le loro proprietà.

A questo punto Monte Compatri è per 5/6 di proprietà della Camera Apostolica e per 1/6 della vedova del Savelli, che la ebbe a titolo di risarcimento. Molto probabilmente questa parte consisteva in una fattoria fuori del centro abitato di allora e identificabile nella zona chiamata ancora oggi Lu Viculozzu, dove un paio di strade portano il nome di quella casata: via Savelli e vicolo Savelli.

Di li a poco la Camera Apostolica mise all’asta la sua proprietà che fu vinta da Lorenzo Colonna il quale, in seguito, rilevò anche la parte posseduta da Caterina Savelli, riunificando così il fondo di Monte Compatri.

A quel tempo Papa era Martino V, della famiglia dei Colonna naturalmente. Alla sua morte feudatario era il figlio di Lorenzo, Prospero Colonna, nominato cardinale da pochi giorni. Correva l’anno 1430. Il successore di Martino V fu Eugenio IV, il quale non gradiva i Colonna. Dopo lunghe e sanguinose lotte, nel 1436, il feudo di Monte Compatri tornò di proprietà della Camera Apostolica.
Nel 1450, tre anni dopo la morte di Eugenio IV, il castello con il suo abitato tornò ai Colonna; poi ancora alla Camera Apostolica, quindi, nel 1484, Paolo Orsini lo fece suo con la forza, ma per pochissimo tempo. Nello stesso anno, infatti, papa Innocenzo VIII lo restituì a Prospero Colonna.

Nel 1492 salì al Soglio Pontificio un Borgia: Alessandro VI, il quale nel 1501, confiscò i beni ai Colonna e donò Monte Compatri a suo figlio Giovanni che aveva appena due anni. Nel 1503 il Papa morì, e Pompeo Colonna si riprese castello e terre monticiane.

Nel 1574, dopo una lunga sequenza di lotte tra le solite famiglie nobili, a volte anche estremamente cruente, che coinvolsero naturalmente i papi dell’epoca e che videro avvicendarsi vari proprietari, il castello di Monte Compatri fu ceduto da Marc’Antonio Colonna II al cardinale Marco Sitico Altemps.

Durante tutto il periodo di dominio dei Colonna, come si può evincere dalla cronistoria degli avvenimenti, Monte Compatri fu un borgo pressoché abbandonato, oggetto unicamente di dispute per il suo possesso, che lasciavano poco spazio ad intendimenti di migliorie di qualsiasi genere.

Con gli Altemps il discorso non cambiò di molto. Il centro abitato contava allora un migliaio di residenti, circa duecento famiglie, occupati principalmente nella coltivazione della vite, il paese era ancora circoscritto al cucuzzolo del monte; l’arco che troviamo adiacente alla chiesa, sotto la casa parrocchiale, munito di un robusto portone, rappresentava l’unica entrata.

Il cardinale Altemps, in verità, acquistò il castello per la sua bella posizione, ed era intenzionato a costruirvi una grandiosa villa. Nel 1582 però acquistò la tenuta tuscolana e così Monte Compatri non uscì dal suo misero abbandono ed isolamento.

Dal cardinale Marco Sitico Altemps il feudo passò al figlio Roberto e quindi al figlio di questi, Gian Angelo. Ma ormai la famiglia Altemps era caduta in disgrazia e all’orizzonte si stava affacciando, imponente, la casata dei Borghese.

Fu così che Gian Angelo, nel 1613, cedette al cardinale Scipione Borghese l’intero patrimonio tuscolano. Per Monte Compatri iniziava una nuova vita. Il 24 dicembre di quell’anno il paese fu elevato a Principato e ancora oggi la famiglia dei Borghese si può fregiare di questo titolo.

La prima iniziativa del cardinale Borghese fu quella di ordinare la costruzione di una nuova chiesa al posto di quella esistente, piccolina e non adeguata al rango del Principe. Fu ultimata nel 1629 ed è più o meno la stessa che si può ammirare oggi venendo a Monte Compatri. Sembra che il nostro Duomo sia il più grande dei Castelli Romani.

Nel frattempo il paese aveva cominciato ad espandersi oltre le mura del castello. Lo stesso cardinale Altemps aveva iniziato la costruzione di un edificio da destinare a tinello, cioè alla lavorazione e conservazione dei vini, lungo il costone che degradava verso la località denominata le Prata.

Al cardinale Borghese in verità non piaceva quella costruzione, severa e mastodontica, e che intralciava l’espandersi del paese. Avrebbe voluto modificarla, ma i lavori erano ormai iniziati ed il costo per una variante sarebbe stato troppo elevato, così non gli rimase che terminare l’edificazione del palazzo che oggi porta il nome della sua casata: Palazzo Borghese.

L’abitato inoltre aveva esigenze ben più importanti, come ad esempio l’approvvigionamento idrico; così il Cardinale fece costruire un acquedotto che portò l’acqua da Pratarena, in località Molata, fino in prossimità del nuovo tinello, dove fu posta una vasca. Durante il suo principato Scipione Borghese diede vita ad istituti finanziari per i prestiti ai bisognosi, aiutò personalmente la povera gente e fu particolarmente clemente. Morì nel 1633 lasciando i suoi averi al cugino Marc’Antonio il quale, da quel giorno, non mise più piede a Monte Compatri. A sua volta Marc’Antonio lasciò questo mondo nel 1658, dopo aver sfruttato come poté il feudo ereditato.

Il nuovo Principe fu il nipote Giovanbattista Borghese che alla sua morte, avvenuta nel 1717, lasciò il titolo al figlio Marc’Antonio.

Sempre per discendenza diretta, Camillo Borghese detenne il principato dal 1729 al 1763. Sua moglie, Agnese Colonna, si dedicò, prima tra tutti i feudatari monticiani, ad organizzare una struttura scolastica che si materializzò con l’ausilio di alcune suore. L’insegnamento era naturalmente rivolto al solo sesso femminile.

Nel 1763, Marc’Antonio Borghese, che portava lo stesso nome del nonno, subentrò al padre. Fu un amministratore particolarmente severo, tuttavia, durante il suo principato, che durò fino al 1800, furono ampliate e migliorate le vie di comunicazione. Fu in questa parte di fine secolo che Monte Compatri “guerreggiò” con la vicina Monte Porzio Catone per questioni di confini giurisdizionali. Ma di questo ne parlerò in maniera più approfondita nel capitolo dedicato alle curiosità.

Dalla fine del 1700 fino al 1815, la storia di Monte Compatri fu particolarmente legata alle imprese napoleoniche. Guarnigioni francesi presiedettero il nostro paese per ben due volte: dall’agosto 1798 al settembre 1799 e dal maggio 1809 al febbraio 1814. Mentre durante la prima occupazione i francesi si dimostrarono tutt’altro che amici, concludendo la loro amministrazione con una precipitosa fuga a seguito delle momentanee sorti avverse delle guerre napoleoniche, razziando quanto gli fu possibile, nel secondo periodo si dimostrarono attenti e validi amministratori.

Dal 1800 Principe di Monte Compatri fu Camillo Borghese al quale, avendo sposato Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone, poco importava del suo piccolo possedimento, tanto è vero che addirittura se ne sbarazzò dandolo in affitto.

Nel 1814 la stella del grande condottiero francese non brillava più come prima, la guarnigione transalpina l’otto febbraio lasciò la cittadina, subito rimpiazzata dalle truppe di Gioacchino Murat, sovrano del Regno delle due Sicilie che si era messo in testa di conquistare l’intera penisola. Ma già nel mese di maggio se la dette a gambe dopo essere stato sconfitto dall’esercito austriaco.

Il Papa, cacciato dai francesi, tornò così in possesso dei suoi stati. Nel 1816 Pio VII abolì la feudalità. Dopo quasi un millennio Monte Compatri tornava finalmente ad essere un paese libero.

Primo Gonfaloniere fu Marco Moscatelli. I beni che i francesi avevano tolto al clero e dato al Comune furono restituiti al “legittimi” proprietari, e i beni del principe Borghese furono venduti o dati in enfiteusi a privati o al Comune.

Negli anni che seguirono i monticiani vissero in tranquillità. Ebbero, a quanto pare, il solo problema di difendersi dal brigantaggio che tuttavia qui fu un fenomeno del tutto marginale, nonostante che in tutto il circondario aldilà dei Castelli Romani fosse tutto un brulicare di fuorilegge. Dalla Maremma viterbese e toscana, dove i briganti della campagna romana emigravano spesso con l’aiuto nascosto dello Stato Pontificio, al frusinate e fino ai confini col napoletano, le macchie erano infestate di loschi individui, ora spietati assassini per un boccone di pane, altre volte organizzati in veri e propri eserciti al soldo dei potenti che cercavano con il loro ausilio di destabilizzare i governi nemici.

Si arriva al 1870, anno dell’unità d’Italia, con una Monte Compatri vispa e laboriosa. La popolazione contava 2975 unità seconda solo a Frascati. Gli amministratori di quegli anni furono particolarmente oculati e favorirono abilmente la crescita del paese che fu adeguatamente ripulito.

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