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Allo spegnersi del crepuscolo

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Titolo:      Allo spegnersi del crepuscolo
Autori:      Mario Miller
ISBN-10(13):      978-88-95736-58-7
Editore:      Edizioni Controluce
Data pubblicazione:      Giugno 2017
Edizione:      I edizione
Numero di pagine:      296
Formato:      148×210
Collana:      Narrativa

Descrizione

 

Miller è un vero narratore che sa dosare gli sviluppi della trama e il procedimento dei caratteri dei protagonisti. Siamo a Vienna prima dello scoppio della grande guerra mondiale 1914-1918. Il personaggio principale è lì per motivi di studio, insieme a due amici. Da quel luogo si dipana la storia del primo attore e dei co-protagonisti, ma anche di comparse ed elementi di appoggio, ragazze, amiche, amanti, persone losche o fedeli. E si arriva al 1924.

Mi si permetta una breve parentesi. C’è stato un momento nella letteratura italiana in cui si è dato poco conto alla trama, demolendola come elemento dei romanzi gialli e non del grande libro che deve basarsi sulla psicologia dei personaggi. Ma le cose al mondo non vanno così, accadimenti esterni e interni sono contemporanei e consequenziali, collidenti, osmotici, per cui l’intreccio – se non diventa fine a se stesso – è necessità biologica nel racconto, e non solo perché tiene all’erta i lettori, ma soprattutto perché l’esistenza e il mondo, e i casi umani tutti, riservano sorprese, colpi di scena, imprevisti, i quali sono il motore della storia di ogni affabulazione. Ora si sta tornando timidamente alla trama, sebbene alcuni esagerino nel complicarla. Siamo fatti così, passiamo sempre da un estremo all’altro.

Con tale riflessione ho dichiarato la capacità di Mario Miller a creare intrecci, storie innestate fra i personaggi (infatti, non siamo ‘monadi chiuse’, ma interferiamo complessivamente, consapevoli o no, negli accadimenti singoli e generali, sta all’autore cogliere quelli importanti e innestarli all’economia generale del disegno narrativo).

Se il teatro di questo romanzo è prima Vienna, poi è Zurigo e quindi Venezia, ma non poteva mancare Roma. Bene. Detto ciò per posizionare i ‘teatri’ delle azioni, si sente che al fondo delle cose, quale punto focale di una clessidra piuttosto ampia, c’è la lotta tra il bene e il male. L’autore stesso, intervenendo all’interno del dettato filosofico che permea tutto il romanzo, nel percorso che il protagonista fa, nell’elezione delle persone, delle donne, egli stesso scrive una pagina sulle scelte, se fermarsi o continuare, ed è la differenza tra la felicità e la serenità. Leggiamo insieme questo lacerto che diviene un punto nodale, un tema-chiave: «Tutti aspirano alla felicità, ma non sanno che è nella serenità il benessere reale. La scintilla che scatena un fuoco improvviso riscalda in modo forte, ma è momentanea, destinata a esaurirsi inesorabilmente, una illusione, questa è la felicità! La serenità è più simile a una luce di candela che rischiara la notte e riscalda lievemente senza abbagliare troppo, capace di farti stare bene, non farti mancare nulla di ciò che hai bisogno, cioè caldo e luce (…). La natura umana è mutevole, cambia e si trasforma in base alle situazioni, gli avvenimenti, gli sconvolgimenti e le relazioni. Tutto ciò che ognuno può e deve fare è lasciarsi trasportare come da una corrente, non opporsi a essa, farsi spingere sulle rive e poi di nuovo lungo la corrente. È un viaggio che termina quando il caso (la volontà di Dio per chi crede), decide per noi dove farci fermare perché quella riva è giusta e appropriata per quel determinato periodo della nostra vita. In altri momenti non si saprebbe apprezzare appieno ciò che di significativo si trova lì. Poi, ovviamente, il libero arbitrio di ciascuno può rifiutare la sosta in quel porto e proseguire per conto suo fino a trovare un altro punto di approdo lungo la corrente impetuosa della vita. Sono scelte che, poi, ognuno fa liberamente, ma che ci sia una forza attrattiva, magnetica verso luoghi, persone, cose, situazioni in determinati punti dello spazio e del tempo, è innegabile». Ecco, qui Miller dichiara la sua convinzione sulla complessità dell’esistenza, cercando di armonizzare il libero arbitrio con il misterioso dominio che l’uomo comunque subisce: è vexata quaestio, irrisolta anche nelle grandi religioni. Eppure, questa profonda spiegazione dà il battito del polso del pensatore Miller, giovanissimo però maturo, di quella maturità interiore che è frutto di indagine continua sulle contraddizioni della vita. La cosa importante è che la cogitazione si incarna nei fatti e nelle personalità degli attori del romanzo: e qui sta il nodo decisivo del discorso ‘poetico’ (inteso nel significato classico del termine).

Il male è impersonato da Yuri. Di più, però, non posso dire circa la trama, la quale, avendo qui un’importanza di funzionalità espressiva, non va rivelata fino in fondo. Dico solo che c’è un amore sincero fra il protagonista e la figlia di questo personaggio emblematico, ma la vita di tutti loro subisce cambiamenti con gli anni, anche a causa della morte di alcuni attori di secondo piano ancorché sempre essenziali all’economia del discorso complessivo.

Yuri è un uomo, ma diviene un’essenza, un tarlo, una sorta di fantasma anche nei sogni. Egli è il personaggio meglio riuscito in tutto il romanzo. Stagliato netto, Yuri ha la potenza demoniaca che attrae a sé e permane attiva quando ha messo radici nell’animo altrui (in questo caso, nell’animo del protagonista assoluto): «Non fu la frenata brusca del macchinista a destarmi dal sonno, ma le parole maligne del demone che si erano instaurate nei miei sogni. La mia mano tremava, vedevo i suoi occhi gelidi verso i miei, prima che si buttasse nel vuoto. Alessandra era stesa in una pozza di sangue ed io, disperato, correvo nel silenzio della notte di Zurigo verso il tuffo nel mare di stelle. Maledissi quel porco di Yuri e me stesso, respirai profondamente, il treno si era fermato, era notte, ero finalmente a Roma».

Lo stile paratattico che spesso l’autore elegge, rende immediata la presa da parte del lettore, ed efficacissima la scrittura.

La parte finale del libro è ambientata a Roma. Io definirei queste pagine come una tarsia a fianco del corpus centrale, vale a significare un duplice romanzo a latere della narrazione centrale. Ciò non vuol dire che esso sia estraneo all’organismo compatto della parte finora trattata, è un continuum che ha una cesura nascosta.

Invito i lettori a fermarsi soprattutto sui lacerti speculativi, per riflettervi sopra: ne vale pienamente la pena sottolinearli onde tornarvi anche indipendentemente dal resto dell’economia strutturale del libro stesso.

Aldo Onorati

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