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Fruscii del silenzio

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Titolo:      Fruscii del silenzio
Autori:      Rita Gatta
ISBN-10(13):      978-88-95736-16-7
Editore:      Edizioni Controluce
Data pubblicazione:      Novembre  2012
Edizione:      I edizione
Numero di pagine:      176
Formato:      150 x 210
Collana:      Poesia

 

Descrizione

 

Avevo letto, di Rita Gatta, i versi in vernacolo rocchigiano, ed ero d’accordo con quanto ne scriveva Maria Pia Santangeli circa la capacità della poetessa di intrecciare nostalgia, ironia, pensieri e umori con la sapienza del ritmo e della difficile scrittura del codice gergale. Ritrovo questi punti sostanziali d’un’anima pure nella presente silloge, in lingua italiana, ove Rita Gatta forse dà il meglio di sé, in quanto non è condizionata dagli orpelli che – comunque – stanno attaccati al dialetto con ventose che il tempo ha appiccicato come risultante della memoria e d’un mondo ormai scolpito in quel determinato ambito e in quel particolare popolo.
Ho notato che la tensione emotiva di Rita Gatta trova i suoi momenti più intensi in quei lacerti che stanno in osmosi tra la riflessione e le descrizioni dei luoghi, ove la natura è sempre antropocentrica, per cui tutto diviene paesaggio dell’anima. Si legga Conchiglia, ad esempio, oppure Ciliegio, o la bellissima Tommy, per arrivare a Rinascita primaverile che usa un linguaggio depurato da ogni sovrabbondanza, fatto trasparente, direi pure quotidiano, ma in cui la quotidianità dell’espressione fa suo il comandamento oraziano dell’Epistola ai Pisoni, che detta la necessità di rendere nuova una parola consueta attraverso la tessitura semantica.
Rita Gatta trova nella pittura delle cose il modo più autentico e peculiare di esprimere la sua sensibilità, tenera, commossa, attenta a non varcare la soglia che porta alla tentazione di dire di più: ecco, una maniera di lasciare al lettore spazio per l’immaginazione e auto-riflessione del sentimento. A tal proposito, vorrei citare Quadro, composta di tre quartine giocate fra ottonari e novenari, ma con efficaci sdruccioli senari di forte impatto musicale: in questa breve lirica, l’antico borgo – che appare come un magico fiore d’autunno –, si eleva a evocazione, poiché i «sogni… dall’anima/ trasudano memorie», e tu allora trovi quella sfumatura accennata, non detta per intero, che dà un’atmosfera impalpabile, come è impalpabile ogni nostro sentire. Infatti, la poesia – quando è tale – non deve definire, se non in misura sufficiente a dare un orientamento gnomico, tonale: poi deve trasportare nell’intimo, a segnacolo, la sensazione che l’autrice carpisce per trasferirla al lettore; in tale sistemazione, io trovo indicativa la breve lirica Piccolo fiore, ove due stanze tetrastiche (la prima e l’ultima) sono interrotte musicalmente da una terzina in cui la sincopazione ritmica è spezzata ad arte da due versi sdruccioli (noto la sapienza da parte di Rita Gatta di introdurre lo sdrucciolo a tempo e luogo: d’altronde, la lingua francese è tronca, la spagnola piana e la nostra è in bilico fra il piano e lo sdrucciolo).
Comunque, in questo pentagramma trasparente, anche i brani epigrammatici hanno il loro motivo di essere (si legga Possono le parole), ove la sentenza non appesantisce il discorso, grazie anche a una dosata triplice anafora, che si scioglie nella chiusa sospesa dai puntini, i quali – si sa – lasciano sempre al lettore il rimando di una conclusione
Aldo Onorati

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