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Il Duomo di Monte Compatri

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Titolo:      Il Duomo di Monte Compatri
Autori:      Pietro Mazzarini
ISBN-10(13):      978-88-95736-35-8
Editore:      Edizioni Controluce
Data pubblicazione:      Luglio 2015
Edizione:      I edizione
Numero di pagine:      192
Formato:      170 x 240
Collana:      Saggistica

 

Descrizione

 

Prefazione

Per due ragioni fondamentali non mi sono potuto sottrarre all’invito rivoltomi dall’amico e concittadino arch. Pietro Mazzarini a stendere una breve prefazione a questa sua lunga e faticosa ricerca sul Duomo di Monte Compatri.
Anzitutto per l’amicizia e la stima che ho per lui: abbiamo percorso insieme – quando era ragazzo – un tratto di strada, breve ma significativo; ho seguito poi con interesse e simpatia il suo percorso professionale e l’ho visto affermarsi nella matura età, con successo. La ragione determinante però è costituita dall’argomento del suo lavoro che attiene al nostro Duomo, e particolarmente ai lavori di ampliamento eseguiti per l’intero 1800, che si rendevano necessari per l’aumento notevole degli abitanti (arrivati a circa 4.000) della nostra cittadina, e che hanno inglobato pure interventi di restauro e di riparazione, viste le condizioni precarie nelle quali allora si trovava, dovute a vari fattori, soprattutto climatici e di fatiscenza.
Sono personalmente assai legato – come molti di noi che sono ormai incamminati sul “viale del tramonto” – alla nostra chiesa parrocchiale; è tra le più ampie e prestigiose della Diocesi. Fino agli anni immediatamente seguenti all’ultimo dopoguerra, si può ben dire che non era soltanto il cuore della vita religiosa, ma anche, nei locali adiacenti, centro di aggregazione sociale, di molteplici attività ricreative, sportive e culturali. Questo è stato, in passato, per molti la parrocchia; ma soprattutto per me. Vi ho infatti ricevuto i sacramenti della iniziazione cristiana (battesimo, cresima ed eucaristia); ho fatto per tanti anni il chierichetto; vi ho vissuto momenti indimenticabili ed esperienze di amicizia, di condivisione, di tempo libero, di formazione e di crescita umana, sociale ed ecclesiale; vi ho maturata, finalmente, la mia vocazione sacerdotale, accompagnato da straordinarie figure di padri rosminiani. L’ho considerata la mia seconda casa! Per questo tutto ciò che riguarda la sua storia continua ad interessarmi.
Ho letto perciò con piacere e non poca curiosità il presente lavoro. Mi ha dato occasione, attraverso i tanti documenti pubblicati e la corrispondenza intercorsa tra i promotori dell’ardua impresa di quel tempo e i referenti chiamati in causa, di conoscere persone ed avvenimenti sconosciuti, ma anche di rivedere volti noti e meno noti e fare memoria di vicende raccontatemi dai nonni. È stato per certi aspetti come sfogliare un album o un diario di famiglia.
Certamente il lavoro ha una sua originalità, che consente di misurarne non solo il “taglio”, con i suoi limiti, ma soprattutto apprezzarne i pregi e il valore. Non si tratta di una vera e propria storia, seppure ristretta all’arco di tempo preso in esame. Lo precisa del resto lo steso sottotitolo che recita: “documenti per una storia”. Considerata in questo orizzonte, si presenta come un interessante contributo storico destinato ad integrare le pubblicazioni già esistenti relative alla storia della nostra cittadina e del complesso parrocchiale in particolare.
I “documenti” di cui si parla sono di natura diversa, numerosi e di notevole portata.
La maggior parte è costituita da corrispondenza inedita, giacente in archivi locali civili ed ecclesiastici, intercorsa tra i promotori dell’ampliamento della chiesa parrocchiale (resosi necessario, come già accennato, per la notevole crescita della popolazione di Monte Compatri) e le autorità, soprattutto ecclesiastiche, che avevano competenza e quindi finanziavano i lavori, naturalmente piuttosto costosi. A questi non potevano certo provvedere né gli amministratori locali, in forza del “diritto di patronato” che il Comune aveva allora sulla struttura, né tanto meno la cittadinanza. Le condizioni economiche generali erano piuttosto precarie, anche se la generosità non mancava…
Spettava ai Cardinali titolari, essendo la nostra una delle diocesi “suburbicarie”, l’onere di dover provvedere. Si dovette persino ricorrere al Papa Leone XIII per ultimare i lavori, come risulta da una lettera-esposto riportata a pag. 115.
Interessanti le argomentazioni e talvolta anche il tono di tutta questa corrispondenza, dalla quale traspare la passione e l’attaccamento dei promotori del lavoro, come pure della popolazione, trattandosi di un “luogo” riconosciuto determinante per la vita della comunità.
Oltre questa corrispondenza abbiamo nel volume altro materiale prezioso di documentazione. Si tratta di tavole planimetriche catastali, di resoconti amministrativi, di verbali e persino di atti di citazione in giudizio; come pure di fotografie di personaggi e siti, relativi soprattutto al momento storico di cui si occupa la ricerca. Il testo si chiude con una interessante rassegna fotografica di scorci architettonici del Duomo com’è oggi.
* * *
Letto con attenzione il testo, mi nascono spontanee due considerazioni strettamente connesse tra loro. Possono risultare ovvie, e che spesso si danno troppo facilmente per scontate. Evidenziarle tuttavia è opportuno, anche perché stimolanti per quanti si lasciano “provocare” da studi come questo. Forse sono pochi…
La prima attiene al “coraggio” di chi ha osato e osa avventurarsi in ricerche storiografiche così particolari e assai ardue. A molti potrebbe sembrare tempo perso e fatica sprecata. Sappiamo che non è così. Scavare nella memoria del passato, rinverdire e rinvigorire le proprie radici consente di riscoprire impegni e audacia dei nostri antenati che si sono prodigati per dare alla comunità migliori condizioni di vita, con iniziative atte a favorire l’incontro e l’esperienza comunitaria. È fondamentale anche per quanti oggi sono chiamati a vario titolo al servizio della città. Senza memoria non c’è identità sociale e quindi un futuro solidale. L’abitare in una cittadina o in borgo non è considerarsi e vivere come una “somma di solitudini”.
Questo – ed è la seconda considerazione – vale particolarmente per la chiesa parrocchiale di una comunità umana, soprattutto se si riconosce credente. Indubbiamente oggi la situazione, in ordine alla fede e alla pratica religiosa, è radicalmente cambiata rispetto a due secoli or sono. Le trasformazioni socio-culturali connesse con il pervasivo fenomeno della secolarizzazione recente hanno avuto ripercussioni negative notevoli soprattutto sul piano della esperienza religiosa, specialmente comunitaria.
Il volto delle persone che compongono il tessuto sociale, con il fenomeno migratorio, è profondamente mutato nella nostra cittadina. Viviamo, anche a Monte Compatri, in un clima multiculturale e multietnico che ha non poche ricadute sotto l’aspetto religioso. La chiesa parrocchiale non può restare un semplice “monumento” del passato, oltretutto di non agevole accesso, collocato con visibile maestà sulla cima del colle. Un po’ come il tempio di Gerusalemme sul monte Sion, di cui parlano le Scritture.
Essa non è solo “la casa di Dio” tra le case degli uomini, “simbolo” vivente di un Dio che è venuto a condividere, nel Figlio fatto uomo Gesù, la condizione umana, in tutto eccetto il peccato. Si chiama “duomo” perché – come si evince dall’etimologia latina del termine – è la “domus”, cioè anche la casa della comunità. Certamente di coloro che si professano o vogliono diventare credenti, ma aperta a tutti gli uomini di buona volontà e ai cercatori di Dio. In essa si celebrano gli avvenimenti personali e comunitari più significativi della grande maggioranza, sia quelli belli e festosi, sia quelli del dolore e della speranza. Perciò deve essere bella, accogliente, funzionale; ma anche artisticamente pregevole, ma soprattutto “abitata”. Questo va detto pure del nostro Duomo.
In passato, ma anche in tempi più recenti, molti hanno lavorato, fatto sacrifici, affrontato difficoltà, forse anche incontrato incomprensioni, subìto critiche e avuto resistenze per renderlo tale. Tra costoro vanno annoverati coloro che con varie responsabilità, in diverse forme, con mezzi finanziari (anche modesti) sono vissuti e vi hanno contribuito nel periodo in cui si è realizzato l’ampliamento del Duomo, che si può ammirare tuttora.
Dobbiamo essere riconoscenti all’arch. Mazzarini di averci svelato tanti particolari interessanti di questa che fu certamente un’impresa difficile e costosa. Lo ha fatto con uno stile particolare: a modo di “rassegna” di avvenimenti e persone che vi hanno concorso. Nella lettura occorre muoversi con perizia e pazienza dentro questo contesto; non è sempre facile, perché talora le indicazioni fornite non sono immediatamente chiare, ad esempio nelle date, e nei destinatari a cui la corrispondenza è rivolta. Sarebbe opportuno tenerlo presente in una successiva ristampa.
Comunque per la fatica compiuta e per i risultati conseguiti all’Autore va detto un “grazie” sincero e cordiale.

+ Luca Brandolini
Vescovo emerito di Sora-Aquino-Pontecorvo
Basilica Papale di S. Giovanni in Laterano

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