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Juvenilia

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Titolo:      Juvenilia
Autori:      Alessandro Schirò
ISBN-10(13):      978-88-95736-33-4
Editore:      Edizioni Controluce
Data pubblicazione:      Maggio 2015
Edizione:      I edizione
Numero di pagine:      112
Formato:      150 x 210
Collana:      Poesia

 

Descrizione

 

Introduzione
Alessandro Schirò nacque il 15 gennaio 1931 a Lavello nella parte a nord della provincia di Potenza, in Basilicata.
I luoghi delle sue radici hanno determinato il carattere di Alessandro.
Il paese natìo, Lavello, esprime nel nome (pietra che rotola) la aspra caratteristica di una meravigliosa natura ricolmata di cultura dalla presenza dell’uomo fin dall’età del ferro. Questa cittadina della Basilicata, situata nella valle del fiume Ofanto, a metà tra i piani pugliesi e i verdi pascoli del Vulture, è arrampicata su un dosso dalle pareti ripide in un territorio dove gli inverni sono freddi e le estati calde ed afose.
Persona schiva e rispettosa, seppur critica, dell’umanità che lo circondava, si è sempre interrogato sul senso della vita e della morte e del rapporto forte dell’uomo con la natura, come ha peraltro stigmatizzato nella seguente riflessione fatta nel corso di una sua vecchia esperienza.
Armando Guidoni


Monticchio, circolare, profondo, cinto d’annosi alberi e di selvagge rocce. Silenzio! Sembra un’enorme pupilla azzurre che mette malinconia. È mezzogiorno e pare vespero!… Belli i riflessi del sole sulle sue acque appena crespate dal vento. Quanta malinconia mette nel cuore.

Perché la gente fa gite per vedere questi laghi? Perché nessuno mi ha detto di questa tristezza? Una barca scivola leggera sulle acque cupe. Se fosse la barca della morte non mi meraviglierei!
Intorno altri colli… Le nubi. Lassù in cima, la Croce del Vulture. Salgo. Non v’è ombra d’umano. Orridi dirupi selvosi, macigni come lapidi e tombe. San Michele. Vegetazione diversa e strana. Ecco l’umile erba e l’alta felce frusciante; il biancospino e gli alti castagni, e abeti e larici; i pioppi e l’olmo e il frassino e la quercia e il pino.
Un non so che di pauroso. Luoghi inabitati, deserti. Le nubi, bianchi cirri cavalcanti, corrono basse. Mi fermo. Le vedo venire dal profondo caldo seno della terra. Ecco s’avvicinano, mi sfiorano, mi investono.
Intorno è tenebra. Dov’è il sole? È settembre? Le bianche nubi mi danno il senso dell’eterna notte. Nulla infatti io vedo. Si cammina a fatica. Per dove? L’occhio non giunge che a pochi passi. Ma ecco il vento! Ecco vertici verdi con bagliori sinistri di sole, dolci colli, abissi e terra che strapiomba. La terra precipita?
Che aspetto ostile ha la terra dove manca l’uomo!… Ecco la cima. Finalmente!… Il Vulture. La gran croce di ferro risuona sotto i colpi violenti del vento che sferza il viso, lassù, e purifica l’anima. Pure quanta quiete da quella altezza! Quante valli d’intorno, cupe, solitarie. Quante cime abbagliate di sole, quali mormorii di fronde… e laggiù le due immani pupille d’azzurro.
Pure… dentro il cuore qualcosa manca. Non so. Ora dovrò discendere. Scendere da quell’altezza dove si è più vicini a Dio. Come un invito al suicidio! Ecco già mi rotolo giù per quei macigni. La strada è diversa. Sono le due e mezza. Mezz’ora fa ero lassù! Una capanna di carbonai fatti di rami e sterpi. Finalmente l’uomo. No, la capanna è deserta. Dove sei uomo? Ancora giù!
Finalmente non più quegli orribili macigni. Ecco segni di vegetazione, un piccolo orto, granturco… l’uomo.
Il vuoto dentro si colma. Ero fuggito dagli uomini per vivere in questa solitudine, ma non si può.
Bisogna per forza vivere con essi. Poi ancora l’immane pupilla azzurra che invita alla malinconia e lassù, su di essa tra le rocce la bianca badia dalla cui campana lenti i rintocchi suonano Vespro.
Settembre 1953

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