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“Arizona” di Juan Carlos Rubio

“Arizona” di Juan Carlos Rubio
Febbraio 13
19:13 2026

“Arizona” è uno specchio crudele: riflette la nostra incapacità di compassione, l’assurdità delle leggi che decidono chi è dentro e chi è fuori, la facilità con cui ci lasciamo addomesticare dal potere.In scena al Teatro di Documenti dal 20 al 22 febbraio “Arizona” di Juan Carlos Rubio, regia di Fabiana Pagani.

Juan Carlos Rubio, autore internazionale le cui opere sono rappresentate e tradotte in oltre 20 Paesi, scrive questa commedia nel 2005 ispirato da una notizia di cronaca: cittadini statunitensi armati, riuniti sotto il nome di “Minutemen”, pattugliavano il confine con il Messico. Ufficialmente per “vigilare”, in realtà per alzare un muro umano contro i vicini del Sud e fermare con la forza l’ingresso dei clandestini.

Non erano soldati, non rispondevano al governo: erano “persone della porta accanto”, convinti di difendere la patria, la sicurezza, l’ordine. Una frontiera di sabbia e convinzioni, dove la paura si traveste da dovere morale.

Da questi fatti reali nasce “Arizona”, un grido di spaventosa attualità. Pochi anni dopo, infatti, la realtà supera la finzione: il presidente Donald Trump annuncia la costruzione di un muro per separare gli Stati Uniti dai loro vicini del sud.

Il muro diventa simbolo, ferita, metafora. Ma quel muro non divide solo i Paesi: divide le coscienze.

Lo spettacolo, patrocinato dall’ufficio Culturale della Ambasciata di Spagna, vede in scena Rocco Marazzita e Eleonora Cerroni e la partecipazione di Wen Liccardi.

Protagonisti della pièce George e Margaret che, come in una luna di miele, arrivano ad Arizona per difendere le frontiere tra Messico e USA. I vicini sono lì, in attesa di attraversarla alla prima distrazione: la coppia non può permettersi di abbassare la guardia. Ma quando Margaret comincia a fare troppe domande, la commedia musicale che è la loro vita si incrina e si trasforma in una tragedia selvaggia.

“Arizona” parla di due persone, George e Margaret, ma racconta di tutti noi. Racconta di come il capitalismo, spinto fino all’estremo, può condurre — quasi senza che ce ne accorgiamo — a una progressiva disumanizzazione.

Perché i rifugiati ci fanno così paura? Perché abbiamo bisogno di confini? Perché abbiamo tanta paura dei poveri? Come si può alzare una mano per pregare e l’altra per respingere?

“Nella mia interpretazione del meraviglioso testo di Juan Carlos Rubio, ho immaginato i personaggi più giovani rispetto all’età suggerita dall’autore. Vedere un giovane che spara e odia uno sconosciuto è, infatti, un gesto ancora più potente e anacronistico: la giovinezza non è ancora così segnata dal passato, ma al tempo stesso è più vulnerabile e facilmente manipolabile dai mezzi tecnologici contemporanei. Questa scelta intende riflettere l’ondata di giovani che, oggi, si avvicinano ai movimenti di estrema destra senza comprenderne davvero le radici o le implicazioni. Non hanno coscienza del passato né delle conseguenze delle proprie azioni, eppure le loro scelte finiscono per cambiare la vita di molte persone” conclude la regista Fabiana Pagani.

Venerdì 20 e sabato 21 febbraio ore 20:45

domenica 22 febbraio ore 18

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