Dagli animali colpevoli secondo Mao Tze-Tung all’account “mao zedong”
Sottotitolo
Aspetti della tradizione culturale e della storia della Cina
In Cina, l’ormai nota rete criminale organizzata, chiamata Global Cat Torture Rings, continua a condividere online video di torture e uccisioni di gatti e gattini, con lo scopo di scatenare l’imitazione da parte di adolescenti e giovani adulti in tutto il mondo, coinvolgendoli attraverso gruppi pubblici e privati di piattaforme dei social media come Telegram, X e YouTube. Gli attivisti di Feline Guardians Without Borders (FG), una comunità globale che combatte ogni giorno la sofferenza inflitta agli animali in Cina, sono in stretto contatto con i volontari cinesi, i quali intervengono denunciando i maltrattamenti visti nei video, anche recandosi sotto casa dei colpevoli. Questi ultimi, tuttavia, possono essere puniti solo per disturbo della quiete pubblica e non per maltrattamento, non essendo quest’ultimo considerato un reato.
Le motivazioni di simili comportamenti nei confronti dei gatti possono essere diverse. In un precedente articolo (si veda il secondo link qui sotto) è stato messo in luce un contesto socio-politico cinese caratterizzato prima dalla politica del figlio unico negli anni ’70, poi dalla politica pronatalista per i matrimoni in calo ed il rischio di una crisi demografica, oltre che da un sistema sempre più misogino e repressivo in cui il governo cerca di indirizzare le donne verso ruoli familiari e tradizionali, oltre a porre loro una serie di ostacoli alla propria autorealizzazione, conformando le disposizioni mentali dei giovani al maschilismo ed alla misoginia. In un articolo ancora precedente (si veda il primo link qui sotto) si evidenziavano sia una relazione tra i video di torture dei gatti e le delusioni sentimentali o l’emarginazione sociale di giovani che desiderano laurearsi per espatriare da un Paese dove l’alto tasso di disoccupazione costituisce un allarme ed un fattore di rischio per la loro salute mentale, sia i rigidi controlli su internet, imposti dal governo ai nativi digitali, che alimentano il bisogno di trasgredire attraverso escamotages che permettono loro di aggirare i firewall (sistemi di sicurezza che bloccano gli accessi non autorizzati) e condividere sul web contenuti che sono chiaro segno di rabbia e devianza.
La domanda alla quale si cerca di rispondere in questo articolo è quale sia, in generale, il rapporto tra la cultura cinese e gli animali, sulla base della considerazione di alcuni aspetti della tradizione culturale e della storia della Cina, e cosa ha portato ai macelli, ai mercati della Cina ed alle torture di animali come quelle dei gatti, riprese in video, poi diffusi in tutto il mondo.
Gli animali nella tradizione culturale cinese
Nella tradizione cinese alcuni animali come i serpenti sono simboli negativi in quanto possono rappresentare malizia e poteri soprannaturali, mentre altri come cervi, gru, cicale e colombe sono associati alla longevità; anche al gatto è riconosciuto un significato positivo, quello del difensore dei manoscritti contro i roditori. Focus-online documenta in un articolo che i primi gatti domestici arrivarono proprio in Cina tra il 600 e il 900 d.C. attraverso la Via della Seta, la rete di percorsi terrestri e marittimi che collegavano l’Asia con il Medio Oriente e l’Europa, lungo i quali venivano scambiati beni e culture. Inoltre, a giudicare dalle piccole statue di gatti (i Maneki Neko) che si trovano all’ingresso dei ristoranti e nei mercatini cinesi, la relazione tra la tradizione culturale cinese ed i gatti sembrerebbe essere positiva. Il Maneki Neko o Maneki Cat, conosciuto come il gatto portafortuna, deriva da alcune leggende giapponesi che portarono a considerare i gatti come spiriti saggi, portatori di successo e buona sorte. Letteralmente, Maneki Neko significa “gatto che invita”: il fatto che abbia la zampa alzata, infatti, non vuole indicare che stia salutando, in quanto richiama a sé coloro che lo guardano. Nel corso del tempo, il Maneki Cat, dunque originario del Giappone, è diventato un simbolo della cultura e tradizione cinesi, più precisamente di prosperità e benessere economico.
Se per tradizione, dunque, il gatto costituisce un simbolo positivo, per il commercio, a partire dal 2009, esso costituisce oggetto di una tortura che precede la macellazione, in occasione del Festival di Yulin, che vede come vittime diecimila animali tra cani e gatti, anche domestici, tenuti in condizioni igienico-sanitarie non adeguate. I video cinesi di tortura di gatti, fino a pochi anni fa dominio esclusivo del dark web, ed il suddetto Festival sono la dimostrazione di un rapporto contradditorio della Cina con gli animali.
La storia della Cina e gli animali colpevoli secondo Mao Tze-Tung
Per quanto riguarda invece un aspetto propriamente storico della Cina, è possibile prendere ad esempio la campagna lanciata nel 1958 da Mao Tze-Tung, che pose alcuni animali in particolare in una luce negativa, ritenendoli addirittura colpevoli di minacciare l’igiene e la salute umana o di ridurre la produzione agricola: eliminarli avrebbe aiutato a fornire il cibo necessario agli operai delle industrie in costruzione. La rivista Geopop racconta in un articolo che, al fine di superare il difficile momento economico della Cina, nel 1958 Mao Tse Tung adottò diverse misure, tra le quali spiccò la “Campagna per l’eliminazione dei Quattro Flagelli“. Mao Tse Tung dichiarò guerra a quattro animali ovvero ratti, mosche, zanzare e passeri, contro i quali combatterono milioni di contadini “chiamati alle armi”. Tale campagna si pose all’interno del “Grande balzo in avanti“, un piano economico e sociale, messo in atto dal 1958 al 1961 dal Partito Comunista Cinese, volto a modernizzare e industrializzare il Paese socialista, il cui potere era di fatto concentrato nelle mani del Partito comunista e dello stesso Mao, leader del Partito dal 1945 al 1976 e primo Presidente della Repubblica Popolare Cinese dal 1949 al 1959. Tale piano era dunque finalizzato a trasformare rapidamente l’economia dall’agricoltura all’industrializzazione, collettivizzando l’agricoltura ovvero trasformando proprietà private e attività agricole in beni comuni, con l’obiettivo di controllare per garantire la produzione e l’autosufficienza alimentare. Spesso imposta con violenza, la collettivizzazione causò la resistenza dei contadini, la distruzione del bestiame e delle scorte alimentari. Geopop riferisce di un pesantissimo squilibrio ecologico che, unito all’esodo della popolazione contadina nelle città industriali, portò ad una gravissima carestia che durò circa 3 anni (1959-1961) e causò la morte di un numero imprecisato di cittadini, tra i 16 e i 30 milioni. Tale periodo fu inizialmente conosciuto come “I tre anni difficili” o “I tre anni di disastri naturali”, nome attribuito dal Partito per sottolineare l’attribuzione di responsabilità a condizioni climatiche, come a siccità prolungate e inondazioni che devastarono le campagne, assolvendo il Partito stesso. Il piano economico e sociale si rivelò infatti un “Grande Salto Indietro”, causato da politiche fallimentari e da disastri naturali che aggravarono la situazione, portando ad una devastante carestia che provocò milioni di morti e rendendo tale periodo anche noto come “I tre anni di carestia”.
Dall’inno a Mao Tze-Tung al sadismo e al cannibalismo
Dal 1962 Mao, pur conservando i suoi incarichi, perse prestigio e gran parte del potere effettivo. Nel tentativo di riprenderlo, nel 1966 Mao Tse-tung lanciò la “Grande rivoluzione culturale”. In un articolo su quest’ultima, Geopop racconta che nel corso di una seduta del comitato centrale del Partito comunista, in agosto, Mao “lanciò un appello ai giovani perché si ribellassero contro i “quattro vecchi”: vecchie correnti di pensiero, vecchie culture, vecchie abitudini e vecchie tradizioni”. Egli si assicurò il sostegno dell’Esercito popolare di liberazione, la forza armata della Cina, e il supporto di gran parte degli studenti delle università e delle scuole superiori. Organizzati nei gruppi delle Guardie Rosse, i giovani inneggiavano a Mao Zedong, impugnando il Libretto Rosso (meglio noto come “Il libro delle Guardie rosse”, un’antologia di citazioni tratte dagli scritti e dai discorsi di Mao Zedong), uno degli strumenti di propaganda politica che avrebbe condotto alla creazione del culto della personalità di Mao che dominò tra gli anni ‘60 e ‘70. Esse diventarono l’icona ovvero l’immagine sacra della Rivoluzione culturale e della Cina maoista. Le Guardie rosse commisero massacri e violenze estreme a Pechino e altre città, note nell’Agosto Rosso del 1966, ai danni di esponenti politici non allineati all’ortodossia maoista, sul quale era basato il nuovo sistema politico ed economico, di “intellettuali e professori, accusati di rallentare il processo rivoluzionario”. Nel Guanxi, una provincia della Cina meridionale, avvenne una delle stragi più note, nella quale furono uccise tra 100.000 e 150.000 persone: una vasta serie di episodi di linciaggio (esecuzione sommaria di individui ritenuti colpevoli dall’opinione comune o di vittime abbandonate al furore della folla) e torture operate nella regione meridionale della Cina. “Decapitazione, pestaggio, sepoltura da vivi, lapidazione, annegamento e sventramento caratterizzarono l’esecuzione delle stragi. In alcune aree, tra cui la contea di Wuxuan e il distretto di Wuming, si verificarono episodi di cannibalismo umano su larga scala, anche in assenza di carestia, dunque dovuti non alla mancanza di cibo, ma a puro sadismo”, il crudele e perverso compiacimento nel tormentare gli altri.
Le Guardie rosse furono i protagonisti del primo periodo (1966-1968) della Rivoluzione culturale nella Repubblica Popolare Cinese, seguito da un periodo di caos e intervento militare (fine anni ’60/inizio anni ’70), fino alla morte di Mao nel settembre 1976, all’arresto della Banda dei Quattro (un gruppo di potenti leader politici cinesi, guidati da Jiang Qing, moglie di Mao Zedong), e alla fine del movimento nel 1976, con il ripristino dell’ordine sotto Deng Xiaoping, che pose fine alla Rivoluzione Culturale, con un numero stimato di morti che varia da centinaia di migliaia a 20 milioni.
Dalla fine del potere di Mao ad oggi
Deng Xiaoping inaugurò le riforme di apertura dell’economia verso il mondo esterno con il pacchetto delle “quattro modernizzazioni” (agricoltura, scienza e tecnologia, industria, difesa nazionale) approvato fra il 1978 e il 1979, mantenendo comunque il controllo politico del Partito Comunista Cinese e correggendo gli errori della Rivoluzione Culturale. Da allora, la Cina ha visto una forte crescita economica, diventando una potenza globale, ma specialmente sotto Xi Jinping (dal 2012) ha continuato a consolidare il sistema di “partito-stato”: il potere della Rpc è esercitato dal Partito Comunista, un unico soggetto politico è alla guida del Paese, l’esito delle votazioni è già noto in anticipo e l’approvazione delle leggi è quasi sempre scontata. Xi Jinping ha rafforzato il PCC, eliminato limiti di mandato e promosso il “Sogno Cinese” di raggiungere prosperità generale entro il 2049.
In un articolo di Pandora Rivista del 2022, Guido Samarani, uno dei maggiori esperti italiani di Cina, ripercorre alcune tappe della storia cinese degli ultimi decenni, dalla morte di Mao Zedong all’ascesa di Xi Jinping, passando per le riforme di Deng Xiaoping, per ricostruire il percorso che ha condotto alla Cina attuale. Egli riferisce della recente pubblicazione della terza “risoluzione sulla storia” del Partito Comunista Cinese (PCC), approvata dal comitato centrale: un documento sia storico sia politico-ideologico che solleva, tra i temi principali, la percezione di aver prodotto grandi cambiamenti e grandi progressi, ma che mette anche in luce le nuove contraddizioni da affrontare aperte negli ultimi anni ed un tema centrale come quello della corruzione. Samarami mette in rilievo un certo irrigidimento del sistema politico-ideologico cinese che ha impedito una trasformazione profonda del sistema politico, nonostante la liberalizzazione dell’economia e l’estensione del principio di mercato, anche a livello internazionale.
In tali radici e in tale contesto si colloca un sistema malato contro il quale anche l’Associazione Apa (Action Project Animal) lotta ogni giorno, definendo l’incubo dello zoosadismo in Cina una “rete mondiale di orrore”, nata in un paese dove ancora non esistono leggi contro la crudeltà sugli animali, mentre la rete è ormai internazionale e coinvolge Europa, Turchia, USA, Giappone. Morte e sevizie su commissione, dunque trattamenti crudeli ed efferati, fisici o psicologici che vedono migliaia di gatti come vittime e un numero di spettatori maggiore, sono all’ordine del giorno. Action Project Animal ha conosciuto questo orrore nei macelli e nei mercati della Cina, vedendo cani e gatti ridotti in condizioni indicibili e sottolinea che la logica usata dai torturatori di gatti è sempre la negazione totale della dignità animale.
Agosto 2025: la notizia dell’account “mao zedong” relativa ai video cinesi sui gatti
Gli attivisti di Feline Guardians Without Borders (FG) riferiscono la notizia, giunta da volontari cinesi, di Jiang Xu, un assassino smascherato, noto nei gruppi violenti anti-Cina. Il suo nascondersi dietro all’account “mao zedong” sembrerebbe il chiaro segno di un insulto al vecchio leader nazionale Mao Zedong, ma anche all’attuale Xi Jinping, nei confronti dei quali i torturatori sembrerebbero palesare disprezzo, utilizzando l’indifferenza degli stessi governatori verso i poveri animali per minare la reputazione del governo cinese. Responsabile di truffe, maltrattamenti e uccisioni di gatti innocenti, il 26 agosto 2025 Jiang Xu di Maoming (Guangdong – Cina) avrebbe usato la scusa dell’adozione per truffare un cittadino attraverso due piattaforme di comunicazione: WeChat (una super-app utilizzata sia per comunicare attraverso servizi di messaggistica sia per fare acquisti online) e Xiaohongshu (usata per la condivisione di esperienze dove le persone trovano ispirazione e raccomandazioni di prodotti da altri utenti). Il boia avrebbe così portato via il suo gatto per poi torturarlo girando un video sanguinario e omicida ed avrebbe bypassato ovvero aggirato il firewall (il sistema di sicurezza che monitora il traffico di rete, ispeziona e filtra i dati, decidendo se lasciarli passare o bloccarli) usando l’account “mao zedong” tramite una connessione VPN (Virtual Private Network).
Nello specifico, la connessione VPN è una rete privata virtuale che si interpone tra il proprio pc e la propria piattaforma digitale come Telegram o un sito Internet e fa sì che la comunicazione resti anonima: incapsula i dati in un “tunnel” privato e li codifica ovvero li crittografa in modo che nessuno possa leggerli, mentre camuffa il proprio indirizzo IP (un numero, assimilabile ad un indirizzo postale, che identifica la propria rete di computer), che viene nascosto e sostituito con quello del server VPN, permettendo di cambiare posizione geografica. Essa è dunque uno strumento che permette di nascondere la propria attività online, impedendo di essere tracciati da terzi, dunque superando censure e blocchi geografici ovvero il muro virtuale posto in questo caso dal governo cinese, accedendo a siti o servizi non disponibili nella propria area. Attraverso la VPN i torturatori si rendono invisibili e scaricano app di messaggistica istantanea vietate in Cina come Telegram.
Gli attivisti di FG Italia riferiscono infatti che i torturatori cinesi acquistano online e illegalmente connessioni VPN, le quali forniscono account (ovvero profili digitali) stranieri. Come all’interno di ogni account, costituito da Nome Utente (Username) e Password (parola chiave), essi possono inserire uno o più numeri di telefono. Si tratta di account che solitamente solo diplomatici, ambasciatori stranieri e turisti possono utilizzare per leggere notizie del paese di provenienza, ma che gli stessi attivisti cinesi come quelli di FG utilizzano per entrare negli account e nelle chat dei torturatori, attraverso parole chiave fornite dagli attivisti cinesi. L’obiettivo degli attivisti è sia quello di individuare, geolocalizzare e segnalare i torturatori, che agiscono all’interno di gruppi chiusi, sia quello di intercettare bloccando i gruppi aperti di coloro che sono solo spettatori o che diffondono i video. In alternativa all’abbonamento VPN, attraverso la cui connessione è possibile utilizzare i propri numeri di telefono su account stranieri, dalle chat individuate risulta che essi acquistino SIM card virtuali su Amazon o altri e-shop con prefisso di Singapore, Taiwan o addirittura statunitensi.
Jiang Xu avrebbe così diffuso in poco tempo il video sulle reti globali ed minacciato il proprietario del gatto intimandolo di cancellare il post di aiuto pubblicato in rete. Tuttavia, nell’arco di poco tempo qualcuno avrebbe riconosciuto il gatto nel video ed alcuni netizens (cittadini attivi della rete) sarebbero poi risaliti ad altri video sanguinosi girati da Jiang Xu per un lungo periodo di tempo. Dopo l’ennesima denuncia dei volontari e cittadini, la sua identità è stata resa pubblica.
I volontari hanno chiesto alle autorità di perseguire Jiang Xu, facendo leva sul fatto che ha commesso un reato avendo messo in pericolo la quiete pubblica e l’ordine nazionale, sia truffando diversi cittadini sia offendendo la reputazione dei leader nazionali, ma i suoi genitori, forse grazie alla loro posizione lavorativa in banca, sono riusciti a corrompere le autorità, che lo hanno liberato, sulla base della loro promessa di far curare il figlio per via della sua malattia mentale.
Per gli articoli precedenti si veda:
https://www.controluce.it/dalla-cina-una-rete-globale-di-video-di-torture-di-gatti/
https://www.controluce.it/i-rischi-del-web-lo-zoosadismo-e-le-donne-in-cina/







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