Cisgiordania: Save the Children, 12mila minori sono stati costretti dalle forze israeliane a lasciare i campi profughi un anno fa e molti di loro oggi mostrano segni di trauma
L’Organizzazione, che sta fornendo alle famiglie sfollate beni di prima necessità, come cibo e vestiti, oltre a supporto psicosociale, continua a chiedere il riconoscimento della responsabilità per le violazioni del diritto internazionale.
I minori costretti dalle forze israeliane a lasciare le loro case in tre campi profughi nel Nord della Cisgiordania un anno fa stanno mostrando segnali di compromissione della salute mentale, tra cui enuresi notturna, rifiuto del cibo e calo del rendimento scolastico. Lo dichiara Save the Children, l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro.
Lo staff di Save the Children ha affermato che molte famiglie hanno perso la loro unica fonte di reddito quando sono state costrette a fuggire dai campi profughi di Jenin, Tulkarm e Nur Shams[1] durante le incursioni militari israeliane e ora vivono da parenti in appartamenti sovraffollati o in alloggi temporanei, come dormitori universitari vuoti, e dipendono da sostegni economici[2].
I bambini che vivono nell’incertezza su quando potranno tornare a casa manifestano segnali di malessere: alcuni rifiutano di mangiare, di andare a scuola, e sono aumentati i casi di enuresi, un segnale comune di stress nei più piccoli, secondo quanto riportato dal personale di Save the Children che lavora con alcune delle famiglie sfollate a Nablus.
Fino a 32.000 persone, tra cui 12.000 minori, hanno abbandonato le loro case esattamente un anno fa, quando le forze israeliane hanno dichiarato di aver lanciato una grande operazione militare nei tre campi per colpire gruppi militanti. Secondo l’ONU l’operazione, chiamata Iron Wall, ha causato 64 morti, tra cui 11 bambini, e ha provocato la più grande ondata di sfollamento in Cisgiordania dal 1976[3].
Un anno dopo, tuttavia, tornare a casa non è un’opzione, poiché gran parte dei campi è stata distrutta negli attacchi: abitazioni e altri edifici sono stati rasi al suolo con le ruspe e gran parte delle infrastrutture stradali, idriche ed elettriche è stata gravemente danneggiata.
Save the Children sta fornendo alle famiglie sfollate beni di prima necessità, come cibo e vestiti, oltre a supporto psicosociale, e continua a chiedere il riconoscimento delle responsabilità per le violazioni del diritto internazionale.
Hala*, 15 anni, e i suoi cinque fratelli e sorelle sono stati sfollati insieme ai genitori lo scorso anno. Come molti minori colpiti dai raid, ha dovuto trasferirsi in una nuova città e iniziare una nuova scuola, spostandosi più volte e interrompendo così il suo percorso di apprendimento.
“Siamo stati spostati da un ambiente all’altro, da una vita all’altra, da una casa all’altra e da una scuola all’altra. È stato davvero difficile per noi. Sentivamo che la nostra vecchia vita non sarebbe più tornata, che la vita qui non sarebbe stata come la vita di prima… Ha influito sul nostro benessere mentale. Siamo cambiati molto. Nel modo in cui mangiamo, nel nostro stato emotivo, in tutto” ha detto.
Il fratello di Hala, Salah*, 16 anni, è stato particolarmente colpito. La loro madre Ikram*, 36 anni, ha raccontato: «Mio figlio è diventato così chiuso in sé stesso che non riesco nemmeno a descriverlo… Non lo vediamo mai. Rimane solo a dormire. Dorme tutto il tempo. Qui si è fatto degli amici, ragazzi meravigliosi. Lo chiamano: “Dai, vieni a giocare a calcio, stai con noi”, ma lui non va. Non parla nemmeno con noi, non c’è dialogo»[4].
«Un anno dopo essere stati sradicati dalle loro case dalle forze israeliane, i bambini e gli adolescenti vivono in uno stato di oblio, intrappolati nell’incubo dello sfollamento, sospesi nell’incertezza, costretti ad attendere un permesso che non dovrebbero mai aver bisogno di chiedere per tornare alle loro vite. Comportamenti come bagnare il letto, il calo nella frequenza scolastica e il rifiuto di mangiare mostrano come i minori stiano rivivendo il trauma dello sfollamento. Questi bambini e adolescenti meritano dignità, stabilità e un ritorno nelle loro case e scuole. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte ai bisogni dei minori in Cisgiordania. Senza passi concreti verso l’identificazione dei responsabili e il rispetto del diritto internazionale, i minori palestinesi continueranno a essere privati dei loro diritti e della loro sicurezza. Non dobbiamo fallire per loro» ha dichiarato Ahmad Alhendawi, Direttore Regionale di Save the Children per il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Europa Orientale.
Save the Children opera nel Territorio palestinese occupato dal 1953, con una presenza permanente dal 1973. Da allora, lavora con i partner per contribuire a fornire un’istruzione di qualità, protezione per i bambini, supporto allo sviluppo della prima infanzia e opportunità di lavoro per i giovani.
Continuando il suo lavoro a lungo termine, l’Organizzazione sta inoltre potenziando il supporto per far fronte ai crescenti bisogni, tra cui la distribuzione di beni essenziali e aiuti economici alle famiglie, l’assistenza per la salute mentale a minori, caregiver e operatori in prima linea, e la creazione di spazi sicuri in cui i bambini possano giocare e imparare.
Per sostenere l’attività di Save the Children in emergenza: https://dona-ora.savethechildren.it/donazione-fondo-emergenze/






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