COP30, Belém | Le istituzioni frenano, i popoli avanzano
Il bilancio di fine COP30 dalla parte delle comunità indigene e dei movimenti.
Mentre la COP30 evita perfino di nominare i combustibili fossili, i popoli amazzonici, i movimenti e oltre 70.000 partecipanti alla Cúpula dos Povos costruiscono una nuova geografia d’azione: territori riconosciuti, meccanismi di transizione giusta, nuove flotte transnazionali e un trattato globale.
La Colombia vieta tutte le nuove estrazioni petrolifere e minerarie in Amazzonia: un precedente storico che segna un punto di svolta nella protezione del bioma.
Il Global Stocktake dell’UNFCCC pubblicato quest’anno è netto: «la causa principale della crisi climatica è l’uso dei combustibili fossili e la loro eliminazione graduale è indispensabile» (fonte: UNFCCC GST).
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2 dicembre 2025 | La COP30 si è chiusa a Belém con un testo finale che non nomina neppure i combustibili fossili, nonostante mesi di negoziati sulla necessità di definire una roadmap vincolante per la loro eliminazione graduale. È un esito che ha suscitato delusione in molte delegazioni della società civile, ma che non racconta tutta la storia di ciò che è accaduto in questi giorni alle porte orientali dell’Amazzonia.
Mentre le sale della Blue Zone restavano segnate da compromessi a ribasso, al di fuori del centro congressi la città di Belém si trasformava in un laboratorio di politica e umanità. La Cúpula dos Povos, il Summit dei Popoli, ha riunito in un lungo processo oltre 70.000 partecipanti tra tavoli e assemblee, con 23.000 presenze registrate nella settimana della conferenza: popoli originari, comunità tradizionali, movimenti contadini, sindacati, reti femministe, collettivi queer, organizzazioni climatiche internazionali. La loro Dichiarazione Finale, tradotta in italiano da Lorenzo Barili e disponibile sulla piattaforma indipendente iPressLIVE, afferma con nettezza che la crisi climatica è il prodotto di un modello economico capitalista, razzista e patriarcale, denuncia le multinazionali dell’energia, dell’agroindustria e delle Big Tech come principali responsabili della catastrofe in corso e lega la giustizia climatica alla liberazione dei popoli, dalla Palestina all’Abya Yala.
In questo contesto si inserisce il lavoro di tramite di LOTTA (Carlotta Sarina) e LILLO (Lorenzo Barili), presenti a Belém non nelle sale dei negoziati ma accanto alle comunità indigene, alle flottillas e ai movimenti ecosociali. Hanno partecipato a marce transfemministe, ascoltato le assemblee delle autorità indigene, nel caso di LOTTA grazie a Sara Segantin, raggiunto il villaggio Ixing nel territorio Tembé nella Foresta Amazzonica, documentato l’incontro tra la Global Sumud Flotilla, con Thiago Avila, e la Yaku Mama Flotilla, che ha solcato per giorni il Rio delle Amazzoni per giungere la città dei Negoziati.
«A Belém ho scelto di stare fuori dalle sale riunioni, dove parlano i governi, e dentro gli spazi dove parlano i popoli» racconta LOTTA. «Alla Cúpula dos Povos ho ascoltato leader indigene, comunità quilombolas, movimenti contadini, popolazioni di fiumi e periferie. Quando Célia Xakriabá ha detto che “la comunicazione indigena non è solo antirazzista, è anteriore al razzismo”, ho capito che noi arriviamo sempre dopo, con le nostre categorie, le nostre griglie, i nostri confini. Loro comunicano custodendo, non depredando. Nel villaggio Tembé ho visto un boa d’acciaio che trasporta alluminio grezzo, la monocultura intensiva delle palme da olio ricoperta di prodotti chimici antiparassitari, i fiumi farsi lucenti per le patine di olio iridescente e vedere persone piangere famigliari persi lottando per la vita. Ho visto anche due flotte, quella amazzonica e quella palestinese, condividere lo stesso fiume.
La conferenza ha fallito, ma fuori dai padiglioni e dalle sale di potere le comunità stanno già costruendo un altro mondo. Per questo, quando ho saputo che il mio Paese non sottoscriveva l’impegno a una roadmap chiara e ambiziosa per la fuoriuscita dai fossili, mi sono sentita accolta dall’Amazzonia e tradita dall’Italia. Se scegliamo comunque di dire “No”, nonostante i dati dell’IPCC, nonostante il mondo già sott’acqua, nonostante le migrazioni climatiche e le guerre per le risorse, allora è una scelta politica: scegliere la lobby del fossile invece della vita delle persone.
Lorenzo Barili, che ha seguito i tavoli di lavoro e contribuito alla traduzione e oggi anche alla diffusione della Dichiarazione Finale della Cúpula, aggiunge una lettura analitica: «La COP30 ha messo definitivamente nero su bianco il fallimento del multilateralismo climatico così com’è strutturato. Da un lato abbiamo il Global Stocktake dell’UNFCCC che dice chiaramente che l’uso dei combustibili fossili è la causa principale della crisi climatica e che la loro rapida eliminazione è indispensabile; dall’altro, abbiamo un testo finale che non pronuncia quella parola. È il risultato di veti incrociati, lobby fossili, regole di unanimità che paralizzano ogni ambizione e di un conflitto Nord-Sud Globale in cui gli inquinatori storici non vogliono assumersi le proprie responsabilità in termini di finanza e azione.
Ma a Belém abbiamo visto anche che il mondo si sta riorganizzando fuori da questo schema: il percorso del Trattato di Non Proliferazione dei Combustibili Fossili, a cui più di 80 Stati guardano come a uno spazio più libero; la nascita del Just Transition Mechanism, spinto dai movimenti e dai Paesi del Sud globale; la demarcazione di dieci nuovi territori indigeni da parte del Brasile, che riconosce il ruolo delle autorità autoctone come custodi della biodiversità. Il messaggio che porto a casa è che la COP non è più il centro del mondo climatico: lo sono le reti popolari, i territori, le comunità che abbiamo incontrato qui. Se le istituzioni non cambieranno rapidamente, saranno superate da processi che nascono da noi.»
Tra le decisioni più significative emerse nei giorni della COP30, spicca quella della Colombia, che ha annunciato il divieto totale di nuovi progetti petroliferi e minerari nella propria porzione di Amazzonia. È un atto senza precedenti nella regione, definito da ONG e osservatori internazionali come “una svolta storica per la protezione del più grande bioma del pianeta”.
Per questo sarò a Santa Marta, in Colombia, dal 26 al 28 aprile 2026, dove si terrà il nuovo summit internazionale sull’uscita dai combustibili fossili. Ci andrò perché credo che questo percorso sia il luogo in cui la politica può finalmente germogliare.
Il lavoro di LOTTA e LILLO a Belém si è intrecciato anche con quello della delegazione italiana del Climate Pride e della società civile europea. Nei giorni conclusivi della conferenza, la loro testimonianza è confluita nell’azione che ha portato alla consegna, alla delegazione italiana, di una lettera aperta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al Ministro Gilberto Pichetto Fratin, con cui decine di cittadine e cittadini presenti alla COP30 hanno chiesto all’Italia di sostenere una roadmap ambiziosa per l’uscita dai combustibili fossili, di guidare e non subire, la transizione, di proteggere i lavoratori durante il processo e di riconoscere la vulnerabilità climatica del Paese.
L’esito negoziale di COP30, a Belém, resta giudicato insufficiente dai movimenti, ma la città ha mostrato con forza che la trasformazione è già in corso altrove: nei villaggi indigeni, nei porti dove si incontrano le flotte, nelle assemblee popolari, nelle reti internazionali che si stanno organizzando per “fare politica dal basso, dall’alto e da ovunque”, come recita la Dichiarazione della Cúpula.
Tutti i materiali, comunicati, foto, video e storie, sono raccolti sulla pagina dedicata di iPressLIVE: https://www.ipresslive.it/it/ipress/event/view/1636/ e qui la dichiarazione finale della Cupola dos Povos https://www.ipresslive.it/it/ipress/comunicati/view/59354/






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