Da un libro all’altro: “Il Monaciello di Napoli” e il mistero del sogno e del desiderio…
Il Monaciello di Napoli di Anna Matia Ortese, Adelphi ed. 2001 – € 12,00 e-book € 6,99 Disponibile al prestito inter bibliotecario SBCR https://sbcr.comperio.it/
Il Monaciello di Napoli e Il fantasma (1940) sono due racconti contenuti nel volume Adelphi omonimo al primo racconto, appartenuti alla giovane Anna Maria Ortese scrittrice per una rivista emanazione del GUF (Gruppi Universitari Fascisti), e ad una sua inclinazione onirica per niente marginale come dimostrò l’isola delle due lune dello splendido romanzo L’iguana (1965), e per niente marginale nella tradizione napoletana (leggi Questi fantasmi ne La cantata dei giorni dispari di Eduardo De Filippo, creazione meno fantastica ma di sicuro impatto emotivo). Ciò che sembra muovere la scrittrice, anche nel caso de L’iguana, è la pietà verso le creature sofferte, se non sofferenti, simile nella disposizione d’animo nella nonna del narratore da ragazza, e anziana mai invecchiata, capace di piangere ‘ancora’ per il monaciello, un giovane spirito sfrontato e dispettoso che si pensava accompagnasse le famiglie nella vita domestica per tutta l’esistenza; o verso l’animalesca personificazione di una piccola dignitosa iguana. Diverso l’atteggiamento nei confronti dei fantasmi a colloquio in una vecchia casa che sembra rivivere i fasti d’un tempo attraverso l’invenzione di uno zio della narratrice che dedicò, l’unica cosa che la famiglia aveva ereditato, due fogli di musica scritta per piano, ai suoi due meravigliosi figli…che non aveva mai avuto. Attraverso lo stratagemma, Ortese ci porta nei territori di una parte della sua capacissima ed impressionante narrativa, ovvero in ‘quel che avrebbe potuto essere’. Reinventati i rapporti familiari, inventate nuove attraenti fisicità dei due giovani in questione, un ragazzo e una ragazza, rivissuta l’atmosfera d’una casa finalmente di nuovo ricca e graziosa, le cui finestre guardano un mare per una volta meno grigio e meno latore di pensieri cupi. I passaggi, ad un lettore contemporaneo, oggi possono sembrare lenti e leziosi in qualche caso, ma l’invenzione prescritta dal cinema, dal continuo passaggio d’immagini come lo conosciamo oggi, allora poteva non essere ancora in grado di aiutare altrimenti nell’abbreviare le descrizioni, o l’autrice lo rifiuta, stillando così dalla scrittura il succo più difficile possibile: indovinare l’amore nel ricordo della protagonista del racconto, dalla passione che mette nelle descrizioni; così, nel primo racconto, dalla cura che la nonna, da bambina, metteva nel raccomandare al monaciello di prendersi cura di se stesso, negandone l’indole intrinseca di portafortuna o di guastafeste secondo l’umore, nel secondo racconto per la dovizia delle descrizioni. Le storie chiamano dal buio dell’oltretomba, dai ricordi, dal desiderio e dai territori della nostalgia, figure del tutto reali nel momento in cui si legge: semplicemente illuminate da una luce fioca, sghemba alla fine, che ne rivelerebbe la doppia natura, umana e fantastica. (Serena Grizi)





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