Da un libro all’altro – “La femminanza” di Antonella Mollicone, realtà e incanto delle Cerchie femminili
La femminanza – di Antonella Mollicone Editrice Nord. 2025 – € 20,00 e-book 9,99 Disponibile al prestito inter bibliotecario BCR https://sbcr.comperio.it/
Se volessimo usare i soliti abusati termini inglesi per dire il genere cui appartiene il romanzo di Antonella Mollicone La femminanza, dovremmo definirlo empowerment fiction o women’s fiction, ovvero un racconto d’invenzione che fa muovere sul foglio protagoniste femminili capaci di prendere in mano la propria esistenza, di autodeterminarsi e trovare il proprio posto nel mondo senza esitazioni, pur passando per molte vicissitudini. E proprio le definizioni ci aiutano, invece, a scrivere ciò che il libro di Antonella Mollicone, ricercatrice letteraria e scrittrice che vive nel Lazio, a Rocca d’Arce, non è. Non è del tutto una invenzione, poiché l’autrice racconta di aver preso appunti fin da piccola per scriverlo, incuriosita dalla presenza e dall’attività di quei gruppi o cerchie di donne adulte, spesso sposate con figli, che usavano passare il tempo del lavoro sedute tutte assieme (le mani delle donne dovevano sempre essere occupate fino alla metà del 1900, anche quando non svolgevano faccende in piedi, perché non stava bene ‘oziare’): così che lavoro di ricamo, filatura, stiratura, o altro, potessero essere anche momenti per mettere in comune i problemi familiari, le preoccupazioni economiche, o per i figli, le situazioni difficili (donne malmenate giornalmente dai mariti); l’organizzazione di feste e riti del paese o delle campagne che abitavano, in momenti che escludevano del tutto la presenza maschile. Le cerchie potevano comprendere anche rituali di purificazione e rafforzamento del gruppo (nel libro si parla di quelli compiuti con le conche di rame, rame e argento, e dei coralli indossati in varie fogge da donne e neonati per attirare gli influssi della buona sorte). Questi gruppi, nel caso della Mollicone definiti ‘femminanze’, prendono sicuramente molti nomi diversi nella Penisola e, almeno nelle campagne vicino Roma, le escluse, le bambine, le adolescenti, venivano chiamate ‘fratta’, richiamando le donne al silenzio o all’attenzione nell’esprimersi, qui le donne sono libere di discutere qualunque argomento, quando nei pressi del gruppo è presente una ‘fratta’, una con le orecchie ‘delicate’ che non poteva ascoltare ciò che si diceva nella femminanza. L’autrice, di certo, sceglie la strada della fiction perché mette al centro di questa femminanza una ragazza di buona famiglia che ha abbandonato con i suoi cari il palazzotto nobiliare dello zio, senza cercare scandalo, a causa di un segreto terribile, segreto che in parte contribuisce alla morte dell’amata madre. Ma né il segreto né la discendenza o ascendenza della protagonista Camilla Malettazzi diventano centro del racconto. Il racconto procede negli anni, dalla gioventù di Camilla fino all’età adulta con figli adulti, ben sposata con un uomo capace e di larghe vedute, restando sempre al centro del divenire, solo e soltanto la femminanza, ovvero il procedere del gruppo; la cecità o avvedutezza delle sue componenti femminili nel comprendere meno o più quanto una certa educazione e la predominanza degli uomini condizionino spesso le loro vite: un matrimonio mal nato sarà una croce fino alla morte; per le figlie, invece, un corso di studi tralasciato per le ‘fantasie’ d’un ‘maschio alfa’ sarà un fallimento da portarsi dietro per l’esistenza. Il tempo scandito da nascite e morti, perché le componenti sagge della femminanza, così come lo era la madre di Camilla, accolgono i neonati lavorando come levatrici, o assistenti tali, nelle case, chiamando solo nelle situazioni più difficili e quando è possibile, un’ostetrica. Chiudono anche gli occhi ai morenti accompagnandoli nell’ultimo viaggio. Il peso per le prescelte è notevole, come si può intuire e il romanzo è forse debitore al coraggio di Michela Murgia nello scrivere il suo Accabadora, a La ciociara di Alberto Moravia, a La storia di Elsa Morante e ad altri, distante, invece, dall’opera di Antonio Pennacchi nel suo narrare dei territori laziali bonificati abitati da polenta veneti. Il libro non è solo questo, ma per un romanzo si potrebbe dire che manca d’intreccio; per una saga sarebbe manchevole di suspense e costruzione dei personaggi; un saggio socio-antropologico, forse, si riteneva troppo ambizioso, ma invece sarebbe interessante leggere la materia viva dalla quale nasce La femminanza. Così risulta un libro che si fa leggere, dallo stile tutto sommato semplice anche se gravato dal ripetersi all’infinito di alcuni termini, come in un’opera verista d’epoca, che non ne facilita la scorrevolezza. Lo scritto è pervaso da quella dolcezza che restituiscono le storie del Lazio, che non siano romanocentriche, ai suoi abitanti; si sente di poter recuperare una qualche memoria delle nonne e bisnonne, talvolta delle mamme. La parola del basso Lazio, nello specifico, è dolce e piccante al palato allo stesso tempo, come le sue genti, abituate al sacrifico: qui si accenna alle marocchinate* violenze, saccheggi, stupri e uccisioni perpetrati dai soldati delle truppe coloniali francesi durante la seconda guerra mondiale ai danni della popolazione, soprattutto donne, ragazzi e ragazze, bambini; terribile esperienza che si estese per giorni e giorni in un vasto territorio fra le province di Latina e Frosinone, proprio intorno o vicino ai luoghi del racconto. Ma anche qui la citazione è ridotta ad una pagina scarsa, (ed era questo lo spazio dedicato nelle intenzioni dell’autrice?). E dentro c’è anche una ricerca attorno alla sapienza delle erbe, dei rimedi naturali, della lavorazione delle lane nel centro Italia. Un romanzo nato forse dall’esigenza di far rivivere un’epoca più che mostrarla attraverso i documenti. *Termine popolare e in uso nel giornalismo dell’epoca, in realtà ai crimini presero parte, secondo i documenti, anche francesi bianchi, poiché, al tempo, considerata in vigore una norma del diritto internazionale di guerra che prevedeva ‘il diritto di preda bellica’ in tutte le sue accezioni. (Serena Grizi)





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