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Da un libro all’altro – “Memorie di una contadina” la Russia rurale a metà dell’800

Da un libro all’altro – “Memorie di una contadina” la Russia rurale a metà dell’800
Febbraio 14
10:15 2026

Memorie di una contadina (titolo originale: Bab’ja Dolja) di Tat’jana. A. Kuzminskaja e Lev Tolstoj, Edizioni Casagrande ed. 2019 Traduzione di Isabella Panfido  € 12,50 e-book NO Disponibile al prestito inter bibliotecario BCR https://sbcr.comperio.it/ 

Memorie di una contadina è una storia vera in cui Anisja, giovanissima e bella, racconta la propria vita attraverso la voce non meno sincera di Tat’jana Andreevna Kuzminskaja, letterata e cognata di Lev Tolstoj: non è così difficile immaginare che lo scrittore possa essersi prestato a questa ‘operazione editoriale’ mettendo il proprio nome per una diffusione più capillare dell’opera, anche se poi gliene vengono attribuiti alcuni passaggi che nell’economia del racconto renderebbero una profondità temporale non indifferente. Questa voce fresca narra, in appena cento pagine, il suo matrimonio e la vita tumultuosa che ne segue: «Mi sono sposata controvoglia», l’incipit, e a modo suo apre anche al concetto che se le donne non hanno scritto la Storia, secondo la ‘versione ufficiale’, neppure molti uomini hanno potuto farlo. Infatti, Anisja e Danilo, vissuti in un piccolo villaggio vicino la città di Tula, intorno alla seconda metà dell’ottocento, sono due povere anime, due contadini che, oltre a possedere poco, spesso si ritrovano contro anche le famiglie governate da tradizioni, ma di più da stupidità, cupidigia o cattiveria. Soprattutto Danilo irresoluto e debole, si legge da qualche parte ’come solo gli uomini russi sanno essere’, lascia che sia la madre a gestire i rapporti casalinghi con la giovane e graziosa moglie, e la madre non sa fare niente di meglio che consigliare alla nuora di farsi subito un amante. Altre trappole attendono la giovane che, per fortuna, riesce a ben districarsi ma sopportando continue molestie e angherie. Una volta cambiata casa e lavoro l’economia familiare non va meglio e molti dolori dovrà sopportare la coppia, anche per l’avventatezza di Danilo, lanciatosi in loschi traffici per provare a riscattarsi dalla miseria, così arriva la deportazione familiare in Siberia. La bellezza dello scritto sta tutta nella grazia che è cifra del racconto. Di una donna ‘semplice’ che, pure, più di tante con maggiore istruzione, conosce la strada da percorrere e il suo posto nel mondo ed incanta il candore con cui entra ed esce da situazioni difficili, una sola delle quali potrebbe decidere il corso d’una intera esistenza. Con forza e determinazione, credendo davvero che il suo destino sia in mani superiori che ne sanno molto più di lei, con forte fede, perciò, guarda al domani gettandosi alle spalle le sofferenze. A raccogliere il testo fu, per l’appunto, la cognata di Tolstoj, Tat’jana Kuzminskaja scrittrice anch’essa, quando le donne dovevano ancora chiedere al o all’uomo di casa più influente, il permesso per poter scrivere, viaggiare, o altro. Tolstoj pare che la incoraggiò e che intervenne in alcuni passaggi del racconto, anche se ci piace pensare che il tocco d’una narrativa più alta, e perciò esemplare, l’abbia dato l’autrice che raccolse la voce della donna. Come nelle scene dei festeggiamenti per il matrimonio, fra carri, pope, icone, izbe in festa, fra bicchierini e piatti tradizionali, che ci riportano indietro di oltre centocinquant’anni. Nella descrizione tenera e schietta del sentimento di Anija per Danilo, che all’inizio non voleva sposare: «Parlando mi prende la mano e io non la sposto, ma anzi sono contenta che tenga la mia mano tra le sue. Gli parlo e lo guardo negli occhi: come mi è caro, adesso, tanto caro, come se qualcosa si fosse sciolto nel mio cuore. Da quel momento non ho più smesso di volergli bene.» (Serena Grizi) Nell’immagine: uno dei ritratti più diffusi dell’autrice Tat’jana. A. Kuzminskaja

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