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E’ MEGLIO IL PEGGIOR SINDACO DEL MIGLIORE COMMISSARIO PREFETTIZIO

E’ MEGLIO IL PEGGIOR SINDACO DEL MIGLIORE COMMISSARIO PREFETTIZIO
Aprile 08
08:00 2026

C’era una volta una città in cui i politici locali mandavano con una certa frequenza a casa il sindaco e quindi mettevano il Comune in mano a un commissario prefettizio.

In quella città questo fenomeno si era riproposto ancora una volta. Dopo oltre quattro anni di legislatura alcuni consiglieri comunali di maggioranza avevano deciso, per motivi insondabili che qualcuno sospettava fossero legati a questioni personali piuttosto che politiche, di assumersi la gravosa responsabilità e sfiduciare il sindaco.

Durante il periodo della crisi politica, prima di arrivare alla rottura finale, si poneva il dilemma se andare avanti con un’amministrazione azzoppata fino al termine del mandato elettorale o sfiduciare il sindaco con la conseguente nomina del commissario prefettizio. Coloro che erano per la prima soluzione si rifacevano all’adagio “E’ meglio il peggior sindaco del migliore commissario prefettizio”.

L’ultima esperienza, pur in assenza di una prova a contrariis, aveva mostrato che l’adagio era davvero conforme alla realtà.

Il commissario, un funzionario pubblico, aveva iniziato l’impegnativo compito di amministrare il Comune lavorando esclusivamente con i funzionari comunali e, alla richiesta di alcuni cittadini di incontrarlo per sottoporgli alcuni problemi della città, aveva replicato di non poterla accettare per settimane e soltanto successivamente si era reso disponibile con molta parsimonia.

Quando un gruppo di cittadini che sollevavano il problema dell’uso di alcuni stalli di servizio pubblico utilizzati per parcheggiare auto private si erano rivolti a lui, avevano ricevuto una telefonata per fissare l’incontro, poi risultato deludente, soltanto dopo tre settimane. Anche i rapporti con altri cittadini erano stati da questi giudicati insoddisfacenti sia per i lunghi tempi di attesa per l’incontro sia sotto l’aspetto delle risposte ricevute.

Il fatto è che il commissario aveva scelto un modus operandi che potrebbe essere definito la “strategia della torre d’avorio”: si era rinserrato negli uffici del Comune concentrandosi sui documenti e sui provvedimenti da assumere senza curare adeguatamente i contatti e le interazioni necessari per amministrare una comunità in continua trasformazione composta da esseri umani portatori di bisogni, sentimenti, paure, insomma senza svolgere il ruolo del leader, e cioè di colui che guida, sperabilmente amandola, una comunità. Aveva assolto sì il dovere interpretato in senso burocratico assegnatogli dal prefetto, anch’egli un funzionario, ma non quello sostanziale di amministratore pubblico legittimato in ultima istanza democraticamente dai cittadini. 

La vicenda della città immaginaria pone il problema – reale – della figura del commissario prefettizio che, per legge, assume su di sé le funzioni del sindaco, della giunta e del consiglio comunale, insomma una sorta di “dittatore” nominato dal prefetto il quale di regola incarica funzionari del ministero dell’Interno con il compito di verificare che le “carte siano a posto” e di dare esecuzione alle decisioni assunte dalla precedente amministrazione. Dunque funzionari non necessariamente capaci di gestire e guidare, in un breve tempo, una società complessa. Molto spesso i commissari e i sub-commissari, che comunque ricevono un’adeguata indennità a carico dei contribuenti che si somma al loro stipendio, dedicano all’incarico una parte ridotta del proprio tempo.

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