Evitare il Titanic. Si può?
Dichiaro subito: questo articolo, scritto di getto e forse un po’ pretensioso, potrebbe anche risultare pesante. Chiedo pazienza a chi volesse vederne la fine, scusandomi pure per saltellare dalla prima alla terza persona o anche al plurale.
Giuseppe Unia (1818-1871) piemontese, Tito Piccoli (seconda metà ‘800) toscano, Costantino Palumbo (1843-1928) napoletano, Alessandro Longo 1864-1945) calabrese, Federico Bufaletti (1862-1936) napoletano docente a Torino, Pietro Floridia (1860-1932) siciliano trasferito in USA, Leone Sinigaglia (1868-1944) piemontese. Chi li conosce? Quasi sicuramente nessuno, fino a ieri anche chi scrive, a parte ovviamente musicologi e musicisti professionisti. Ebbene, essi sono i “cultivatori” diretti della grande musica italiana che, al di là dei Grandissimi, costituiscono appunto la struttura di una cultura musicale diffusa e apprezzata da secoli in tutto il mondo. Li abbiamo scoperti sabato 10 febbraio nel concerto tenutosi alle ore 18 nell’Auditorium “Romina Trenta” della Casa delle Culture e della Musica di Velletri. Naturalmente programmato dalla Associazione Culturale Colle Ionci e Fondarc, con il contributo della Regione Lazio. Occorre dire che il merito principale è da ascrivere a Massimiliano Genot, pianista di fama internazionale e docente al conservatorio di Torino, che ha avuto l’idea originale di ricercare e aprire questo squarcio tanto stuzzicante quanto importante in un panorama spesso fisso e “garantito” dai nomi eccellenti. Ulteriore merito l’aver voluto chiamare Adonella Monaco, attrice e “teatrista” di grandi titoli formativi e carriera, per illustrare il percorso e la personalità degli autori, leggere un lied introduttivo di Schubert, il Leopardi tenero e filosofico di “A Silvia”, la rappresentazione tragica e sognante del “volontario”, e infine il vissuto sottostante la creazione dei brani. Il titolo del singolare concerto recitava “La tastiera della Nuova Italia”, slanci patriottici e privati turbamenti nel pianismo italiano tra Otto e Novecento. In realtà un solo brano poteva avere un riferimento patriottico ed era quello di Tito Piccoli denominato appunto “Il volontario, romanzetto melodico per pianoforte e voce recitante”. Degli altri autori abbiamo ascoltato composizioni classiche: sonate, notturni, studi, suite, capricci. Legate però da una caratteristica unica per tutte: un livello sorprendentemente alto per la sostanza della struttura, pur nella agilità di alcune, e piacevolezza di ascolto della melodia non strabordante. Dunque un concerto dal doppio valore, per le “sorprese” e l’alta scuola di esse.
Poi bisogna passare a riferirsi al titolo e ad uno dei motivi che hanno suggerito questo intervento oltre a quelli positivi già richiamati, compresa l’eccellente esecuzione pianistica e recitativa. Ad ascoltare questa ricercata espressione artistico-culturale c’era purtroppo poco pubblico, molto caloroso alla fine, e peccato per chi ha perso l’occasione. È vero che ha contribuito una eccezionale inclemenza del tempo, ma più forte è stata, crediamo, l’inclemenza dei tempi. Siamo infatti in tempi così sconclusionati che tutto il mondo, con una superficiale quanto agghiacciante irresponsabilità, scherza col fuoco o se preferite balla sull’orlo del vulcano. Noi, inteso come italiani, siamo perfino più bravi. Dal basso dei numerosi miliardi di debito pubblico riusciamo a ballare anche sul “Titanic” di Sanremo. Eppure alle 18 non c’era il Festival (ecco il perché della precisazione dell’orario) ma questo sottolinea che non si tratta di questione contingente ma di una diffusa atmosfera di “svanitezza” che corre appresso ai lustrini, quando magari è libera dal correre appresso all’influencer di turno. Naturalmente queste critiche sono eccessive anche per provocazione e non ci sfugge l’aspetto sociologico e l’impegno artistico di organizzatori e cantanti e la validità di alcuni testi e temi della nota e storica manifestazione canora. Però non sarebbe male darsi una regolata. Mettere un poco la chiesa al centro del villaggio, come si dice, o dare a Cesare quel che è di Cesare e anche un pochino (di questi tempi bisogna accontentarsi) a Bach quel che è di Bach, sempre per dire. E ancora si potrebbe suggerire tra le tante riforme di cui spesso si ciancia a vanvera e “pelosamente”, di modificare nel piccolo il detto “beato il popolo che non ha bisogno di eroi” in “beato il popolo che non ha bisogno di cantanti eroi, conduttori eroi, commentatori eroi, ballerini eroi …” Perché la linea del “panem et circenses” alla lunga, soprattutto se c’è poco pane, produce disastri e ci avvicina alla “frutta” che peraltro non sta tanto bene pure essa. Siamo giunti all’assurdo di sperare che il riscaldamento climatico sciolga l’iceberg e “finché la barca va…”. Aiuto!
Alberto Pucciarelli





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Siamo Titanic ed anche Iceberg.
Bisogna vederlo arrivare il Titanic di quest’ottima riflessione, fra tante cose nuove/tecnologiche nessuno ha inventato un sostitutivo della pazienza che occorre per approfondire i temi, leggere, ascoltare. ‘Farsi una cultura’ passa ancora per l’attenta lettura e per l’attento l’ascolto (e altre robe noiose…)
analisi puramente logica su situazioni illogiche.
ce ne vorrebbero di più di queste pillole amare/medicamentose dall’effetto “pensiamoci sopra”