Frascati Parliamo di politica. 3
Frascati – Parliamo di politica. 3 Dalla realtà internazionale e nazionale
Il futuro della politica e della stessa democrazia in Italia e nel mondo oggi non può che passare da una ripresa degli ideali propri di quella Europa quale fu pensata dai padri fondatori. Da allora, a partire dalla prima decisione sulla CECA (Comunità Europea del Carbone e Acciaio), e passando dai trattati di Roma del 1957 con cui si è istituita la Comunità Economica Europea (CEE), per varie tappe, spesso molto diluite nel tempo, e frenate anche da contrasti e individualismi, si è arrivati al trattato prima al trattato di Schengen (1985), poi di Lisbona(2007) che ha apportato alcune modifiche procedurali sui poteri legislativi e di controllo del Parlamento europeo, e la stessa dizione di Comunità economica europea è stata sostituita dal 1993 dall’espressione Comunità Europea (CE). Purtroppo, bocciata dalla Francia del generale De Gaulle, fu affossata (1954) la proposta soprattutto di De Gasperi per l’istituzione della CED (Comunità Europea di Difesa).
Dopo la dissoluzione dell’URSS (dal 1991), quasi tutti gli stati dell’Europa orientale hanno gradualmente aderito alla Comunità. Nel tempo sono stati molti i vantaggi per gli Stati dell’Unione, come ad esempio, la libera circolazione di merci e quella delle persone, abolendo passaporti e procedure burocratiche; l’elezione democratica del Parlamento europeo già dal 1979; l’introduzione dell’euro nel 2000 come moneta unica; l’attuazione del progetto Erasmus per gli universitari, ecc.
Negli anni più recenti non sono mancate difficoltà e dissensi a causa di individualismi e corte vedute, come nel caso della Brexit (con l’attuale ‘pentimento’ e graduale riavvicinamento), o rivendicazioni nazionalistiche e sovraniste come con l’Ungheria di Orban. Quest’ultimo caso è sintomatico di una ammissione troppo accelerata dei Paesi dell’Est che non hanno vissuto un graduale e ordinato approccio alla democrazia ma hanno guardato solo agli immediati vantaggi (più o meno presunti) dell’economia di mercato e del capitalismo. Con il crollo dell’Unione sovietica questi Paesi si sono ritrovati ‘democratici’ senza un percorso previo, tanto che oggi alcuni non fanno mistero di rimpiangere una forma di ‘moderno’ stalinismo incarnato dal novello zar, Putin. D’altronde, scomparse le ideologie, sono cresciuti i pragmatismi e gli slogans in favore di interessi localistici e propagandistici. L’allargamento dell’Europa, se ha dato risultati positivi con ampio consenso alla scelta democratica, qualche tempo dopo ha fatto emergere meschine resistenze collegate con interessi nazionalistici. Per di più, dietro il paravento del voto all’unanimità su certe questioni, si barricano i partiti nazionalisti non solo dell’Ungheria di Orban ma anche di quello della Meloni che non farà mai crescere un’autentica dimensione europea.
Tuttavia oggi, e in futuro, sconfiggendo i minoritari sovranismi e nazionalismi, non si potrà prescindere da una Europa coesa e fondata su ideali ed aperture che superino anche quella supponenza che identifica tout court la civiltà europea e occidentale con quella eurocentrica, considerata la sola degna di portare valori universali, e per di più ‘appiattita’ sul potere economico capitalistico, imperialistico e pseudo-culturale degli Stati Uniti, ignorando tutte le altre culture e civiltà, sia orientali che africane e latino-americane.
In Italia, innalzando le barriere, i muri o le ‘deportazioni’ degli immigrati nei cosiddetti ‘Paesi Terzi’, si ignora perfino la storia e quel passato ‘romano’ (dell’antica Roma) che, con lungimiranza aveva accolto e assimilato tutti gli ‘stranieri’, dando loro la cittadinanza e, annoverando nell’olimpo capitolino anche gli dei ‘forestieri’. Ci sarebbe poi un altro piccolo interrogativo: e se i cosiddetti Paesi ‘terzi’ volessero aderire all’Unione Europea?
L’Europa, avendo accettato passivamente, oltre alla coca-cola, e al chewing gum, anche il capitalismo americano, ne ha fatto l’unico dio e l’unica religione, mentre i popoli che non si allineano al pensiero unico (e ‘debole’, direbbe Cacciari, 2009) vengono inesorabilmente eliminati quando non accettino l’unica forma di democrazia ‘da esportazione’, MAGA (‘rendiamo l’America nuovamente grande!). Lo stesso bombardamento sull’Iran rinnova l’imbroglio delle minacce nucleari (come fu per le fantomatiche ‘armi di distruzione di massa’ in Irak, mai trovate, con la guerra di Bush nel Golfo, appoggiata anche dall’allora governo berlusconiano). E’ evidente come la guerra scatenata da Trump sull’Iran risponde alle richieste (anche se non chiaramente palesi) del Mossad a Trump, il quale non ha fatto altro che bombardare i siti segnalati dall’alleato israeliano. Ma tutti e due gli ‘alleati’, distruggendo territori come Gaza, Libano, Iran, più che bombardare postazioni militari, hanno assassinato popolazioni inermi e certamente contribuito a creare ulteriore odio verso i due ‘compari’, da parte di cellule terroristiche pericolosamente ancora sparse nel mondo. In quanto al Nobel a Trump, auspicato anche dal putiniano Salvini, se i Nobel per la pace si assegnano anche ai guerrafondai vorrebbe dire che il ‘mondo al contrario’ non è solo quello di…Vannacci!
Del resto le varie ‘paci’ trumpiane, non hanno fatto altro che allungare i tempi delle guerre, come nel caso dell’Ucraina che il tycoon aveva promesso di risolvere in 24 ore!
In questo squarcio di secolo la diplomazia dell’ONU e della stessa Europa sono spesso afone o impotenti, quando, almeno per alcune loro componenti, non siano succubi del pensiero trumpiano (per l’Italia si vedano Meloni e company, mentre i suoi due vice presidenti sono, l’uno ectoplasma imbambolato, l’altro completamente putiniano). E solo dopo lo smacco preso col referendum la ‘premier’ – tardivamente conscia dell’isolamento in Europa – ha cominciato a sussurrare qualche timido ‘no’ alle scelte trumpiane.
La speranza è che, oltre a qualche adulto e anziano non completamente rimbecillito, possano essere soprattutto i giovani a salvare l’Europa dagli egoismi di certi leaders, vecchi di idee e ciechi di prospettive.
E mentre con i bombardamenti, i genocidi e le occupazioni, i ‘democratici’ Netanyahu, Trump e Putin mirano alla spartizione del mondo, il sornione Xi Jinping sembra resti a guardare: La guerra fatela voi, io poi ne trarrò quei vantaggi che mi riguardano.
E’ urgente pertanto che i Paesi europei – soprattutto quelli ‘fondatori’ – recuperino e difendano gli ideali alla base dell’Unione e sostengano le organizzazioni internazionali, rinnovandone strutture e personale affinché le istituzioni abbiano una effettiva competenza politica, giuridica ed amministrativa internazionale e si pervenga a quella che Dahrendorf definiva ‘la quadratura del cerchio, cioè far convivere benessere economico, coesione sociale e libertà politica’.
Ma un ruolo determinante, e non succube delle decisioni di ricchi potenti e guerrafondai, deve riacquistarlo la diplomazia mondiale, e riprenderselo soprattutto l’ONU e le altre organizzazioni, sia europee, che nazionali.
In quanto all’Italia, infatti, deve essere costante il riferimento ai principi della Costituzione e ad un‘etica condivisa nonché sui criteri di base per un obiettivo giudizio politico in merito ai progetti e proposte di legge (sia sul progetto generale di società che sui temi specifici). Riguardo alla diplomazia, l’Italia, che fino a pochi decenni fa aveva un ruolo fondamentale nei rapporti internazionali, deve riacquistare effettiva e aggiornata competenza sulla realtà odierna e sulla sua complessità, ed anche riguardo il giudizio sulle guerre odierne e sulla cultura della pace. Non basta che la ‘premier’ Meloni insista a citare l’art.11 della Costituzione che recita che l’Italia ripudia la guerra. o a ripetere il mantra che l’talia ‘non vuole la guerra e non la farà’, mentre continua a dare ‘fiducia ‘ a quel ‘fine diplomatico’ del ministro degli esteri, l’ectoplasma Tajani che telefona ai suoi ‘sottoposti’ per sapere come vanno i bombardamenti, consigliando perciò di chiudere le finestre! Costoro poi ignorano completamente o addirittura demonizzano le manifestazioni, gli ‘allarmi’ e le proteste pacifiche del popolo, soprattutto dei giovani, onde i governi assumano veramente le proprie responsabilità per un mondo solidale, che, non solo a parole, condanni le guerre e i Paesi che le alimentano, ma soprattutto non facciano soldi con la vendita di armi. Infatti col finto alibi di una fantomatica difesa europea si sottraggono consistenti supporti a sanità, pensioni, università, cultura e informazioni, mettendo l’accento su una falsa ripresa industriale (che è solo quella della produzione di armi!). Senza contare che se i più ricchi e potenti guerrafondai volessero occupare (distruggere) l’Europa, potrebbero farlo sia che questa abbia un solo fucile o mille bombe! Intanto il blitz della Meloni tra i Paesi arabi, è indirizzato a comprare petrolio e vendere armi! Chi ci guadagnerà?
In quanto ad una vera apertura alla mondialità, essa si manifesta anche nell’accoglienza di profughi e migranti avendo la lungimiranza di saperli inserire nel lavoro e nella cittadinanza anche per una integrazione di culture diverse. Riguardo poi ai giovani, laureati, diplomati, ecc., è noto quanto poco il governo italiano li tenga in considerazione, dal momento che per lo più se ne vanno all’estero per avere salari e stipendi dignitosi. Infine, ma non da ultimo, il governo italiano lascia che le grandi società e industrie (che negli anni passati sono state anche oltremodo foraggiate dai governi che si sono succeduti), si trasferiscano all’estero, così come i gruppi editoriali si concentrino nelle mani di imprenditori esteri, o monopolizzati nelle mani di manager farmaceutici (Angelucci) o palazzinari (Caltagirone) senza che il governo assuma almeno un atteggiamento di allarme. Ma forse ciò avviene affinché l’editoria resti solo quella dei giornali che fanno eco alla voce del padrone (governativo), come è stato nella campagna (anche diffamatoria) posta in atto nel recente referendum. In questo panorama, i giornali e giornalisti proni ad una certa destra (nessuno dei quali ha aderito agli scioperi nazionali), se ne fanno megafoni, compreso quel Bruno Vespa che, contrariamente ad altri, mandati in pensione alla scadenza dell’età (si veda L. Onder, ecc.), ancora imperversa sugli schermi del potere padronale. Però mal glie ne incolse, perché i cittadini hanno capito che potevano dimostrare il proprio parere (e dissenso) approfittando almeno dell’unica occasione che gli si è presentata prima delle prossime elezioni. Ecco perché è necessario e urgente che i cittadini pretendano veramente informazioni obiettive e interventi adeguati attraverso una partecipazione che consenta loro di dare voce effettiva, sia mediante organizzazioni e associazioni politico-culturali, e non gestite dai soliti vertici, sia di far politica secondo le vere esigenze popolari per concorrere poi ad eleggere i propri rappresentati anzitutto a partire dalla base, nei comuni, ecc. Ma i ‘partiti’ devono poter esercitare una vera libera dialettica per proporre soluzioni amministrative e superare quel pragmatismo bloccato sul presente ed ancorarsi invece alle idealità che sono le fondamenta per soluzioni condivise e orientate anche al futuro, non tanto piantando alberelli, ma anche cercando di recuperare la storia collettiva di un luogo, una istituzione, ecc., e non solo le fotografie sbiadite di qualche avo o bisnonno di famiglia. Del resto la crisi nazionale, europea e mondiale (ma anche locale) è soprattutto crisi di cultura e storia.
E’ dunque a partire dalla base che si può costituire una democrazia partecipata che possa avere voce anche dopo le elezioni, quando il potere decisionale è nelle mani dagli eletti che costituiscono i consigli amministrativi e le giunte, e poi oltre.
Fin qui il discorso è chiaro. Invece diventa nebuloso quando si va a constatare che le amministrazioni elette (sia pur, in apparenza) ‘democraticamente’, risultano con più o meno evidenza, dipendenti e succubi (sia alla base che ai ‘vertici’) dei poteri forti e di personaggi facoltosi, magari considerati anche ‘mecenati’, mentre si ignorano le vere esigenze e urgenze popolari. L’economia, o meglio, il capitale concentrato in poche mani condiziona le scelte politiche. Nei comuni, sono soprattutto i ‘palazzinari’ e una buona parte del ‘commercio’ a condizionare le scelte amministrative e anche a smantellare le giunte. Queste infatti quasi mai cadono a causa di qualche contrapposizione sugli ideali(quali?). La prossima puntata la incentreremo proprio su alcuni di questi aspetti, in particolare riguardo il territorio e la nostra realtà cittadina.





-ban.jpg)






























































































































































































Non ci sono commenti, vuoi farlo tu?
Scrivi un commento