GLI STATISTICI TRA IL PERICOLO E L’IRRILEVANZA
E’ ormai chiaro che siamo del periodo della post-verità. Da un punto di vista socioculturale si tratta di un fenomeno comunicativo in cui le emozioni e le credenze personali influenzano l’opinione pubblica più dei fatti oggettivi. In pratica, le informazioni vengono percepite e diffuse non tanto per la loro veridicità, ma per la loro capacità di suscitare emozioni e confermare le convinzioni preesistenti. Questo porta a una maggiore diffusione di “fatti alternativi”, delle bufale, e a volte un annullamento della distinzione tra realtà e finzione.
Oggi nel mondo il rapporto tra verità e bufale è diventato un fatto politico di cui preoccuparsi seriamente. Chi detiene il potere non soltanto propala sempre più spesso menzogne, ma combatte apertamente chi si impegna nella ricerca della verità – e tra questi “eroi” del ventunesimo secolo ci sono gli statistici ufficiali.
Alcuni casi dimostrano come lo statistico sia sotto attacco, quasi un San Sebastiano trafitto dalle frecce di poteri illiberali.
Sei mesi fa in Cina un autorevole economista ha affermato che i dati dell’economia rilasciati dal governo sovrastimavano la realtà. Dopo la conferenza è scomparso, non se n’è saputo più nulla.
In Russia, dove durante il periodo dell’URSS le statistiche erano notoriamente del tutto inaffidabili, e dove dopo la creazione della Federazione Russa era stata migliorata la qualità dei dati ufficiali, con l’avvento dell’invasione in Ucraina e l’impennata dell’inflazione in dati sui prezzi non vengono più pubblicati (non è dato sapere quale sia il morale degli statistici e la loro condizione professionale e personale in un paese dove gli “oppositori” non hanno vita facile).
Ma la situazione si presenta vieppiù preoccupante negli Stati Uniti che, fino a poco tempo fa, erano considerati uno dei pilastri della democrazia.
L’amministrazione Trump ha iniziato a colpire duramente il sistema nazionale dell’università e della ricerca scientifica, che da secoli producono il sapere e lo trasmettono alle nuove generazioni contribuendo in maniera sostanziale al benessere dell’umanità. In particolare le università di Harvard e di Berkley, covi di sedizione woke, sono state duramente colpite con il taglio dei contributi federali con conseguente licenziamento di docenti e sospensione delle attività di ricerca. Alla National Science Foundation, l’agenzia federale che distribuisce nel paese i fondi per la ricerca scientifica, è stato licenziato un quarto del personale e il bilancio è stato severamente ridotto. Più in generale, la scienza è diventata, con le sue verità incontrovertibili e difficili da piegare alle volontà della politica, un nemico da abbattere.
L’ultimo colpo alla “verità” è stato inferto da Trump alla statistica ufficiale. Poco dopo la diffusione degli ultimi dati sull’occupazione negli Usa del primo agosto 2025, Erika McEntarfer, direttrice del Bureau of Labour Statistics (BLS) dal 2023, è stata licenziata da Donald Trump che l’ha accusata – senza prove – di aver manipolato i dati per fini politici e l’ha rimossa con atto unilaterale. A nulla è valso che il BLS sia considerato tra le agenzie di statistica più autorevoli al mondo, né che McEntarfer fosse stata nominata con ampio consenso bipartisan in ragione del suo riconosciuto rigore scientifico e del suo profilo super partes. Si tratta dunque di un grave attacco all’indipendenza della statistica pubblica. I dati ufficiali non sono infatti semplici numeri: sono un bene pubblico. Servono a chi governa per decidere, e sono un bene prezioso per chi detiene la sovranità: il popolo elettore. Sono dunque alla base di trasparenza, responsabilità, democrazia e i dati non possono essere cancellati perché scomodi.
Buone notizie sul fronte nazionale. Il ministro Schillaci, medico, uomo di valore scientifico, ha revocato la nomina della Commissione consultiva sui vaccini in cui erano presenti due membri di discusso valore scientifico e apertamente no-vax, difesi e sostenuti da due partiti della maggioranza. In questo caso ha prevalso la “verità”, la comunità scientifica che si è mobilitata in massa, contrastando i così detti “fatti alternativi”.
Gli statistici ufficiali non soltanto vengono osteggiati o, peggio, delegittimati e licenziati; i dati che producono sono largamente ignorati.
Quelli sul cambiamento climatico sono preoccupanti. A distanza di dieci anni dal varo dell’Agenda 2030 dell’ONU e di cinque dalla scadenza temporale individuata per la sua realizzazione, i progressi verso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), pur rilevanti in molti casi, non risultano all’altezza delle aspettative. Si tratta di un risultato che – purtroppo – accomuna le economie avanzate e quelle in via di sviluppo. Senza interventi straordinari, nei prossimi cinque anni il fallimento su larga scala degli SDGs rappresenta lo scenario più probabile: i dati dimostrano incontrovertibilmente che la pressione esercitata dall’uomo sul pianeta non è più sostenibile e che ci sono azioni che possono evitare un disastro irreversibile.
Il fatto è che non soltanto i governanti ma anche, e soprattutto, i cittadini, non traggono lezioni dai dati, non vogliono guardare in faccia la realtà. L’economista Serge Latouche ha detto opportunamente che, per descrivere il conflitto tra urgenze quotidiane (arrivare a fine mese) e urgenze globali (cambiamento climatico, crisi ecologiche), le persone tipicamente “si preoccupano della fine del mese e non della fine del mondo”.
Dunque: gli statistici ufficiali da una parte sono attaccati da chi non vuole che dicano la “verità” e, dall’altra, producono dati che vengono ignorati deliberatamente.
Insomma, mala tempora currunt per gli statistici stretti nella morsa tra il pericolo e l’irrilevanza.





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