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“HAMNET- NEL NOME DEL FIGLIO”

“HAMNET- NEL NOME DEL FIGLIO”
Febbraio 16
07:55 2026

“HAMNET- NEL NOME DEL FIGLIO”

Ho visto al cinema “Hamnet – Nel nome del figlio” (ispirato al libro “Nel nome del figlio. Hamnet “ di Maggie O’Farrell), che tratta della morte di Hamnet, figlio di William Shakespeare (Will) e di sua moglie Anne Hathaway (Agnes), e la genesi di Hamlet, il capolavoro teatrale della tragedia dell’Amleto. Per comprendere la genesi della luttuosa vicenda e di come verrà elaborata in tragedia teatrale viene narrata la storia che la precede, una storia  che  passa dall’incanto iniziale di una foresta quasi magica, colorata dall’abito rosso di Agnes, un colore  che folgora Will, con cui avrà tre figli, Susannah e i gemelli Judith, e per l’appunto Hamnet, alla sua morte, uno strazio insostenibile, ritratto nel dolore esplicitato di sua madre, che se lo porta addosso fino alla fine e se il senso di colpa di Will per non esserci stato in quel fatale momento che si trasformerà in opera teatrale in nome del figlio. Il passaggio quasi d’obbligo all’opera teatrale rende tutto più tragico e consapevole. Perché se Agnes piange tutte le sue lacrime fino all’ultima inquadratura (e con lei il pubblico), Will continua a cercare il fantasma del figlio nella sua ideazione più popolare. Alla prima rappresentazione di Amleto al Globe Theatre inizialmente Agnes si offende per l’uso del nome del figlio, ma riconosce che l’opera è un omaggio a Hamnet quando vede William interpretare il fantasma del padre di Amleto e si commuove. La rappresentazione dell’Amleto, è di una potenza emotiva devastante, mentre Agnes guarda il dramma svolgersi sul palco, riconosce frammenti della propria storia – il dolore per la perdita, la ricerca disperata di senso, l’amore che persiste oltre la morte. È un momento di riconciliazione, non solo tra Agnes e William, ma tra la vita e l’arte, tra l’esperienza vissuta e la sua trasfigurazione creativa. Dietro le quinte, William, notandola tra il pubblico, scoppia in lacrime e osserva la rappresentazione dall’uscio. La pièce prosegue con le scene di duello, realizzando il sogno di Hamnet di recitare un ruolo d’azione (il padre gli aveva insegnato a duellare con la spada e gli aveva chiesto di essere coraggioso). Quando il personaggio di Amleto muore, Agnes tende la mano all’attore che interpreta Hamlet e lo afferra alla base del pollice, come fece la prima volta con William; anche il pubblico la imita, protendendo le mani verso il palco. Agnes ha una visione di Hamnet sul palcoscenico: da triste, il suo volto si illumina in un sorriso prima di svanire dietro le quinte, attraversando una cavità simile alla grotta della foresta. L’immortalità simbolica di Hamnet/Hamlet è data dal linguaggio e dalla memoria collettiva, per questo nel film gli spettatori della rappresentazione teatrale dell’Hamlet (Amleto), prima tra tutte la moglie di Shakespeare, tendono la mano verso l’attore che interpreta Amleto prima che muoia: è un modo per dirgli siamo qui, ti vediamo, ti riconosciamo e, come tuo padre ti chiede di fare nella tragedia, non ti dimenticheremo, in quanto la tua giovane vita, seppur spezzata, non ha valore sulla base di cosa hai fatto o se sei ancora vivo, ma sulla base di come vieni ricordato.

Storicamente e narrativamente, Hamnet e Hamlet erano lo stesso nome. Il film, ma anche la rappresentazione teatrale dell’Amleto, sono un atto di amore che rimane impresso nell’ anima e nel cuore dello spettatore (“Apri il cuore” viene più volte detto nel film). Agnes testimonia in maniera straziante e aperta il suo dolore, mentre quello di Will, è trattenuto, ma sfocia nella creazione della sua più imponente e celebre opera, Hamlet. La fusione emozionale dei due protagonisti nel dolore e nelle sue diverse componenti, è un’esperienza fortemente catartica.  È una dichiarazione struggentemente poetica: Hamnet (il figlio), e Hamlet (il personaggio/l’opera) si fondono in maniera definitiva. La percezione è che il nome del figlio non sia stato sostituito da quello del dramma, ma che il dramma sia l’unico luogo dove il figlio può continuare a esistere. Nella prima parte del film, questa intercambiabilità dei nomi serve a preparare lo spettatore al “sacrificio” finale. Quando il figlio muore, il padre “ruba” il suo nome per consegnarlo all’immortalità del palcoscenico, così il monologo del “il to be or not be” (“essere o non essere”), sembra riguardare per molti più il figlio Hamnet che il padre Willliam Shakespeare, diventando potentemente simbolico della vita oltre la morte durante la rappresentazione teatrale. In questa prospettiva, il teatro shakespeariano diventa un luogo dove i morti non tornano in vita, ma continuano a parlare attraverso il teatro stesso, come memoria.  Così l’arte teatrale offre un potere catartico per superare il lutto, trasformando il “buco nero” della morte in un’energia creativa, un atto di restituzione che ci ricorda che dietro ogni grande opera d’arte c’è sempre una storia umana, fatta di amore, dolore e quella misteriosa capacità di trasformare la sofferenza in bellezza. Il film ci invita infine a leggere l’Amleto non come tragedia della vendetta, ma come tragedia dell’impossibilità di dimenticare. E, come dice Amleto prima di morire: il resto è silenzio.

Voglio concludere citando il monologo più commovente “il to be or not be” (“essere o non essere”) per consegnare Hamnet/Hamlet all’immortalità attraverso le sue stesse parole ( in quel dilemma esistenziale tra sopportare passivamente le ingiustizie e i dolori della vita o ribellarsi affrontando rischi estremi, inclusa la morte):

“Essere, o non essere, questo è il dilemma:

se sia più nobile nella mente soffrire

colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna

o prender armi contro un mare d’affanni

e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…

nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine

al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali

di cui è erede la carne: è una conclusione

da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.

Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,

perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire

dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale

deve farci riflettere. È questo lo scrupolo

che dà alla sventura una vita così lunga.

Perché chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,

il torto dell’oppressore, l’ingiuria dell’uomo superbo,

gli spasimi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge,

l’insolenza delle cariche ufficiali, e il disprezzo

che il merito paziente riceve dagli indegni,

quando egli stesso potrebbe darsi quietanza

con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli,

grugnendo e sudando sotto il peso di una vita faticosa,

se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte,

il paese inesplorato dalla cui frontiera

nessun viaggiatore fa ritorno, sconcerta la volontà

e ci fa sopportare i mali che abbiamo

piuttosto che accorrere verso altri che ci sono ignoti?

Così la coscienza ci rende tutti codardi,

e così il colore naturale della risolutezza

è reso malsano dalla pallida cera del pensiero,

e imprese di grande altezza e momento

per questa ragione deviano dal loro corso

e perdono il nome di azione”.

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