Domenica al cinema ho visto con le amiche “Il Diavolo veste Prada 2” un film sul quale riflettere perché mette in scena attraverso il mondo informativo dell’immagine sempre più digitale, scrollato in luoghi improbabili, a portata di clic e sempre più soggetto a logiche di profitto immediato, crisi editoriali, crolli di redazione, acquisizioni aggressive, logiche finanziarie, accorpamenti e tagli di personale, un concetto essenziale che dimostra che la cultura si salva se c’è una visione non una logica di vendita, tagli, semplificazioni, se c’è qualcuno disposto a difenderne la credibilità con un modello di identità e visione, di responsabilità e gioco collaborativo di squadra contro la logica dello smantellamento e del profitto. La denuncia del film è precisa: le istituzioni culturali non vengono distrutte per fallimento interno, ma per decisioni esterne, spesso prese da chi non ne comprende il valore interessato solo al potenziale economico che al contenuto. Miranda Priestly (Meryl Streep) salva la sua rivista Runway attraverso il rilancio di un lavoro creativo, editoriale e artistico, che richiede la ricerca della bellezza ( elogiata davanti all’ “Ultima cena” del refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano del genio creativo e simbolico di Leonardo da Vinci a ricordarci la fallibilità degli uomini che tradiscono anche di fronte a un Gesù dipinto senza l’aureola di un santo e ricordandoci anche, per i buoni osservatori più riflessivi, che il punto di fuga della prospettiva centrale del dipinto è nella tempia di Gesù ad indicare proprio la mente creativa dell’uomo) difendendola da chi la umilia e ne tradisce il valore intrinseco. Il messaggio è chiaro: il problema non è il cambiamento, ma il tipo di cambiamento. Quando è guidato solo dal profitto cancella identità e competenze, quando invece nasce da una visione, può evolvere senza distruggere. La sopravvivenza nel sistema contemporaneo non passa più attraverso il successo individuale, ma attraverso la capacità di collaborare in una logica collettiva di responsabilità condivisa. La rivista Runway non viene salvata da un singolo gesto eroico, ma da una rete di relazioni ( tessute da Miranda Priestly, Andy Sachs e Nigel Kipling, da collaboratori e da sostenitori devoti), con compromessi e scelte strategiche e ricordandoci attraverso il personaggio di Miranda Priestly, che rimanendo a capo della rivista Runway, dichiara anche con molta umanità, che “il suo lavoro, che ama, ha un prezzo da pagare” e che il pubblico deve sapere e conoscere, attraverso il libro-confessione che dovrà scrivere di Andy Sachs (Anne Hathaway) su Miranda Priestly e da lei vivamente sostenuto, per ricordarci infine che una carriera come la sua e quella della giornalista / scrittrice Andy richiede sacrifici personali, dedizione, professionalità, competenza, passione, visione e consapevolezza per costruire e ricostruire credibilità. Runway diventa così un simbolo: non solo di una rivista, ma di tutte quelle istituzioni culturali che rischiano di essere svuotate. Il fatto che sopravviva è una presa di posizione. Il film difende l’idea che il futuro abbia bisogno di memoria, competenze e visione. E che senza queste componenti, anche il sistema più redditizio è destinato ad essere vuoto. E prendendo in prestito le parole di Miranda Priestly nel primo film “Il diavolo veste Prada”: “È tutto”.






















































































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