Il diritto difficile
La parola professionista significa e implica una attività non occasionale di particolare preparazione, impegno e responsabilità. Si può essere professionisti in vari campi, tutti riguardanti e relativamente importanti per ognuno di noi. Spesso si pensa quasi esclusivamente al medico, all’avvocato o simili, ma ci sono gli arbitri, i giocatori, i giornalisti, magari gli artisti quando non lo facciano per hobby, alcuni artigiani specialissimi, e molti altri che ricadono nella definizione iniziale. Tutti, benché in possesso dei requisiti richiesti, come uomini possono sbagliare. Alcuni incidono di più sui singoli perché curano interessi primari: istruzione, salute, libertà e diritto a ottenere giustizia per una vita confortevole e sicura. Sono i professori, i medici e i magistrati per la delicatezza della materia e delle situazioni trattate. Fatti recenti e interpretazioni fuorvianti, forse volute, anche provenienti da alte cariche in versione diciamo “da bar”, ci richiedono di focalizzare l’attenzione sulla grande difficoltà del magistrato, che deve essere per l’appunto giudice e arbitro imparziale, nell’esercizio di applicare il diritto. La prima difficoltà è quella di eliminare il pregiudizio, una umana convinzione soggettiva che può derivare da esperienze di tutti i giorni e che può essere agganciata o sconfinare nella simpatia o antipatia. Ecco un esempio banale però adatto alla comprensione. Molti di noi possono avere, in caso di incidente che coinvolge moto o motorini, un pregiudizio sfavorevole perché la moto va veloce o il motorino taglia la strada all’improvviso. Ma naturalmente spesso o qualche volta, non ha importanza, non è così. Il giudice accerta i fatti e, nel caso, dà ragione all’abitualmente “vituperato” motorino. Altri pregiudizi sono ancora più difficili da eliminare: sono quelli morali o pseudo-morali e quelli politici o pseudo-politici che si possono tingere di razzismo. Il giudice ha il compito altissimo di applicare il diritto per permettere a tutti di vivere per l’appunto in uno stato regolato dal diritto non in una teocrazia o in una dittatura variamente declinata in autocrazia o magari “governo del popolo”. In sostanza assicurare a tutti, intesi come persone delle più varie condizioni e idee, le libertà e i diritti di ogni tipo. Nei fatti e nelle interpretazioni sopra accennate, segnatamente la sentenza che stabilisce un risarcimento a un pluricondannato e quella che assegna un risarcimento ad una Associazione umanitaria per il fermo di una nave da essa gestita, è stato commesso l’errore, tanto più grave se proveniente da persone di livello istituzionale che si presumono dotate di preparazione e discernimento, di parlare applicando appunto un pregiudizio morale in uno e politico nell’altro caso. Se si vuole mescolando all’applicazione del diritto gli altri piani, quello morale nel primo caso, quello più propriamente politico nel secondo. Ma un giudice non può dire, se viene commesso un errore amministrativo o di altra natura che comporti un risarcimento, non dichiaro e condanno a risarcire perché il danneggiato “non lo merita” o perché prima del danno subito ha compiuto azioni non condivisibili e purtuttavia legali. Naturalmente possono esserci errori, ma di merito e non di aspettative paralegali, errori che vanno riparati eventualmente nei successivi gradi di giudizio previsti sempre dal diritto. Il tifo viene sempre in subordine ad un arbitraggio “legale”: si deve assegnare un rigore lampante anche alla squadra che per vari motivi ha giocato malissimo. È il rispetto delle regole (del diritto) che ci consentono, almeno fino ad ora di vivere in un Paese democratico e sicuro dal punto di vista sostanziale. Diversamente passetto dopo passetto potremmo ritrovarci con dei capi supremi o riediti imperatori. Pensiamoci un po’ prima di “sfruttare”, anziché criticare nel merito, le sentenze che non ci piacciono. E buon lavoro a tutti, magistrati e politici, ma ognuno nella propria “officina” e con i propri attrezzi.





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