L’ ARTE DI STARE DA SOLI: SOLITUDINE O LIBERTÀ?
Pier Paolo Pasolini diceva: “Bisogna essere molto forti per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe e una resistenza fuori dal comune”. In tal senso possiamo dire che la solitudine ci insegna il coraggio e la forza di volontà, ma soprattutto ci insegna a guardarci dentro, ad accettare i nostri difetti e ad ammettere di avere dei pregi; la solitudine ci insegna ad amare, a voler bene. Qualcuno mi dirà: “Ad amare si impara in due”, ma non è mica detto. Spesso infatti si capisce quale sia il valore da dare alle persone, con un posto vuoto accanto, prendendosi entrambi, di comune accordo e civilmente, una pausa di temporanea riflessione. Il problema è che quando sappiamo cosa cerchiamo, ma soprattutto cosa abbiamo da dare, non ci accontentiamo più di donarlo a chiunque. Come rendere allora la solitudine una nostra alleata, come farcela amica? Se è vero infatti che la solitudine può fungere da scudo temporaneo per proteggersi dalle ferite relazionali simultaneamente, può trasformarsi, se sana, in uno spazio prezioso per prepararsi ad amare consapevolmente. Come? Attraverso l’introspezione si sviluppa l’autoconsapevolezza che permette di comprendere il proprio valore e i propri desideri, rendendo l’amore una scelta libera e non un bisogno disperato. Amare la solitudine non significa odiare la compagnia, ma essere liberi scegliendo di amare senza bisogno di “colmare” un vuoto.
L’arte di stare da soli allora è solitudine o libertà?
L’essere umano non nasce però per stare solo infatti dal momento in cui veniamo al mondo ognuno di noi è psicologicamente e biologicamente orientato alla relazione. Il contatto, lo sguardo, la voce dell’altro sono tutti elementi fondamentali per il nostro sviluppo, non solo quello psichico come la nostra identità ma anche quello neurobiologico perché il nostro cervello si sviluppa in relazione agli altri, la percezione di noi stessi si sviluppa insieme e con gli altri attraverso il legame che resta per tutta la vita anche quando cerchiamo la distanza e l’isolamento. Ma allora per quale motivo molte persone iniziano a rivendicare il diritto di stare da sole? È una domanda che si può leggere su più livelli. Da un lato c’è una trasformazione sociale profonda: viviamo in una società iperconnessa ma senza più contatti personali faccia a faccia, più individualista, con guerre di supremazia e di potere che dividono le persone invece di unirle, si moltiplicano le vite indipendenti, le famiglie mononucleari, i legami a distanza, i lavori da remoto, l’isolamento generato dai social media, lo stare in mezzo agli altri ma sentirsi soli, la mancanza di comunicazione e dialogo di confronto nella coppia che spesso fallisce e si sgretola, l’aumentare delle separazioni e dei divorzi, il seminare diffidenza e timore dell’altro e del diverso, la difficoltà a mettere su famiglia da parte dei giovani e la conseguente natalità bassissima e tanti altri aspetti che vanno in questa direzione. Tutte queste motivazioni hanno cambiato non solo le relazioni ma anche il modo stesso in cui viene percepita la solitudine, da una condizione temuta, in certi contesti in un valore, una forma di quasi autorealizzazione, o un gesto di autodeterminazione. Ma questa prospettiva rischia di essere ingannevole infatti non tutta la solitudine è una scelta e non tutte le scelte nascono da un desiderio autentico. Così spesso si è lontani per necessità di ritrovarsi altre volte per non soffrire e spesso queste condizioni finiscono per coincidere e non sono più distinguibili. Per cui da un lato la solitudine è per libertà altre volte finisce per isolarci ancora di più. Così spesso sentiamo dirci la frase: “Se non sappiamo stare bene di stare da soli non staremo mai bene con gli altri”, riferita e detta come una verità assoluta ma le cose non stanno così. Stare da soli non significa infatti solo resistere all’assenza degli altri, significa anche restare in contatto con sé stessi, senza distrazioni, senza fughe, senza bisogno di una presenza che ci confermi che esistiamo. Negli ultimi anni, complice anche la pandemia, questa idea si è diffusa sempre di più così molti confrontandosi solo con sé stessi, hanno riscoperto loro stessi, il piacere del silenzio, più tardi di viaggiare da soli e ciò è diventata una pratica diffusa, un’arte da coltivare, un potere di libertà personale, di indipendenza emotiva, un modo per proteggere i propri confini e per non dipendere da nessuno. Spesso la solitudine non ha a che fare con la quantità ma quanto con gli aspetti qualitativi e con degli aspetti profondi e interiori di noi, di scoperta del mondo e di rapporti affettivi. Quindi se da un lato la solitudine può essere, se consapevole, rigenerante (permette di centrarsi, di autoregolarsi emotivamente dopo rotture di legami o liti ad esempio e curare il nostro stato emotivo dalla sofferenza vissuta, di rielaborare pensieri, di stare in silenzio per cercare quiete, identità, forza e percepire i propri stati d’animo, di essere creativi) può anche essere logorante (isola e crea senso di vuoto, aumenta lo stress e l’ansia, attiva i circuiti del dolore sovrapponendoli a quelli di isolamento ed esclusione sociale, genera malessere profondo, riduce la motivazione). Come viviamo la solitudine quindi non fa bene, dipende da cosa ci spinga a cercare la solitudine, dalla qualità della nostra relazione interna e da quanto abbiamo elaborato o meno le esperienze che ci costringono a prendere le distanze dagli altri. Così bisogna chiedersi perché, in momento specifico, stiamo desiderando quella condizione e come poi successivamente la viviamo davvero. La solitudine sana infatti non è autodifesa, non è distanza dai legami, non è anestesia, non è fuga, non porta a chiudersi ma ad aprirsi all’altro a non essere diffidente o indifferente verso l’altro. È uno spazio che rigenera ricontattando la nostra parte più profonda per prepararci all’incontro con l’altro, non è un muro che ci isola dall’altro ma un confine che protegge cosa c’è di più intimo.
Facciamo un esempio: siamo usciti da una relazione conflittuale o particolarmente ostica così decidiamo per un certo periodo di non avere altre relazioni, questa solitudine non ci allontana dall’altro ma ci prepara a vivere la nostra futura relazione in modo più chiaro, definito, sapendo quello che vogliamo e quello che ci aspettiamo da noi stessi e dall’altro. Se invece questo periodo di pausa dalle relazioni non serve a questo, non serve a prepararci al prossimo incontro, a stare meglio nella prossima relazione ma ci induce a distanziarci da ogni possibilità relazionale non è più una solitudine positiva, diventa una solitudine difensiva che tende a irrigidirci. Questa tipologia di solitudine si nutre di pensieri ricorsivi, di giudizi sugli altri, di convinzioni che rafforzano la distanza e rafforzano il nostro pensiero “nessuno mi capisce; è meglio fare da soli; le persone ci deludono sempre”. È una solitudine questa che non ci aiuta a progredire, ad andare avanti, non è funzionale perché ci blocca e soprattutto non ha nulla di evolutivo, resta sempre uguale a sé stessa, come una stanza chiusa da tempo senza finestre e senza le chiavi per poter accedere rimarrà sempre identica, con l’aria che non circola più diventando rarefatta.
Altro elemento fondamentale per capire se la solitudine sia positiva, è il contatto con le proprie emozioni. Chi sta bene con la propria solitudine sa stare in ascolto delle sue emozioni, anche quando sono intense, difficili e ci fanno male. Chi si isola per difendersi prova una sorta di anestesia emotiva, non si sente davvero, è come se fosse disconnesso emotivamente.
Infine bisogna chiedersi un’altra cosa importantissima e scomodissima:” Questa solitudine che sto sperimentando è una scelta o è diventata un’abitudine?” Perché a volte cominciamo a stare soli per necessità ma poi col tempo quella condizione smette di far male ma anche di far bene, diventa comoda, sicura, conosciuta e come per tutte le abitudini finisce per ripetersi anche quando non ci serve più. Così non serve dire all’altro dall’esterno se la sua solitudine sia sana o patologica, se sia una forma di libertà o di paura, ma ciascuno può provare ad interrogarsi da dentro chiedendosi: “perché sto da solo? Ma anche e soprattutto come mi sento davvero mentre ci sto?” Qui si gioca la differenza tra una solitudine funzionale che ci consente di progredire e d’incontrare gli altri in un futuro e una che ci isola e ci rinchiude in noi stessi. Il criterio può essere ascoltare la sensazione che noi proviamo dentro. Ha a che fare col domandarsi dal punto di vista emotivo: “questa solitudine mi sta nutrendo o mi sta consumando? Mi aiuta a conoscermi o mi sta allontanando da ciò che sono? Mi rende davvero più libero/a o più solo/a?” La vera sfida non è capire se la solitudine ci faccia bene o male ma trovare un equilibrio dove riusciamo ad avere i nostri spazi di solitudine e i nostri spazi di relazioni autentiche.





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