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La Chiesa Tuscolana, a due anni dall’accorpamento

Gennaio 20
16:29 2026

   A poco più di due anni dall’accorpamento della diocesi tuscolana con quella di Segni-Velletri, è necessario se non un primo bilancio, almeno prendere in considerazione alcuni aspetti di pastorale e le ricadute nella prassi della diocesi di Frascati.

   Partiamo da un dato di fatto. Da quando, decenni fa, si cominciò a parlare di accorpamento delle diocesi in Italia – in quanto alcune con dimensioni territoriali molto ridotte (come quella tuscolana), e di altre ne restava  solo un titolo ‘storico’ – onde addivenire ad una maggiore efficacia pastorale (si ricordino anche i ‘piani pastorali’ decennali della CEI), per alcune diocesi il processo di unione (e talvolta di soppressione) si è svolto rapidamente, mentre per altre è andato per le lunghe, per diversi motivi: la titolarità ad un cardinale e il restante suo influsso (‘ingerenza’ più o meno palese, sia pur ufficialmente pro-forma dal 1962), i rapporti dei politici nostrani con la Capitale che avevano il loro peso anche con la curia romana (almeno finché ci sono stati uomini politici di calibro e non solo con visuali alquanto provincialistiche), ed infine la crescita della popolazione nel territorio romano che dilagava in gran parte verso i Castelli, ecc.,  Tutto ciò poneva pure il problema in merito alla cura pastorale negli insediamenti cresciuti in modo caotico tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso (anche con l’estendersi di insediamenti abusivi), cosicché si ipotizzarono eventuali accorpamenti anche nel Sud-est dell’Urbe (leggi: diocesi di Roma, Albano, Palestrina, Tivoli). Mentre sul versante amministrativo si arriverà alla Città metropolitana.

   L’ultima diocesi del Lazio non ‘accorpata’ (ancora nel 2022) risultava Frascati per la quale si intervenne approfittando dei raggiunti limiti d’età del vescovo e non lasciandogli la personale speranza (quasi una sua certezza) di rimanere ancora un anno in diocesi. Sicché si procedette immediatamente all’accorpamento e – inaspettatamente, almeno per i non ‘addetti ai lavori’ – con la diocesi di Velletri-Segni.    

    Certamente questa decisione ha creato qualche difficoltà per un adeguamento ecclesiastico-pastorale sottovalutando innanzitutto quella ‘forma mentis’ più conforme con la chiesa di Roma che non con altre diocesi viciniori, tanto più che per ‘raggiungere’ Velletri, si deve ‘attraversare’ una parte del territorio della diocesi di Albano (peraltro una diocesi molto estesa).  

     L’accorpamento delle diocesi in Italia è ancora obiettivamente da valutare, soprattutto riguardo la ‘gestione’ pastorale, non solo perché da tempo si riscontra la carenza numerica (e anche l’insufficienza pastorale-teologica) del clero secolare, ma anche riguardo l’efficacia di alcune decisioni che talvolta sembrano piuttosto prese a tavolino, scavalcando una previa consultazione dei fedeli. Senza contare che un vescovo che deve ‘badare’ ad un territorio ecclesiastico molto ampio, difficilmente potrà valutare le modalità più consone per intervenire sulle urgenze, specialmente se si è a corto di preti, per quanto un presule possa cercare di superare certe difficoltà con una presenza ‘dinamica’ o affidando incarichi ben precisi e verificabili.

    Non si dimentichi che per la diocesi di Frascati un quindicennio di gestione episcopale verticistica, con un calendario molto personale di ‘lezioni’ (e con migliaia di pubblicazioni catechistiche, oltre a decisioni più o meno condivise dal clero residuo e con alcuni preti anche allontanati senza una specifica ragione), ha ‘disamorato’ i fedeli e ridotto all’osso quell’associazionismo laicale che non si sia voluto conformare ad una residuale presenza passiva. D’altronde anche gli organismi pastorali (alcuni solo sulla carta) fungevano tuttalpiù da cassa di risonanza, a favore di una pletora di ‘uffici’ di curia (i cui componenti tra l’altro non si conoscevano nemmeno tra loro!). La stessa ‘comunicazione’ è risultata inadeguata per informazioni necessarie e puntuali che non fossero a senso unico.  Certo i bilanci economici sono apparsi in ordine, dopo una gestione precedente un po’ ‘arruffona’, ma la battuta che circolava in merito era quella che ‘se la diocesi avesse avuto bisogno di quadrare i bilanci sarebbe bastato un ragioniere più che un presule’! Non sono mancati eclatanti errori di prospettiva e anche carenza di consultazione, come quella in merito all’unità pastorale tra le parrocchie di Grottaferrata.

      Oggi la chiesa ‘tuscolano-veliterna’ come del resto tutte le chiese locali unite in persona episcopi, dopo aver imboccato dapprima la strada di un certo  ‘accentramento’ almeno per quanto riguarda alcuni incontri formativi, ha fatto seguire un graduale decentramento che, sia pur parziale ed in una ancora non ben definita pastorale d’insieme, favorisce e coinvolge prevalentemente una certa platea giovanile (quella associativa) trainata però solo dai grandi avvenimenti di questi ultimi due anni (sinodo e giubileo), ma, almeno a prima evidenza, senza effettive ricadute sulla ‘vita’ parrocchiale, che continua a trascinarsi tra messe ‘burocratiche’ prive di una vera partecipazione e gruppi e conventicole ai minimi termini e per di più alquanto devozionali, con quell’’entusiasmo’ che alcuni autori (Benasayag- Shmit) una decina d’anni fa avevano definito come ‘l’epoca delle passioni tristi’).

     Occorrerà pertanto investire su alcuni ‘settori’ più urgenti, dopo quello in atto con gi insegnanti di religione, come, ad esempio, una adeguata pastorale per gli adulti-anziani (che sono maggioranza nel Paese e che frequentano (passivamente spesso) le nostre chiese; un associazionismo più qualificato (e non solo attivista), una effettiva e concreta pastorale sociale e del lavoro (che prenda in considerazione l’occupazione giovanile, gli immigrati, badanti, lavoro nero, ecc.)  e non si limiti a distribuire messaggi papali della pace (a sindaci e affini che in genere nelle campagne elettorali normalmente si azzuffano con gli avversari!), intervenendo sul rapporto tra fede e politica secondo quelle logiche indicate da Paolo VI, Francesco e Leone XIV. Ma sulla politica nostrana torneremo in seguito (intanto – ‘Cicero pro domo sua’ – mi permetto di consigliare di leggere una mia recente pubblicazione su ‘Frascati, tra storia, politica e antistoria’).

    Va riconsiderata completamente la pastorale parrocchiale, oggi frammentata in mille funzioni e attività (tra l’altro Frascati conta ben 4 parrocchie nel raggio di trecento metri! E considerando che in certe parrocchie insistono anche istituti religiosi che se è vero che perdono vocazioni, comunque esistono e languono anche economicamente! E qui ci sarebbe da auspicare una maggiore intesa e collaborazione del clero e delle comunità religiose anche femminili, e non solo per ‘uscite’ onde godere di beatificazioni o benedizioni più o meno estemporanee.

   E’ urgente, onde elaborare un piano pastorale condiviso, costituire un vero consiglio pastorale diocesano, non nella scia di certi consigli parrocchiali, messi in piedi (?) tra gli amici del parroco e qualche aiuto-sacrestano. La ulteriore crescita di ministri dell’eucarestia e di diaconi più che un risultato positivo potrebbe sembrare (ma forse mi sbaglio) un ulteriore sintomo di una chiesa clericale. La curia, per lo più obbediente e solo in attesa di ordini nei recenti quindici anni, va ristrutturata affinché sia più efficace ed efficiente al di là delle burocrazie, nell’ottica di Leone XIV che, per la curia romana esortava ad essere “in linea con la riforma di Praedicate Evangelium, sottolineando l’importanza di un servizio autentico, di relazioni sincere e di un atteggiamento più aperto e meno autoreferenziale”. 

   In un tempo di falsi mecenatismi, di egoismi e arroganze, soprattutto di ricchi e potenti (cui non si lesinano comunque a destra e a manca benedizioni clericali), di secolarizzazione e individualismi, occorre una pastorale dinamica, non di proselitismi né di belle maniere considerando che la fede non si può giudicare sulla presenza nelle Messe o nella ‘sedentarietà’ delle chiese parrocchiali dove, per qualcuno, è tanto bello ascoltare la musica d’organo e assentire a quella sorta di galateo a cui spesso viene ridotto il vangelo con certe ‘prediche’, in cui – nel cambio d’epoca, e in un tempo di immigrazione, di diversità di fedi e culture – non si fa quasi mai riferimento all’ecumenismo (tutt’al più un cenno nella annuale scadenza della settimana di preghiera di prammatica!). Insomma la chiesa locale resta ancora chiusa ad intra nonostante le esortazioni già di papa Francesco per una chiesa ‘in uscita’ e non smascherandosi dietro false forme e inviti all’accoglienza (che spesso significano “venite da noi perché noi da voi non ci veniamo”!). E il Concilio? Sembra, come si è detto tempo fa, una vecchia fotografia sbiadita. Il papa ne è cosciente e per questo le sue catechesi del mercoledì sono cominciante nel segno di una rilettura dei documenti conciliari.

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