LA CHIUSURA DELLE ATTIVITÀ COMMERCIALI
Il trend di chiusura dei negozi di vicinato prosegue, con oltre 103.000 negozi scomparsi tra il 2011 e il 2025. Ti sei mai accorto di quella saracinesca abbassata che ieri era viva e oggi sembra un ricordo? Succede spesso, troppo spesso. E la sensazione è sempre la stessa, non è solo un negozio che chiude, è un pezzo di strada che si spegne, un’abitudine che sparisce, un “ci vediamo lì” che non funziona più. Ecco il punto: non sta cambiando solo dove compriamo, sta cambiando perché compriamo e cosa consideriamo “necessario”.
Negli ultimi anni molte famiglie hanno fatto una scelta silenziosa ma decisiva: prima vengono bollette, affitti, rate, salute, scuola, trasporti. Poi, se avanza, il resto. È qui che tanti piccoli negozi perdono terreno, perché vivono soprattutto di acquisti “di piacere” o comunque rinviabili.
In concreto significa:
-meno acquisti d’impulso;
-più attenzione al prezzo;
-più sostituzioni con alternative low-cost;
-più “ci penso” che diventano “non lo prendo”.
l risultato è un flusso di cassa più fragile per le attività commerciali che di fronte a un aumento dei costi, o un mese storto, o un calo di passaggio, finiscono per chiudere.
D’altro canto l’acquisto online non è più “una comodità”, è un’abitudine. Tra 2012 e 2024 il commercio via internet è cresciuto di oltre il +114,9%, mentre i negozi fisici hanno perso più di 140.000 unità in 12 anni, con un saldo che arriva a circa 103.000 chiusure nette tra 2011 e 2025 come dicevamo. Non è solo la consegna a casa. È il confronto immediato dei prezzi, le recensioni, la disponibilità infinita. E per un micro-negozio, competere con:
-assortimento vastissimo;
– logistica efficiente;
-promozioni continue;
diventa una sfida impari, soprattutto se la clientela in zona diminuisce o invecchia.
Nei piccoli centri storici dei paesi la situazione è ancora più grave. Il dato che fa più rumore è questo: oltre 1.200 comuni risultano senza negozi di alimentari. E poi ce ne sono 3.200 senza librerie, cartolerie o articoli sportivi, e 3.800 senza stazioni di servizio.
Sembra solo “comodità”, ma è molto di più:
-più spostamenti, e non tutti hanno auto o tempo;
– più isolamento per anziani e famiglie fragili;
-vie più vuote, quindi meno sicurezza percepita;
-meno incontri casuali, meno comunità.
La crisi non è solo economica. È una crisi di prossimità. Stiamo perdendo luoghi dove non si comprava soltanto, si parlava, si chiedeva un consiglio, ci si riconosceva. Finché la saracinesca abbassata resta un fatto isolato, fa tristezza. Quando diventa la norma, cambia il modo in cui viviamo città e paesi. Il fenomeno della desertificazione commerciale non solo indebolisce la vitalità economica degli spazi urbani, ma compromette anche la qualità complessiva della vita cittadina, riducendo l’accesso dei residenti a beni e servizi essenziali. La perdita di tutte queste attività accentua il rischio di desertificazione commerciale, fenomeno che ha effetti più ampi, non riguardando soltanto una categoria imprenditoriale ma l’intera comunità. È sempre più evidente che la scomparsa del commercio di prossimità genera impatti negativi sulla vivibilità urbana: insicurezza, microcriminalità, perdita di decoro, svalutazione immobiliare e, più in generale, aumento del disagio sociale ed economico. Le conseguenze risultano particolarmente gravi nei centri storici, dove la perdita di negozi e botteghe può determinare o accelerare il processo di espulsione della popolazione residente. E la verità è questa: se il negozio di vicinato muore, non muore solo un’attività. Muore un presidio sociale. E ricostruirlo, dopo, costa molto più di quanto immaginiamo.
A prima vista sembrerebbe che il retail stia cambiando forma, che non stia sparendo, ma si stia spostando verso modelli diversi, spesso più grandi, più standardizzati, più capaci di reggere costi e volumi. Ma la verità purtroppo non è questa. Giorni fa sono stata in un noto centro commerciale di Roma, il centro commerciale Cinecittà due, la desolazione era tanta perché tantissimi negozi hanno chiuso la saracinesca. Un intero piano primo una volta pieno di attività come Guess, Carla G., Max &Co, Talco, Tezenis, Carrefour, e molti altri negozi ora hanno chiuso. E la situazione non cambia se ci si sposta al centro commerciale Tor Vergata di Roma o in altri centri commerciali di Roma. Ora sembrano a rischio anche altre attività come Kasanova e OVS. Questo perché sta accadendo? Si sta verificando perché le attività commerciali non vendendo più non riescono a far fronte ad affitti elevatissimi, tasse, bollette, spese di gestione, ecc.
La situazione di Roma è drammatica. Il Lazio ma anche altre regioni sono a rischio come Lombardia, Veneto e Piemonte. In percentuale soffrono molto anche Valle d’Aosta e Friuli-Venezia Giulia. Alcune città, come Ancona, Trieste e Ravenna, vengono indicate come aree a rischio forte, con la possibilità di perdere fino a un terzo delle attività. Non è un dettaglio statistico. È una mappa del disagio urbano che si forma lentamente, via dopo via.
Nel 2026 si parla anche di chiusure domenicali nella grande distribuzione, con l’obiettivo di ridurre i costi delle maggiorazioni e liberare risorse per sconti e strategie anti-inflazione. Un italiano su tre già non fa la spesa nei festivi, e molti approvano per il benessere dei lavoratori, anche se resta una quota che teme disagi.
Intanto cambiano anche i carrelli: più frutta, verdura e pesce, meno carni rosse, e cresce la domanda di prodotti a marchio del distributore, spesso percepiti come più convenienti.
Il futuro delle imprese del commercio al dettaglio, e non solo, in Italia non può essere lasciato all’inerzia, come se la desertificazione commerciale fosse l’inevitabile prosecuzione delle tendenze passate. Al contrario, esso dovrà essere oggetto di scelte collettive e di politiche pubbliche capaci di orientare la traiettoria di sviluppo nei prossimi anni. Il futuro del commercio in Italia dipenderà allora dalla capacità di adottare strategie di rigenerazione capaci di coniugare resilienza economica, coesione sociale e qualità della vita urbana.





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