“LIMBO 4.0” romanzo surreale di Claudio Fiorentini
– Che ha da guardare? Non ha mai visto angeli brutti?
– Beh, sa com’è, i modelli che ci propongono sulla Terra sono un po’ diversi da quanto vedo qui.
– Ci faccia l’abitudine, non siamo tutti asessuati, belli e “angelici”. Anche noi siamo pieni di difetti, ché col lavoro che ci date, è facile assorbire i vostri. Io non sono contento del mio aspetto, ma torna utile al sistema. E poi è riflesso del suo aspetto interiore, non lo dimentichi.
Questo il colloquio tra il protagonista Joe e il suo angelo custode, tratto dal nuovo romanzo di Claudio Fiorentini, Limbo 4.0, edito da Ensemble 2025.
In questo nuovo lavoro si ripropongono, tra il serio ed il faceto, i temi consueti del noto poeta, scrittore e pittore romano che attualmente vive a Madrid, dove gestisce una galleria d’arte, centro di promozione culturale. La narrazione, squisitamente surreale, sviluppa laicamente temi di profilo teologico, trattati con il noto e particolarissimo stile dell’autore, ponderato e divertente a un tempo, profondo e scanzonato. Non un trattato di angelologia, ma una riflessione metafisica condotta con irresistibile verve, un’esplorazione filosofica e giocosa della struttura gerarchica dell’aldilà, oltreché del destino escatologico e al tempo stesso mondano dell’umanità.
François Marie, detto Joe, è il protagonista cinquantenne della vicenda, un influencer che si occupa di TV spazzatura e di attività divulgativa sulla rete. Ancora in vita, viene condotto nel Limbo dal suo panciuto, scorbutico e sdegnoso angelo custode per risolvere un problema di natura tecnologica. Ci sono infatti, in quel luogo, entità racchiuse in un recinto che, essendo state plagiate in vita dal web ed avendo da tempo smarrito la propria personalità, non riescono ad essere sé stesse e sembrano destinate a non potersi staccare neanche per un attimo dal telefonino. Un vero e proprio rompicapo che Joe, da esperto quale è, è chiamato a risolvere. E risolverà.
Oltre al protagonista François Marie Arouet, alias Voltaire, e al suo sprezzante “custode” Immediumstatvirtus, detto Aldo, incontriamo altri personaggi: il professore, ispirato alla figura di Umberto Eco; quindi George come Orwell, Jean Paul come Sartre (ma anche Hemingway), ed altri come Eliane, Alexia, Beata. Appare inoltre un dimesso Arcangelo Gabriele, e per finire un bambino di nome Abdou (ossia Angelo), capitato anch’egli da vivo nel Limbo, che si rivelerà chiave di volta dell’intero racconto per via della sua innocenza e della sua verginità. Virtù, queste, giustamente decantate nel testo, dove si tende a illimpidire le sovrastrutture e le foschie mentali nella semplicità.
Da qui l’urgenza di abbattere l’ego. Da qui il consolante pensiero che nell’aldilà non è dato conservare la propria personalità, se non in modo temporaneo e comunque rarefatto nel Limbo, dove le anime sono in attesa di un giudizio cui farà seguito lo smistamento e il rimescolamento dell’energia, con conseguente nascita di nuove identità. Ciò sembrerebbe escludere la possibilità della reincarnazione, pensata come stucchevole ripetizione di un film sempre uguale, alla stregua di un eterno ritorno nicciano, non considerando che potrebbe anche essere una sequenza di sempre nuove ed inedite avventure in uno scenario squisitamente dinamico evolutivo.
Ovviamente, siamo nel campo delle congetture e ciascuno è autorizzato a scegliere l’ipotesi a lui più congeniale. Dice Eliane: <Un po’ presuntuoso credersi spirito, non trova? Io, sa com’è, ritengo che di spirituale, in noi, ci sia ben poco: siamo un grumo di energia che prima o poi sarà destinata a fondersi con altri grumi di energia>. Non a torto, Eliane rifiuta la mummificazione dell’energia, la sua segregazione nella gabbia eternale e statica di cui parlano le tradizioni religiose. Non le viene tuttavia il sospetto – né a lei né ai suoi compagni – che la spiritualità possa anche venire dinamicamente intesa, in un cammino a tappe individualmente evolutivo.
La visione che prevale nel libro è quella di una radicale separazione tra universalità e particolarità. L’infinito richiede l’evaporazione del finito, quindi il dissolvimento totale dell’io. L’eterno è indefinibile, ineffabile, innominabile e raffigurarlo in sembianze riconoscibili può avere una validità simbolica, come avviene nel linguaggio della poesia e delle arti (astrazione compresa, che è pur sempre una figurazione), ma chi non ha dimestichezza con tali linguaggi rischia di trasformare pesantemente i simboli in feticci, cadendo nel più rozzo dei materialismi proprio nel nome della spiritualità. E finisce per intendere il divino come un elargitore esterno di premi e castighi, trascurando che tutto avviene invece nell’interiorità.
Dice il professore: <In fondo, queste rappresentazioni alate dei nostri ghirigori mentali sono punti di riferimento con cui dobbiamo confrontarci. Il Limbo, caro mio, è nella nostra mente… Dia retta a me, si affidi a queste visioni che, per quanto assurde, ora sono una tangibile espansione della sua realtà interiore, quella che in terra ha sempre rifuggito. Ed è con questa che deve fare i conti>. Confronto che si direbbe impossibile in terra, dove <la verità, comunque la si voglia presentare, è raggiungibile solo a scapito dell’ego, o dell’io, ma questi sono elementi di cui non possiamo fare a meno>, per cui è vano pensarci. Per noi <la maschera è una difesa che protegge dalla verità>.
E allora <giù la maschera!>, verrebbe di esclamare. Perché dovremmo mentire a noi stessi? Passi verso gli altri, se proprio occorre, ma perché anche verso noi stessi? La realtà cosiddetta angelica non è esterna, ma interna a ciascuno di noi, e non ci sarebbe motivo per restare sordi al nostro stesso richiamo. A ben guardare, il problema che François è chiamato a risolvere, e che risolve brillantemente grazie a geniali trovate, non è soltanto di natura tecnologica. Quello di non riuscire ad essere autentici è un problema che affligge da sempre il genere umano. Tutti, da che mondo è mondo, siamo sottoposti a condizionamenti che ci allontanano da noi stessi e che mettono a dura prova la nostra autenticità.
Unico antidoto, il risveglio della spontaneità. Dice infatti il professore: <Non vi è nulla di più sconvolgente dello stupore>. E spiega: <l’attimo fuggente in cui si manifesta la spontaneità, per quanto effimero, ci priva dell’uso della maschera>. Il fatto è che, togliendo la maschera, è esattamente l’alter ego angelico a fare capolino. E’ pur vero che il professore non la pensa così: gli angeli, egli dice, sono entità esterne alla realtà umana e in quanto tali non hanno la possibilità di “conoscere la spontaneità dell’attimo”, ma gli sfugge che la realtà angelica è dentro e non fuori di noi. A noi dunque risvegliarla, a noi tenere viva la fiamma del fanciullo addormentato.
Non a caso, nelle pagine finali del libro, è proprio un bimbo, inconsapevole della morte della mamma avvenuta durante un naufragio, a salvare tutti gli astanti. Abdou (che vuol dire appunto Angelo) viene condotto ancora vivo, come François, nel Limbo per aiutarlo a risolvere il problema che lì si è presentato. E cosa fa questo bimbo? insegnando senza insegnare, indica la via dell’autenticità a dispetto dei condizionamenti in cui oggi, ma non da oggi, viviamo. <Il sistema vuole l’ignoranza>, dice George, e forse ha ragione. Ma come si combatte l’ignoranza, se a questo mondo ci sono plurilaureati ignoranti e semianalfabeti pieni di sale in zucca? Non c’è altra via che l’autocritica, ponendoci umilmente in ascolto della verità che è dentro di noi.





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