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‘A morte Saddam’!

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‘A morte Saddam’!

‘A morte Saddam’!
Febbraio 04
02:00 2007

L’America ce l’ha fatta! Saddam è morto, impiccato. Pare che giustizia sia stata fatta. Saddam Hussein, pedina politica degli americani nello scacchiere mediorientale, ha creduto nell’eternità della sua potenza, anche quando ha invaso il Kuwait. No, purtroppo per lui non è stato così. Ad un certo punto della storia, il vento ha cambiato rotta, ha cambiato completamente direzione, rivelandosi contrario alla sua voglia di supremazia. Ma la beffa più grande per quest’uomo imponente anche come persona fisica, è stata la cruda percezione che chi comandava non era lui, ma chi lo manovrava. E da questi è stato consegnato al suo boia, che gli ha legato il cappio al collo, ed ha lasciato che il suo corpo precipitasse nel vuoto, consegnandolo alla morte, com’era stato decretato. Al di là della spettacolarizzazione della morte di un uomo, o peggio ancora degli ultimi momenti che precedono la fine in assoluto della vita, bisogna chiedersi la vera ragione della condanna a morte di quest’uomo, che è legata a quei sotterranei giochi politici internazionali sullo scacchiere mondiale, e che si aggiunge ad altre persone giustiziate per ragioni politiche, perché scomode, in quanto molto informate su fatti legati alla scottante e sibillina politica internazionale. Ma la morte di Saddam Hussein avvenuta per impiccagione, ha un significato simbolico che va al di là di un atto di giustizia, avvenuto dopo un regolare processo. Saddam ha vissuto insieme al mondo il rituale dell’attuazione della sua pena capitale. E come tutti i riti, l’impiccagione di Saddam Hussein è stato un rito di ‘passaggio di potere’, ha legittimato un cambiamento di stato, di appartenenza. L’esecuzione della pena capitale è un rito molto particolare dal punto di vista simbolico. Giustiziare chi si è macchiato di crimini, equivale a garantire ed attuare una sorta di ‘rigenerazione’ del genere umano corrotto, un nuovo inizio, un ripristino dalla situazione primordiale. Uccidere, o meglio giustiziare, con l’esecuzione della pena di morte, mette a confronto due concetti, distinti e separati: l’identità dello Stato, fautore della legge forcaiola, che giudica e condanna a morte, e l’alterità del condannato, del criminale, che non è più costitutiva dell’identità del suo Stato, del popolo di cui fa parte. La scomparsa di questo legame simbolico tra identità dello Stato e di Popolo e relativa alterità del cittadino, mette in moto il concetto di legittimazione della pena capitale verso colui che non è più considerato una persona, non più essere pensante, cosciente, cioè capace di ri-costruire una sua unicità. Il rito ‘forcaiolo’ ha una sua specifica finalità e funzione: soddisfazione ed anche fiducia per chi crede in una politica dell’occhio per occhio e dente per dente’. Ma veramente applicando ancor oggi la pena capitale si ha la garanzia che il male sia debellato, che l’umanità tutta possa trarne un monito forte contro ogni comportamento criminale? O è da considerarsi uno degli ultimi, macabri rituali, sopravvissuti al progresso della civiltà? Forse la risposta dovrebbe avere il lessico di un vocabolario con caratteristiche tali, da poter rappresentare le pluralità e molteplicità presenti nella nostra contemporaneità, in grado di spiegare agli uni e agli altri ciò che è bene e ciò che non lo è. Quindi, siamo in molti a chiederci il perché esiste ancora l’attuazione della Pena Capitale, e, in estremo, perché un uomo, condannato a morte, viene privato del diritto di compiere il suo ultimo viaggio, verso la morte, con la dignità che è propria ad un essere umano, lontano da occhi curiosi, impavidi, sorridenti, lontano dalla goduria degli occhi del mondo intero? Tutti gli uomini hanno diritto al rispetto della loro dignità di esseri umani. Tutti. Anche Saddam Hussein.

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