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A proposito di “Grande fratello”

Maggio 04
02:00 2007

Cosa sia il Grande fratello televisivo sono certamente in molti a saperlo. E, per convinzione, curiosità o dovere di informazione, molti avranno indugiato sulle situazioni spesso scontate di questo reality-show. Modellato sul format olandese Big Brother e trasmesso in Italia da Canale 5, ci propina dal 2000 la ripetitiva vicenda della convivenza di un numero equamente distribuito di uomini e donne all’interno di una casa dove i concorrenti, sottoposti a varie prove, vengono costantemente seguiti dall’occhio indiscreto delle telecamere. Tra veleni e villani, pianti e riconciliazioni, accuse e autoincensazioni , la formula si ripete monotonamente uguale a se stessa, nonostante le innovazioni introdotte ogni anno. Anzi, nei fatti è stata anche abbandonata precocemente l’idea originaria di mettere a confronto individui di estrazione sociale e culturale molto diversa, considerato che dalla epocale ‘lotta di classe’ che ne scaturiva usciva soccombente sempre e soltanto la buona educazione. La trasmissione si è andata attestando così su uno standard umano e spettacolare di grande mediocrità. E, se il vincitore della settima edizione appena conclusa, richiesto dalla conduttrice di fare una dichiarazione agli italiani, ha ‘proclamato’: “Hanno buttato i loro soldi”, ce lo siamo proprio meritato. Ma quello su cui vogliamo soffermarci qui è piuttosto l’inquietante legame tra il reality e l’opera da cui esso trae titolo e ispirazione, il romanzo 1984 di Eric Blair meglio noto con lo pseudonimo di George Orwell. Insieme alla Fattoria degli animali, 1984 (dalla data di composizione,il 1948, con l’inversione delle due ultime cifre) è uno dei romanzi più riusciti di un autore pesantemente segnato dal dato biografico, che non sempre riesce interamente a riassorbire nel prodotto letterario. Da una infanzia e giovinezza vissute a cavallo di due realtà e condizioni sociali (l’India e l’Inghilterra, l’appartenere alla classe dominante degli amministratori britannici lì, il reale status di piccolo borghese qui) trarrà un senso di inferiorità e sradicamento, la sfiducia e il pessimismo del ‘marginal man’, che non lo abbandoneranno mai e che nemmeno la sua adesione al socialismo riuscirà a fargli superare. Anzi, anche in questo ambito resterà isolato e sconfitto, soprattutto quando, arruolatosi come volontario per la guerra in Spagna, vivrà la tragedia di una rivoluzione stroncata dalla politica stalinista e gli sembrerà di toccare con mano il divario tra il suo ideale e il socialismo reale. Da questa esperienza il rifiuto violento di ogni totalitarismo, di cui 1984, è la più alta espressione. Nel romanzo (intenzionalmente ambientato nel suo secolo e non in un futuro remoto, proprio a sottolineare il carattere antiutopico della storia) il mondo è ormai diviso in tre potentissimi superstati continuamente in guerra tra loro: Oceania, Eurasia, Estasia. Il protagonista, Winston Smith, vive a Londra, capitale dell’Oceania, governata dal Grande Fratello secondo i principi del Socing (Socialismo inglese). Nessuno può sfuggire al controllo capillare del G.F., esercitato attraverso un sistema di telecamere e microfoni che soffoca ogni spiraglio do libertà individuale e da una Psicopolizia pronta a ‘vaporizzare’ chiunque al minimo sospetto. Il G.F., con i suoi folti baffi neri, troneggia su grandi manifesti da dove ricorda al suo popolo in ogni momento: “Il Grande Fratello vi guarda”. I suoi slogan scandiscono con ritmo ossessivo la vita dei cittadini, organizzata secondo precisi rituali. Primo fra tutti i Due Minuti d’Odio, una sorta di spot contro il cui protagonista, il Nemico del Popolo, tale Emmanuel Goldstein (e il nome suona paradigmatico del capitalismo ebraico) il pubblico deve scatenare il suo odio. Di metafora in metafora il racconto segue la piccola, individuale rivoluzione di Winston che attraverso piccole trasgressioni cerca di recuperare spazi di libertà interiore e tutto ciò di cui il G.F. ha privato il suo popolo: libertà e cultura, bellezza e poesia, perfino l’amore che il protagonista riuscirà a riconquistare per un attimo prima di venire scoperto dalla Psicopolizia ed essere riconsegnato al suo destino ineludibile di alienazione nel topico ‘mondo alla rovescia’ del G.F., dove lo stravolgimento dei valori è divenuto legge e paradigmatici suonano gli slogan: “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù”, “L’ignoranza è forza”. Inutile dire che, se provassimo a rileggere alla luce di questi paradossi le immagini apparentemente innocue e domestiche del nostro reality, ci assalirebbe qualche attimo di perplessità. Se non altro, dovremmo domandarci se, al di là delle grandi rivoluzioni, non possano penetrare nelle nostre case e coscienze in modo assai più subdolo e strisciante i presupposti di ogni totalitarismo: l’annullamento dell’identità individuale, la falsificazione e perdita di memoria storica, il degrado del linguaggio.

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