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Aspiranti professionisti dell’ultima meta

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Aspiranti professionisti dell’ultima meta

gennaio 28
23:00 2009

Quando la trasgressione diventa così feroce e sorda da divenire violenza e quindi devianza, si corre il rischio di banalizzare ogni cosa, anche le persone, le vittime, gli stessi aggressori, affermando che le ragioni sono evidenti e riconducibili a fattori noti. Eppure nei tanti fatti di cronaca violenta che attraversano il paese, nelle tragedie e nelle ruvidità della realtà che ci scuote, c’è la pretesa di una spiegazione, che vada oltre le solite pantomime elargite a piene mani. Ci sono atteggiamenti, comportamenti e stili di vita che trasversalmente sono propri di condizioni differenti, di età scompaginate dalle rappresentazioni mediatiche che non concedono tregua al bisogno di ottenere e esaudire. Adolescenti che sbandano, che urtano sui guard-rail, piombano sulle carreggiate opposte alla loro visuale, in scontri frontali apparentati alla fretta di fuggire via dalle banalità e dalle abitudini vissute come debolezze per sfigati, schiacciati dalla paura di non farcela, per non dover incontrare la scelta obbligante, la responsabilità della fatica e della sofferenza di una emozione, di una passione, di una rinuncia. Muoiono ragazzi, rimangono a terra donne e bambini, falciati dalla disattenzione con cui si sorvola sulle difficoltà a riconoscere nell’immediato una violenza “ingiustificata, gratuita”, stupida fino a renderla insopportabile, come dovrebbe essere per ogni azione svuotata di valori legati al rispetto della dignità umana.
Non sarà certo il ricorso agli slogans, alle minacce, alla galera sempre più facilmente erogabile, che aiuterà a individuare i motivi che muovono le strategie più folli. Durante un incontro un ragazzo mi ha detto che sono un rigorista esagerato, che non è il caso; in fin dei conti dare un pugno sul naso a qualcuno non è corretto, ma a volte serve, perché conta colpire per primi, e non fidarsi mai di nessuno è anche meglio. Accadimenti tragici moltiplicano le ansie, le paure, le violenze divengono vissuti quotidiani, è allarme che non cessa di tramortire la ragione, eppure continuiamo a spintonare le eventuali risposte, a spostarle qua e là, come a voler significare che si tratta di mera “sporadicità”, di delinquenza comune, di criminalità di piccolo cabotaggio, lacerazioni autoescludenti in poco tempo. Un bullo maltratta il compagno, un ragazzino diventa eroe negativo del gruppo dei pari che lo esalta e protegge, giovani dalla guida assassina, altri con la “roba” in tasca per arrivare a mattina, o meglio iniziare a “vivere” nel week-end, gli altri a violentare donne e atterrare nuclei familiari. C’è un grande e impellente bisogno di onestà intellettuale, di risposte condivise, per non assoggettarsi a trame più teatrali che sociali delle urgenze del paese, ai nostri figli è richiesto di esser ben preparati e formati per poter occupare i nostri scranni di buoni educatori, eppure la morale ricorrente è quella del piedistallo inamovibile, perché non c’è tempo da “buttare via” quello che rimane è asservito al raggiungimento di un benessere finanziario oramai sprovvisto di deroghe. Giovani aspiranti professionisti dell’ultima meta – che appaiono sicuri della loro infallibilità, purtroppo scambiata per impunibilità – in questa fossa comune dei sentimenti e delle relazioni che non crescono e dove le motivazioni sono una punteggiatura assente, incontrano il vicolo cieco del reato. Reale e virtuale non hanno più separazione, come l’inganno che ne scaturisce.

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