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Bambini sotto vuoto spinto

Giugno 30
23:00 2009

Se i bambini sapessero quello che li aspetta, si rifiuterebbero di venire al mondo. In questo mondo. In questa epoca. I bambini sono stati derubati di tutto, di sogni e desideri, di prati. Di corse e di polline. Di strade e di parchi. I bambini fanno paura ai grandi, che hanno dimenticato di essere stati piccoli. I grandi si vaccinano contro il pericolo di ricordare che non si nasce adulti, evitando il contatto coi bambini e le loro esigenze. Fisiologiche, sacrosante. In un paese a crescita zero e col tasso di fertilità fra i più bassi d’Europa, si guarda ai bambini come ai disturbatori della pubblica quiete. Chiudono le scuole e scattano le difese «anti-bambino» di questa società incartapecorita. Spaventata dallo scompiglio che un bambino può portare anche in un camposanto. Scende in campo un giudice di pace di Stradella, un piccolo comune in provincia di Pavia, che in data 19 giugno del corrente anno impone di “giocare in silenzio” ai bambini di un asilo. E che se ne stiano a debita distanza dal vicino condominio, anche se proprio nell’area prossima al confine stanno scivoli e altalene e cavallucci a dondolo. E che gli insegnanti facciano rispettare l’ordinanza, la tranquillità va tutelata e i grandi lasciati in pace. Amen. I bambini di una scuola materna spesso portano ancora il pannolino e attaccato al collo il ciucciotto. Sono bambini piccoli. Svezzati anzitempo e affidati per buona parte del giorno ad una società che non sa amarli e non li rispetta. Che quasi quasi li nega, come una realtà scomoda e troppo impegnativa. E se non li può del tutto negare, ignorare, si appella a chi di dovere per contenere il disturbo che comportano. Allora in quei pochi rimasugli di spazi pubblici che qualche rara volta si trovano ancora, dove il verde è sparito sotto montagne di cicche e di spazzatura e di altri innominabili rifiuti, lì è vietato giocare a palla, far scoppiare i palloncini, correre e gridare e piangere forte, far merenda in prossimità di una aiuola. In riva al mare, in Versilia, ai bambini è vietato raccogliere sassi e conchiglie e fare castelli di sabbia, per non arrecare disturbo ai bagnanti che passeggiano. Ma siamo matti? Ma non ce lo ricordiamo nemmeno lontanamente quello che si fa da ragazzini? Perché questa società isterica, sempre sull’orlo di una crisi di nervi, ahimè, più che motivata, mette tanto tempo e pazienza nel curare animali da appartamento e non ce la fa, proprio non ce la fa, a prendersi cura dei cuccioli d’uomo che rappresentano il presente e il futuro e danno senso al passato? Si ha paura della vita. Non si sa come affrontarla. Ci si rinchiude nel proprio piccolo guscio, cercando punti fermi nelle proprie piccole abitudini, cercando una stabilità fatta di stasi, e i bambini, quando ci sono, vengono posti nelle medesime condizioni e ci si aspetta da essi la massima collaborazione e perché no? riconoscenza per il tutto previsto, programmato e pianificato che si offre loro, un pacchetto integrato che non lascia spazio a velleità personali. Poveri bambini in questa gabbia di matti. E pensare che a lavorare sodo è proprio la psichiatria infantile. Eh sì, perché questi piccoli ingrati invece di apprezzare tutto ciò che si fa per loro, a fin di bene e con le migliori intenzioni, se ne vanno come niente in depressione, abulici e astenici ti diventano intrattabili, insopportabili, ingestibili e tutto quello che si riesce a fare è punire, punire, punire, oppure premiare, premiare, premiare, in modo sconsiderato e inopportuno, e nel contempo perdere quel poco di fiducia in se stessi che si riesce ad avere, perdere fiducia nelle proprie possibilità di vederci chiaro in una zona confusa, e negare la minima fiducia a chi ne ha bisogno per crescere e sviluppare una propria autonomia di pensiero e d’azione. I nostri vecchi senza tanti studi e con tanto buon senso usavano dire ai bambini “state buoni se potete”, e forse nemmeno sapevano che era il motto di san Filippo Neri, fondatore nella seconda metà del Seicento della Congregazione dell’Oratorio, ma quelle parole tramandate di generazione in generazione esprimevano esattamente ciò che essi si sentivano di dire a quei ragazzini scalmanati, che fra uno scapaccione e una carezza si tiravano avanti alla bell’e meglio, molto fidando nella Provvidenza. Questo prima che si arrivasse a prendere la rincorsa per conquistare la luna e poi l’universo, e si andasse perdendo la facoltà di camminare coi piedi per terra. Noi ragazzini di una volta con la terra e l’acqua ci facevamo il fango e ci sentivamo un po’ padreterni nel tirarne fuori pupazzetti a nostra immagine e somiglianza, e le nostre madri quando la sera ci strigliavano ce ne dicevano di tutti i colori, ma ridendo. Ecco, quello che ci manca e che non possiamo dare ai nostri ragazzi è il saper ridere di noi, il senso della misura che dovrebbe naturalmente guidarci, il saper gioire delle piccole cose che la vita ci offre. I bambini non possono giocare in silenzio come vorrebbero i “grandi”. I giochi dei bambini non sono i giochi di società, tipo proverbio muto, quadro vivente, ombra cinese. I giochi dei bambini sono una cosa seria, sono liberazione e creatività, competizione e sfogo. Chiudiamo questa valvola e prepariamoci a sentire il botto. Un botto che potrebbe anche non far rumore e sarebbe il più pericoloso e devastante. Metti un bambino davanti alla tv a rimpinzarsi di stupidaggini e di pubblicità ed egli non ti darà nessun fastidio, apparentemente. Mettilo davanti al pc con i suoi video giochi preferiti e te lo puoi anche scordare, ti sembrerà che nemmeno ci sia. Ecco, è questa “assenza” che ci deve allarmare. Un bambino è sempre una presenza rumorosa e vivace. Un bambino è sempre pieno di domande, se sta zitto e non ti chiede niente è brutto segno, forse si sta adeguando ad una società che disconosce l’infanzia e i suoi diritti, solo perché non si sente in grado di farvi fronte. Specchiamoci nei nostri figli, e se l’immagine non ci piace, non ci soddisfa, rendiamoci conto che siamo noi a non piacerci, è di noi che non siamo soddisfatti, e non di loro, che sono la nostra proiezione. Nel mondo inquinato in cui sono venuti a trovarsi, i cui disturbi acustici si misurano in decibél, i nostri bambini cercano in tutti i modi di adattarsi, e in ciò li dovremmo aiutare e non reprimere. Troppo facile, anche per questa società di rinunciatari.

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