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“bianco grigio e nero”, fotografie di Marco Branchi

“bianco grigio e nero”, fotografie di Marco Branchi
Settembre 20
18:33 2022

Ascoltami, c’è voluto

 mezzo secolo di vento

per mettere insieme

quello che ti sto

dicendo»

Franco Arminio

 

Artiglio di nebbia

respiro del bosco

ghermisce i castagni

 

Cavalli bradi

tra i cespugli

s’innamorano

riposano

 

Ginestra gialla

sorride ai prati

 

Piove

Serena Grizi

(Serena Grizi) Quello che sembra quasi un segno grafico sulla copertina immacolata di bianco grigio e nero fotografie di Marco Branchi, è un airone e la sua eleganza segna un punto inarrivabile e il richiamo ad una libertà che spesso non è concessa all’umano.

L’animale è/esiste, anche senza essere ripreso, fotografato; le sue leggi, la sua esistenza dipendono anche da noi ma non solo e questo è un bel sollievo. O almeno per un bel po’ è stato un bel sollievo che la natura facesse in tutto e per tutto a meno di noi. Il fotografo Branchi ha fatto da tramite tra la libertà ‘auto-regolata’ della natura e l’occhio del pubblico: per anni ha riportato a noi il suo sguardo sull’ambiente, questo grande monumento di cui facciamo parte e che crediamo di dominare restandone dominati (è cronaca quotidiana ormai…).

Il fotografo si è appostato per minuti e ore, interi giorni, aspettando accadesse qualcosa nei tempi biblici, per noialtri, dell’animale selvatico, dell’albero, della neve, della pietra, della nube e nella possibilità di un’orma ghiacciata e scrive: «In questo libro ci sono immagini che rappresentano l’ultimo decennio di un vagabondare che è durato 40 anni. Vagabondare tra boschi, foreste, paludi, montagne, campagne (…). Volutamente non ci sono praticamente foto scattate nei primi tre decenni, ad evitare un malinconico ricordo di quello che era, di quello che c’era.»*

Marco Branchi pare ci stia dicendo che è finita un’epoca, vuoi per la tecnologia superba e intransigente, vuoi perché forse non s’arrampicherà più ad aspettare nella nebbia autunnale, nel gelo dell’inverno, o nel caldo soffocante d’un bosco estivo, l’afrore vivo d’un animale, il suo grugnito, il bramito, il fischio e poi lo schiocco d’un legno, lo sgranare d’un frutto a terra. Marco Branchi, però, ha di certo subito anche lui il fascino dell’enorme possibilità che si offre a tutti noi di riprendere con un mezzo tecnologico personale, infatti ha immesso sui canali social interessanti time-laps di nuvole e prati, campi e acque e inoltre ormai da alcuni anni ci riporta con puntualità una Provenza speciale, profusione di colori che paiono emanare profumi anche dalla pagina, una Provenza che è quella che si vede ma che è anche l’idea, indelebile, che forse ha serbato in sé la prima volta che l’ha vista.

Ma per tornare al suo bianco grigio e nero, Branchi scrive ancora: «La solitudine dell’attesa del bramito del cervo, la mente che vaga libera nell’attesa del tuffo della pesca dell’airone, il godersi il vento sulla faccia che annuncia la pioggia, la prima neve dell’anno che copre lo scarponcino»*, e qui già molti penseranno: che fortuna questa! vista la vita da cavie che spesso si fa, chiusi fra quattro mura a casa o al lavoro. Fortuna che Marco Branchi ha restituito a tutti quelli che ha potuto, che hanno compreso il suo modo di fotografare estremamente poetico e senza fronzoli, ammaliato da una forma portante, da un colore, da un baluginio d’acqua e sole.

La fortuna Marco Branchi l’ha profusa scrivendo il suo romanzo per immagini colorate, ora in bianco e nero (e grigio) ma sempre ‘tinte’ d’attese, esperienze e momenti e così scrive: «Adesso lascio alle orde di fotografi digitali il mio tranquillo posto nei capanni, lascio alle raffiche da 14 scatti al secondo la mia voglia di incontrare il lupo, lascio al fast food della fotografia il litigarsi un posto per fotografare un cervo»*. Ché la massificazione della vendita d’attrezzature e del viaggiare ha portato nuovi ‘discepoli’ desiderosi di imparare ma anche orde di ‘impiccioni’ bulimici di tutto…Però: Branchi nelle sue opere ci lascia una natura che pare mai attraversata o disturbata da piede o voce umana, preziosa per chi non l’avesse mai sperimentata così, vestita di maglie d’acqua, mantelle di monti e d’alberi, soffici cappelli di voli d’uccelli, scarpe di grano e fiori fra le fattezze ferine degli amici d’un altro regno, allocchi, ghiandaie, ibis, lupi, foche, cavalli…

«segui il martellare del Dendrocopus e l’ululato del lupo

fatti scortare nel mare degli alberi

vienimi a cercare quando la foresta si dirada

i faggi assumono forme strane basse e contorte…»*

Così invita il fotografo Branchi ora che, deposta momentaneamente – crediamo – l’attrezzatura fotografica, sembra si sia dedicato a scrivere poesie. Ma questa è un’altra storia.

*Tutti i brani tratti dal Volume: bianco grigio e nero fotografie di Marco Branchi

 

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