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Boscaioli e carbonai, di Maria Pia Santangeli

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Boscaioli e carbonai, di Maria Pia Santangeli

Boscaioli e carbonai, di Maria Pia Santangeli
ottobre 01
02:00 2006

Si è parlato già dalle pagine di questo mensile dell’ultima opera della Santangeli, che l’autore del pezzo, Valentino Marcon, definisce ‘opera meritoria’. Se si torna a parlare di questo libro è proprio per le ragioni esposte da Marcon nel suo articolo, che stanno a dichiarare quanto sia importante tutelare la memoria della nostra storia e del territorio che ci ospita. Boscaioli e carbonai nel frattempo ha viaggiato e non solo nell’ambito dei Castelli Romani, essendo stato presentato anche a Roma alla Fiera della piccola editoria. Ma tanta strada deve ancora percorrere, e come è nel destino dei libri della memoria, più il tempo passa più acquista valore il senso della fatica dell’autrice. Un libro – come scrive Aldo Onorati nella sua postfazione – ‘che va gustato su diversi piani di lettura’. Sulla quarta di copertina il libro riporta un pensiero e un augurio di Mario Rigoni Ster, Il sergente nella neve, e trovo che la Santangeli senta come Stern il dovere morale della testimonianza, che sa rendere con il medesimo stile lineare ed efficace del grande scrittore. ‘Il lume ad olio rendeva la tana più raccolta; sui pali di sostegno erano inchiodate cartoline con fidanzati, fiori e paesi fra le montagne’, così descrive il rifugio nelle trincee del Don Mario Rigoni Stern nel suo libro sulla ritirata di Russia. E così descrive la Santangeli le capanne dei boscaioli stagionali: ‘I santini, raffiguranti San Biagio, la Madonna Addolorata, sant’Antonio, Santa Margherita, la Santa Trinità di Vallepietra, tolti subito dal libro della messa e attaccati con un chiodo a capo di ogni rapazzòla, ricordavano il paese lontano e sicuramente proteggevano’. Citato in premessa un pensiero di Celine, che credo coincida in pieno con quello dell’autrice: ‘Tutto quello che è interessante accade nell’ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini’. Ed ecco perché abbiamo bisogno di opere come queste, che vanno a colmare lacune fondamentali di quella storia che pare non faccia testo. La storia della gente dei boschi in questo caso. Maria Pia Santangeli ne accennò già nel suo precedente libro Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle, edito nel ’94 e di cui è stata fatta recentemente una ristampa, ma lo fa ora in modo approfondito e rigorosamente documentato. Servendosi di testimonianze raccolte nei vari paesi montani dei Castelli Romani, spingendo la sua ricerca fino a Sarnano nelle Marche, da cui provenivano tanti lavoratori stagionali Testimonianze riportate fedelmente anche nella forma, che con le frasi riportate in dialetto trova la sua massima espressione. La Santangeli si fa ponte per un cammino che altrimenti risulterebbe spezzato. Per raccontare il tempo di una volta – d’antan, per dirla con Rigoni Stern -, si cala attraverso una catena di memorie nel recupero di quel mondo arcaico sul quale si fonda il nostro presente. Il linguaggio semplice e chiaro illumina come per magia ciò che sembrava scomparso. Così ogni cosa ritrova il suo senso; la fatica, il sacrificio, la devozione alla terra, il rispetto per la sacralità del bosco coi suoi misteri, i canti che erano preghiera. L’autrice ci porta con la sua narrazione nelle capanne nei boschi, nei viaggi durante gli spostamenti dei mulattieri cappadociani, nel ciclo ripetitivo e certo di un lavoro che era pane e vita. Straordinario che una testimonianza simile provenga da una donna che quei mestieri e quei luoghi non conosceva e non frequentava. C’è una ricerca a monte di questo libro, che denota la passione l’umiltà e la diligenza con cui si è posta Maria Pia Santangeli di fronte a una materia ostica, nella quale è penetrata seguendo ricordi riportati in vita grazie al suo bisogno di sapere per poter raccontare.
Una testimonianza unica nel suo genere che meriterebbe l’attenzione di quelli che si dicono studiosi di antropologia culturale, e che altro intendimento non ha che dar voce e vissuto a protagonisti inconsapevoli della ‘storia nascosta e minore’. Nobilissimo intento.

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