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Camicia Rossa, Giubba Blu – 2/2

Agosto 16
12:55 2012

Sono passati solo due anni, e John Martin ha imparato tutti i trucchi del mestiere del 7° Cavalleria, ha imparato a cavalcare per giorni su quella strana sella a staffa lunga, a orinare di lato senza scendere da cavallo, a sparare col fucile al galoppo, tenendo le briglie con la sola sinistra e bilanciando il fucile con la spalla destra, a dormire con la sella come cuscino e i coyote come serenata, a guardare sempre negli stivali al mattino per evitare spiacevoli intrusi, a sparare ai bisonti in carica perché molto meglio della carne secca. Due anni, e Sala Consilina è già così lontana, e la caccia alla lepre, e il vino giovane, e anche l’Italia, e Garibaldi, e Mazzini, e il Risorgimento. Certo lì si lottava per fare l’Italia, per la Patria, per la Libertà del Popolo, per scacciare lo Straniero dal Sacro Suolo, per restituire Roma agli Italiani. Anche qui però si combatte per creare uno Stato Democratico, una Repubblica moderna e civile, e se questi musi rossi non lo capiscono, che se ne stiano nelle loro riserve a far la vita dei selvaggi e non diano intralcio al progresso.

Mentre John si perdeva dietro a queste riflessioni, arrivarono al galoppo gli scout di Custer, degli indiani Arikara e Corvo gridando come ossessi. John, pur essendo vicino a Custer non capì nulla del dialogo concitato tra il Generale e gli scout, ma qualcuno gli spiegò che all’alba gli scout avevano avvistato dall’alto di una collina, detta Nido di Corvo, una gran quantità di indiani in un vasto insediamento di tende. Custer partì subito verso l’altura, e lui dietro sempre a distanza regolamentare. E quando dopo alcune ore vi arrivò in cima, John lo sentì esultare guardando verso valle: «Eccoli, sono in trappola, non ci resta che scendere a fare il nostro lavoro.» Ma la vista da lì sopra non era ottimale, e John riuscì a malapena a vedere delle tende di un villaggio apparentemente deserto: non si riusciva ad avere una visuale chiara dell’accampamento a causa della scarsa visibilità. «Sarà un lavoretto facile facile» pensò John, partendo al galoppo dietro al Generale che, tornato al bivacco, diede immediato ordine di dividere il Reggimento in quattro colonne per prendere il villaggio da tre lati e non dare via di scampo agli indiani. Custer con 211 uomini avrebbe coperto uno dei fianchi, Reno con tre squadroni avrebbe dovuto aggirare il secondo fianco, Benteen con altri tre squadroni doveva spazzare l’area circostante, mentre Mc Dougall doveva seguire con le salmerie. Arrivati in prossimità del villaggio Custer ordinò a Reno di guadare il fiume e prendere di infilata il campo. Lui invece si diresse verso delle alture per aggirare la postazione nemica. John si arrampicava dietro a Custer sentendo sotto la sella il suo cavallo già assai affaticato dalla corsa. Arrivati in cima all’erta, attraverso il varco del Medicine Tail Coulee all’improvviso si aprì uno spettacolo terrificante. Erano su un crinale scosceso che scendeva verso il fiume dove era l’accampamento di tende, e da lì finalmente Custer ebbe per la prima volta una visione reale della situazione: sotto i suoi occhi un accampamento di centinaia di tende ospitava migliaia di indiani pronti ad affrontare Reno che arrivava dal fiume. John a fianco del suo Generale aveva già in mano la tromba, pronto a suonare la ritirata. Infatti in quella situazione non c’era altra soluzione che ritirare tutti gli squadroni del battaglione su una postazione difendibile, riunificando le forze. John guarda Custer, in attesa dell’ordine. Ma Custer lo chiama vicino a se, e gli ordina: «Parti al galoppo per cercare Benteen e digli di raggiungerci subito qui con uomini e munizioni, e cerca anche Mc Dougall con le salmerie.» Martin in quel momento ebbe un attimo di perplessità. Ma come, non ci ritiriamo? Restiamo qui a farci massacrare? Sono dieci volte noi! Forse ho capito male? Ma il tenente Cook, aiutante di Custer, conoscendo la scarsa padronanza dell’inglese di Martin gli scrive un biglietto con l’ordine, e gli intima di volare. Martin se lo infila nel guanto e parte al galoppo, mentre Custer comincia la sua ultima battaglia. Martin galoppò con l’anima in gola, giù dall’erta, dando di gambe al suo cavallo già al limite delle forze, sentendo alle sue spalle l’inizio della battaglia e le urla degli indiani, e senza neppure saper bene dove andare a cercare Benteen e i suoi squadroni. Attraversò un caotico campo di battaglia da cui spuntavano nemici ad ogni passo. Si buttò alla cieca verso la direzione da cui erano partiti alcune ore prima, senza avere idea della strada da prendere. A un tratto sentì fischiargli nelle orecchie il rumore di pallottole di fucile che arrivavano da più avanti, il cavallo scartò un paio di volte, poi con le ultime forze si scapicollò verso qualcuno che gridava: «Non sparate, non sparate, è dei nostri!» Erano gli uomini di Benteen con la carovana dei muli delle munizioni, che avendo sentito gli spari, si erano diretti verso il luogo dello scontro. Martin si buttò sugli attenti, mentre il cavallo ferito e sanguinante si schiantava al suolo, e cacciò l’ordine dal guanto. Letto l’ordine, Benteen si mise in movimento lentamente verso Custer coi suoi muli carichi e stremati, ma si trovò presto di fronte Reno e i suoi uomini ormai decimati, assediati dagli indiani su una collina dove si erano rifugiati per un’ultima difesa. E decise di affiancarsi a loro. John vendette cara la pelle asserragliato sulla collina assieme a tutti gli altri, sperando in un miracolo. Ripensò a quell’altra vita, a quell’altro mondo da cui era fuggito, alle cariche alla baionetta, ai bombardamenti austriaci, a quell’altro Generale dai biondi capelli, e nel frattempo mirava a quelle sagome che parevano uscite dalle feste del paese quando si bruciavano i fantocci mascherati da diavoli in piazza. E sparava. E sperava. Sparò per tutto il giorno col suo Spencer a sette colpi, poi con la sua Colt a sei colpi. Sparò fino a sera. Sperando. E pregando. E sopravvisse. Quando anche la colonna di Mc Dougall raggiunse Reno e Benteen coi rifornimenti e le salmerie, dall’altra parte del fiume i 242 uomini di Custer erano tutti morti. Il “Generale” fu ritrovato nudo e con due fori di pallottola uno al cuore e uno alla testa. Non venne scotennato forse perché si era tagliato i capelli prima della battaglia. John Martin morì investito da un camion a Brooklyn il 27 dicembre del 1922.

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